La brava gente di Rosarno: leghista, fascista, qualunquista

Ci sono decine di motivi per andare oltre quello che è stato detto, in questi giorni, da giornali e televisioni sulla vicenda di Rosarno. Uno fra tutti, la frantumazione di quel velo di ipocrita perbenismo che alona occhi e menti degli abitanti del Bel Paese. Già, perché il ritornello degli “Italiani brava gente”, coniato nell’ormai sbiadito 1964 dal regista cinematografico Giuseppe De Santis per marcare le distanze fra le truppe del fronte sovietico nostrane e quelle del Quarto Reich hitleriano, stavolta, risulta davvero stonato. I rimpiattini, alla lunga, stancano. Come stanca la ridondanza usurata del luogo comune. Così l’italiano medio è venuto alla luce nel profondo Sud. Delineandosi nei suoi più abietti ed incivili costumi, aduso ad un modus agendi et cogitandi da beato ignorante. Forcaiolo alla medievale memoria, immagine non dissimile da quella d’evocazione filmica in cui gli abitanti di un villaggio in pericolo si lanciano contro il mostro che li spaventa, orco della palude o vampiro assetato di sangue, in un impeto orgoglioso armati di torce, zappe e strumenti di lavoro. Avessero la stessa intraprendenza che hanno dimostrato nell’espellere i ragazzi che per loro chinano la schiena nei campi di pomodori o si fanno il mazzo con gli alberi di mandarini (di fatto divenendo anello fondante della catena economica della Regione. A proposito di questo: chi raccoglierà adesso le arance?) nell’opporsi ai veri soprusi che tengono a fondo la Calabria, le cose procederebbero in maniera diversa.

Ma i jingle ripetuti e cantilenanti delle pubblicità berlusconiane benedetti e finanziati dal capitale pubblico, abbagliano anche da queste parti di mondo. Così “vincere facile”, senza impegno e, tutto sommato, con la disposizione di poche risorse in campo, il minimo sindacale, oltrepassa le pretese di liet motiv e si afferma come pratica del quotidiano. Di fatto, nulla di più né di meno della concretizzazione della più bassa e becera mentalità mafiosa. Quella stessa in cui la Calabria messasi in vetrina a Rosarno rimane inestricabilmente incagliata.

Tuttavia, una cosa è parlare di pratica, altra di intromissione. I magistrati hanno indicato la via, i media hanno pompato la cosa, il governo e le forze dell’ordine, con gli arresti eseguiti in imminente conseguenza, hanno dato il colpo di grazia. In poco tempo, il focus si è spostato. Ed un episodio di razzismo, commutato nell’ennesimo attacco squadrista sì, ma di derivazione criminale. Insomma, una Portella della Ginestra in tono minore e con meno coinvolgimenti politici.

Già, perché a Rosarno, obnubilamento della ragione nazionale, non ha perso lo Stato inteso come sommatoria algebrica delle istituzioni burocratiche ed amministrative, ma in quanto collettiva espressione dell’humus culturale di una nazione; a Rosarno non ha perso la democrazia dei Togliatti e dei De Gasperi, bensì quella dell’universalità, della corporeità che non conosce sesso, razza e religione. Perché a Rosarno, e fa specie notare questa nota nel solo “Osservatore Romano” vaticano, ha preso piede l’Italia retrograda e troglodita della pancia. Che, inutile continuare a negarselo con l’esaltazione dei bronzi di Riace e dell’arte bizantina, come del Rinascimento fiorentino e del gotico lombardo, del Barocco leccese e dell’imperiosità laziale, è la maggioranza. Un leghismo imperante a parti (ed aree geografiche) invertite. A Rosarno ha vinto l’Italia che non farebbe una piega di fronte a nuove leggi razziali. Come allora, come al tempo di Benito e di Adolfo, degli ebrei e degli oppositori politici, non c’è più raziocinio nelle azioni. Come allora, chi non è dalla “parte giusta” è automaticamente “un comunista”. Sono comunisti i giornali, sono comunisti i giornalisti; sono comuniste le voci critiche e sono comuniste le bocche che l’emettono. Dire “comunista”, per questi studenti, braccianti, agricoltori, sindacalisti, professionisti, casalinghe, ammiratori di Emilio Fede e di Umberto Bossi, corrisponde ad un insulto. Dire “comunista” è l’intendere la presa di posizione opposta. Antitesi, tuttavia, di una realtà innegabile che i cacciatori di “negri” confermano: la rinascita di un fascismo qualunquista e violento su cui i lacchè berlusconiani stanno soffiando con impeto.

da leggere ascoltando: I Ministri, Diritto al tetto

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Published in: on 12 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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