Marchionne, Fiom dalle balle

“NON possiamo aspettare oltre”. Lo ripete due volte, Donato Stefanelli. Il concetto deve essere chiaro a tutti i militanti. Fiom o non Fiom. Perché la posta in palio coinvolge tutta la Cgil. Nel nuovo impero di Sergio Marchionne, lanzichenecchi cinque sindacati (Uilm, Fim, Fismic, Ugl e quadri), è l’intera sigla rossa ad essere in pericolo. Dovesse passare “l’obbrobrio” (nessuno parla di referendum, né di accordo), poi, i tempi di reazione dovranno essere subitanei.
Chiudendo, questa mattina, l’attivo dei metalmeccanici in Cassa Edile, il segretario regionale ha incitato alla lotta. Si stringe i denti e si va avanti nella lotta. Questione di credibilità innanzitutto. Indietro non si può tornare e, perciò, è secco il no “ad inaccettabili quanto improponibili firme tecniche”. È un messaggio sputato in faccia, con rabbia, alla segretaria Susanna Camusso. A Canossa non andrà nessuno. Non andrà la Fiom, non andrà nemmeno la Cgil.

“STANNO SMANTELLANDO LA DEMOCRAZIA” – “Sono decisi i duri cigiellini. Non si tratta quando, in ballo, ci sono i diritti. “La Fiom non ha firmato, non firma, non firmerà”. “Non cediamo ai ricatti”. Sono parole sulla bocca di tutti. Non motteggiamenti, vacui, ma tentativi di ridare normalità a quello che, in effetti, normalità già è: un lavoro che non sprechi le sue carte migliori giocandosela a casaccio con realtà a-sindacalizzate. Quando non, peggio, de-sindacalizzate. Perché, sostengono, rivendicano, non si tratta con chi obbliga alla scelta fra lavoro e democrazia. Stefanelli detta la linea, solidale con quei “compagni” torinesi chiamati a rispondere con la rabbia al ricatto. “È impensabile quanto sta accadendo nel nostro paese – si stupisce – In Italia, la democrazia, lo dice la Costituzione, è democrazia del lavoro”. Di più. “Tutti i movimenti sociali derivano dal lavoro, dalla rivendicazione del diritto al lavoro”. È qui, su questa contraddizione, che pure si fonda la destrutturazione di un’azienda che “si sta genuflettendo agli interessi della Chrysler e di Obama”.

L’ASSENZA DEL PD – In un auditorium che straborda di timori, carni ed esperienze diverse fuse e rimiscelate in un compatto ed organico composto di felpe rosse e parole di fuoco, iniziano a serpeggiare i primi dubbi. Smantellata Pomigliano, se dovesse crollare anche il baluardo Mirafiori, potrebbe toccare identica sorte alla Sofim Iveco. Tanto più perché, al contrario di qualche anno fa, alle spalle del sindacato latita la sinistra politica, ridotta ad una misera alcova dove amoreggiano interesse e dirigenze, fra tentazioni di centrismo e riedizioni di vecchie formule. Questo mondo del lavoro, questo che rifiuta di ammalarsi e di morire di lavoro, si sente messo a parte. “Pensano al capitale e, al massimo, alle piccole imprese. Ma sempre e comunque in termini di patronato” ruggisce a Stato Quotidiano un lavoratore della Sofim. Lo scollamento fra Pd e Cgil (e la Fiom in particolare), è alla luce del giorno, dinanzi agli occhi di tutti. In Viale Ofanto non si affaccia nessuno dei maggiorenti. E neppure qualche “scartina” cittadina o giovanile. Bersaniani o veltroniani, il benservito al mondo sindacale è cucinato con spietata – ed identica – lucidità. Con buona pace delle ambizioni laburiste.

“IL NOSTRO AGIRE E’ IL REAGIRE” – Ma l’orgoglio operaio è più forte anche di quelle assenze. La dignità del lavoro è altra cosa. Non da chiedere. Ma da ottenere, rivendicare, trovare. Dalla parte della barricata occupata da questi pezzi di umanità radicale, c’è disincanto. È lontana la retorica della speranza che tanto a lungo ha imperversato sul movimento operaio. Più d’uno ne chiede la soppressione, più d’uno ne certifica la morte. “Con questa storia della speranza, dell’attesa di qualcosa di migliore ci hanno sempre messo in stanby. Ci hanno fregati”. C’hanno provato, almeno. Fino a Marchionne. Già perché è proprio lui, quello che il segretario generale della Fiom di CapitanataAntonio La Daga bolla come “l’uomo dei due mondi”, che mette d’accordo proprio tutti. Che fa di un corpo leso un corpo indistruttibile. Che ha smesso di subire colpi ed ha preso a darli. “Il nostro agire – grida dal palco Marco Potenza – è reagire”. Agire, reagire. “Dobbiamo ripristinare il conflitto sociale. Attuarlo prima che le cose precipitino”. Ed ecco il fine primo, unico, ultimo. Per ora. “Sciopero generale”. Da indire “subito”. Con l’ausilio “di tutti” e la partecipazione “di tutti”. Prove generali, quelli del 28. A Bari si svolgerà, “dopo 25 anni” (confessa quasi commosso Stefanelli) una manifestazione dei metalmeccanici. Ma che tiene insieme più rabbie, più cuori, più anime ferite da questo “nuovo sistema” che è “diMarchionne come della Gelmini, di Berlusconi, di Sacconi”. “Ma, questo – dice Potenza – non sarà uno sciopero generale della Fiom, ma uno sciopero generalizzato, in cui incroceremo le braccia per non abbassare la testa”. Atto primo di una lotta al di là dal finire.

 

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