Biciclettando per le terre di Federico

Please, enter (St)

Foggia – SOTTO il sole del Tavoliere, l’area verde ed azzurra che, un tempo, dovette essere orgoglio dell’imperatore Federico e sollazzo degli Angioini, pare ancora più piana del reale. Sterminata. Tanto grande quanto grande doveva essere il fascino che esercitava, nel Medioevo, agli occhi increduli e sbigottiti di nobili e filosofi, di Santi e camminatori, di tentati e tentatori. Siamo grossomodo in località San Lorenzo in Carmignano. UN nome glorioso. Che, quasi quasi, provoca qualche brivido. Scava che ti scava, i proprietari delle villette semi-abusive (se non altro per i ripetuti pugni negli occhi che sferrano alla decenza) sorte in queste zone, hanno trovato “ninnoli” fin troppo simili a reperti. Qualcuno li usa come ferma porte, qualcun altro le tiene negli spiazzi.

Spreco made in Foggia, dove l’urbanizzazione coatta e forzata impone la sua santa spada sulla spalla indignata della Storia meno recente. E’ vecchio, il refrain. Ergo, inutile.

IL PANTANO CHE FU. In quella piana depressa, compressa fra strade e raccordi, fra ferrovie e piloni grigi in costruzione, in quella piana dove vagò il cuore di Re Enzo, il sole del Duecento, ma anche qullo del Cento, del Mille e chissà di quanti altri secoli e millenni addietro, si rifletteva sulle acqua del Pantano. A dirla così viene da pensare ad una pozzanghera laida e fangosa, popolata d’insetti e null’altro. Ed invece era lì che, con tutta certezza, il Puer Apulie, lo Stupor Mundi, il Saffenkoenig – come l’aristocrazia illuminata tedesca aveva ribattezzato Federico, il Re dei Preti – dava sfogo ai suoi ozi. Nella domus solaciorum dauna, in quell’angolo così simile ai sollazzi siciliani e tanto arabeggiante. Lì, la proiezione fisica del potere, tutta federiciana, s’allentava in una morbida estetica del gusto. Intellettualmente stimolante e così bella che, ancora durante il regno di Roberto D’Angiò, malgrado le costruzioni sveve stessero cadendo in rovina, nobili e non solo, rischiavano la pelle per cacciarvi anche solo una volta. Si narra, lo dice anche Hasselhoff, che lo stesso Tommaso d’Aquino, bramasse sostarvi anche solo per un tempo limitato. Per vivere lì, circondato tra le mura fatte erigere dall’Imperatore morto a Fiorentino, anche solo una parte del suo tempo di pensatore. Fra la fitta vegetazione popolata di daini ed uccelli, animali selvatici, con tante piccole isolette su cui si ergevano le più modeste case della servitù della corte itinerante dello Svevo.

IL TRATTURO. Di quella poesia perfetta, non resta che un modesto abbozzo di natura. Tanto più adesso che, qualche intempestivo intervento umano, l’apertura delle paratie della diga di San Giusto, l’otturazione dei canali della bonifica, hanno ostruito il defluire delle acqua al mare. Ed eccolo ritornare quel pantano che fu gloria del passato. Piantato nel grande prato, ormai spoglio, Masseria Pantano deruta come sfondo patetico, anche una parte del tratturo ciclabile (per quel che ci interessa qui) che unisce Foggia con il santuario dell’Incoronata. In verità, per questa settimana, ci concentreremo su questo primo tratto, per focalizzare la nostra attenzione su questa parte di città che, appunto, va da Masseria Pantano alla circonvallazione cittadina.

La storia non si cancella: il Pantano (St)

5645 PASSI. L’imbocco del tratturo, al termine di Via Ghandi, è un sintomo, un preludio, una predizione di quanto regna all’interno. Piloni in cemento e rifiuti, carte svolazzanti come bandiere tese al vento che danzano nell’aria e s’afflosciano, in un caschè doloroso, fra gli steli delle margherite in fiore. Alte come persone, resistenti come partigiani urbani contro lo spadroneggiare edilizio. E’ un colpo di colore, una botta di vita che risponde il suo al degrado. L’ambiente è pasoliniano. Palazzine di periferia stanno a braccetto con cantieri esfolianti. Stradoni più inutili di un freezer al Polo Sud. Un cartello, forse l’unico suppellettile attualmente in buono stato di conservazione, recita le rime dei tratturelli: Foggia-Ordona-Lavello e Troia-Incoronata. “Lunghezza Km 10,50=Passi 5645”.

A due colori (St)

TERRA DEL FURTO. Poi, ad eccezione di un primo tratto discreto, allungato come una lingua grigia tra erbe e fiori, un panorama che, a destra come a sinistra rende orgogliosi di vivere in pianura, senza pendii a fare ombra ed a provocare asma d’ansia e costipazione, la catastrofe. Quel che è natura, e che lo sarà ancora per poco, dato che, proprio in questi pressi, è in costruzione l’ambiziosa Cittadella dello Sport, progetto all’interno del quale, per oscuri misteri edilizi foggiani, svettano anche due strutture residenziali (c’è da dire che, nei pressi, c’è un invenduto da far accapponare la pelle), si riduce a brandelli. Non più i pesci e gli uccelli, i daini e le cicogne (da qualche tempo avvistate in queste zone), ma scarti. La bici la prendi e la lascia. Si è costretti a salire e discendere. Ci starebbe bene, qui, un tragitto con i fiocchi. Ed invece è sterrato, dossi e fossi e sassi. Le guaine dei cavi trafugati da tutta Foggia e provincia, eccole finire qui ed esservi cremate in un atto che nulla ha di religioso. Se lo ci si ferma ad ammirare, e lo si fotografa, crea un contrasto che fa spettacolo ed insieme tristezza. Il verde dei campi, l’azzurro dell’acqua, il bianco e nero delle ceneri. E’ un odore acre di fumo. I cavi sono stati appena bruciati, il lavoro è recente. E’ sapore della beffa. Insieme, scarti di mattoni foratini, mobili da bagno, rimasugli di cucine in disuso.

QUELLA PROSTITUTA DI MATTONI. Tornando verso la città, Pantano sbattuta in faccia, sbilenca ai bordi della visuale, pare una prostituta dal rossetto sbavato e truccata capestramente, frettolosamente, indegnamente. La pista-tratturo-strada-sterrato-chissachediamineè è un sentieri di guerra. Le lucertole sgusciano , rapide di fronte alle ruote gommate. Ti scortano, come volessero avvertirti: “Non andare oltre”. Ogni quattro, cinquecento metri, bisogna scendere. Una bici da passeggio, di quelle classiche, non potrà, in queste condizioni, avere l’onore di percorrere questo straccio di città. Che, tra l’altro, visto l’utilizzo non deve neppure essere particolarmente sicuro. Di certo, non è strada da crepuscolo o da mattina presto. Figurarsi di notte.

Paesaggio pasoliniano (St)

INFINE, IL CANTIERE. Ed allora monta la rassegnazione consapevole che sì, violenza è anche questo. Questi pneumatici abbandonati a decine tra il fogliame, questi cavi di plastica, questa mobilia, questo legno che, a sua volta, dovette essere albero di chissà quale altro pantano, in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Alla fine, passo dopo passo, si sbuca nei pressi di un cantiere. La terra non è più terra, ma per metà asfalto, per metà terriccio. battuto per consentire ai camion di caricare e scaricare. Probabilmente nel mezzo di questo parco che non è più Pantano, non è più dimora imperiale, non è più neppure se stesso.

[Con la fattiva collaborazione di Tony Dembech, associazione Cicloamici di Foggia]

STATO QUOTIDIANOhttp://www.statoquotidiano.it/15/04/2011/biciclettando-nelle-terre-dello-stupor-mundi/46510/

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Corso Garibaldi, Foggia… “Lasciate ogne speranza voi chi pedalate”

Il cartello dov'è? (Stato Quotidiano)

Era una volta una striscia di cemento ed asfalto cromata di rosa salmone. Un pezzetto di aria pura fra case diroccate, autobus troppo vicini ai marciapiedi, qualche cinema in frantumi, pizzerie dalle gestioni ciondolanti. Era uno stralcio chiaro di diritto sostenibile, una rivendicazione di diversità contro il monopolio crescente dell’auto. Era uno sforzo di essere, senza esserlo sul serio.

Foggia provava ad acquisire un tocco di serietà metropolitana mentre operai insolenti le mettevano le mani addosso tingendola di nuovi colori. La pista ciclabile di Corso Garibaldi è diventata, al contrario, l’esempio opposto. La democrazia mobile posta a servizio dei baroni rombanti, tramutata in oclocrazia delle gomme e della plastica inconsistente dei paraurti. È quel che sarebbe voluto essere e non è mai stato. Una progettazione (anche se breve) finalmente razionale, in una città che, la ragione, l’ha avuta seppellita sono mucchi informi di appalti lascivi, inconsistenti urbanizzazioni. E poi case, case e case. Vuote o piene a metà; palazzine tristi come tristi sono gli alberi immaturi e spogli affogati nel grigio delle mega periferie urbane. Un tocco di tronco fra tantissima desolazione.

Corso Garibaldi. In mezzo, in teoria, la strada. Una corsia per le automobili, una corsia riservata a taxi e mezzi pubblici urbani. Ai lati, come bretelle, un ampio camminatoio, bello come pochi altri in città, con alberi e fiori in primavera. Le corsie ciclabili sono al liminare del marciapiede, non più terra di marcia, non ancora strada. Due corsie, marciapiedi opposti. Una, la prima, che parte da Via Capozzi ed interseca Corso Garibaldi, può essere percorsa unicamente in direzione Palazzo di Città; la seconda, all’opposto, si conclude in Via Fuiani.

Antonio Dembech, che ci accompagna nel vagone delle opere incompiute, presidente della volenterosa associazione dei Cicloamici (quanto è duro essere ciclisti a Foggia…), non dubita che, questa, sia “la migliore delle opere ciclabili disegnate ed immaginate dalle amministrazioni”. Tranne che per il fatto di essere isolata, binario morto in mezzo al deserto. Una pista che non è sicuro che inizi ma che, di certo, finisce. Una lingua sottile e breve che non si raccorda con altre piste ciclabili. Tre, forse quattrocento metri di nulla. Viavai, vasconi oziosi che non sono né ad uso né a consumo dei ciclisti. Anzi, tanto poco considerata che, ad un certo punto, qualcuno vi ha anche rimosso il segnale che ne indicava la presenza. Nessuno dei due sensi di marcia inizia con un avviso. Neppure Dembech sa spiegarselo. Racconta di una storia incerta, di quando “abbiamo segnalato alle istituzioni questa mancanza, questa rimozione” che “ci ha fatti dubitare sull’esistenza o meno della pista ciclabile”.

Che invece c’era. Precisamente, c’è ancora, anche se bisogna affidarsi ai nasi fini. Va intuita fra il selvaggio pullulare di verdi metallizzati, grigi cromati, neri inzaccherati, gialli sporcati. In verità, la parte che sale verso il Palazzo di Città, non fosse per ‘improvvisa ed improvvida interruzione, sarebbe anche in decenti condizioni. Giova il fatto che la mobilità automobilistica si concentri sull’altro fronte. Un parcheggio fuori norma rischierebbe di intasare irrimediabilmente il traffico. Eccola, pertanto, libera e sgombra, frequentata da ciclisti e da una carrozzella. Si va, si scorre. Tranquilli tranne nel punto in cui, d’un tratto, una spezzata l’incrocia con la strada. Più che gli automobilisti, sono i fossi, veri e propri crateri, a destare preoccupazione. Ogni qualvolta il cielo decida di regalare abbondanza di precipitazioni, s’ingigantiscono quelli presenti e se ne aprono di nuovi, facendosi varco fra l’asfalto cedevole.

Ma è l’altro fronte, quello opposto, ad indurre a male parole i ciclisti. Nessuna segnalazione, un giornalaio che la usa come terreno solido per ta tze bao e cassette di riviste. Ogni metro un ostacolo. Contiamo 22 auto in sosta nel volgere di poche centinaia di metri. C’è chi è a prendere un caffè, chi fa un salto in banca, chi va in cerca documentazione per le stanze del Comune. Nessuno, di 22, accende neppure le frecce d’emergenza. Due ruote sul marciapiede sulla pista ciclabile) prima violazione al Codice della Strada, due ruote giù dal marciapiede, comunque in sosta vietata (e sono due violazioni in una). Di conducenti non c’è ombra. I pochi centimetri di larghezza non hanno modo di esprimere la loro funzione. È come il corpo di un atleta in un vestito troppo largo: lascia all’immaginazione. Dembech c’ha fatto il callo e non si scandalizza. Con lui, la figlioletta. Va in bici, casco in testa e manco l’idea di essere realmente altro rispetto a quei motorizzati sprezzanti. “È così tutti i giorni”. In effetti, ci torniamo più volte, a più orari. Ed il panorama cambia di poco. Va meglio soltanto la domenica, scuole chiuse ed esercizi commerciali a riposo.

Proviamo a fermare un Vigile Urbano che, alla richiesta di spiegazioni, fa segno che non ha tempo da perdere: “Non so che dirle, provi lei a dirglielo”. Ci arrendiamo e, onde non urtare la sensibilità, evitiamo di dire che lo stipendio, nelle loro tasche, entrerebbe apposta. Più in là, una signora in macchina, finestrino abbassato, ci prende a male parole: “Là è isola pedonale, qua è pista ciclabile, là è divieto di sosta. Che dobbiamo fare per prendere i soldi al bancomat 5 minuti? Andare sulla luna?” (Traduzione dal dialetto stretto e mondata da ingiurie) Proviamo ad insistere, a dire che lì è anche zona rimozione, che lei non avrebbe piacere se qualcuno parcheggiasse sul suo balcone.

Un camion sulla pista ciclabile (St)

Peggio. “Andate a lavorare”. Appunto. Un uomo, più avanti, ha appena messo l’allarme centralizzato, che noi segnaliamo l’infrazione. “Un caffè, sono sveglio da stamattina. Tanto non passerebbe nessuno comunque. Sono tutti parcheggiati sulla pista ciclabile”. E sorride, affabile. Come dire: uno più, uno meno non sarà causa di finis mundi. C’è anche un camion. È fermo da mattina presto. Tutto il giorno, tutti i giorni. C’è anche un coraggioso che zigzaga fra le auto. Non si arrende. “Non vado sulla zona pedonale perché questa è la zona su cui devo stare”. Stoico.

[Piero Ferrante con la collaborazione fattiva di Tony Dembech, presidente dell’Associazione Cicloamici Foggia]

Puntata prima del reportage sulla mobilità sostenibile foggiana. Th Stato Quotidiano (http://www.statoquotidiano.it/11/03/2011/43938/43938/)

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