Isole ecologiche, queste sconosciute

(In)Terra... nera (Ph: Roberta Paraggio, St)

Foggia – OCCORRE una mattinata in auto per spaccare tutta Foggia. Nel ventre del capoluogo, si annidano, oggi, trenta isole ecologiche. Teoricamente, una delle strade percorribili per la risoluzione del problema della spazzatura emersa. Ma, al momento, soltanto una grana in più per Amica. La controllata del Comune di Foggia, le cui difficoltà vanno acuendosi con l’evolversi delle vicende giudiziarie, non ha né soldi né mezzi per fronteggiare la sperimentazione delle isole ecologiche interrate. Una sperimentazione nata nel 2006, anno in cui il sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, accompagnato in pompa magna da assessori e dirigenti comunali, diede lo start definitivo al progetto che, a ben leggere, doveva essere il fiore all’occhiello della giunta di centrosinistra. La tecnologia Gemini 3, la più sicura ed ecologica in produzione un lustro fa, avrebbe garantito l’assorbimento del materiale di una città che nel 2006 si attestava ad una differenziazione del 7% appena.

DAL 7 AL 9% – Come sappiamo, in cinque anni è cambiato poco o nulla. Nel 2011, il centro più grande del Tavoliere è fermo al palo. La differenziata, l’anno scorso, si è arenata al 9%, uno dei risultati peggiori in Italia e la cittadinanza è in preda ad un furore da rifiuto che non aiuta alla risoluzione del problema. Manca la preparazione, manca l’educazione, manca soprattutto un piano tale da consentire ad una popolazione di 150 mila anime di conferire nei luoghi, nei modi e nei tempi giusti.

2.5 MILIONI – Per la creazione delle trenta isole ecologiche, Corso Garibaldi, grazie al concorso della Regione Puglia ed alla ricezione di fondi dell’Unione Europea, investì 2.5 milioni di euro. Mica spiccioli. La stessa somma promessa dalla giunta vendoliana, oggi, per far funzionare una corretta raccolta porta a porta (ma i soldi, al momento, non si sono ancora visti). Ovvero, quel sistema che l’isola ecologica si prefiggeva di superare.

“IL SISTEMA PIU’ MODERNO DEL MONDO” – Quel finanziamento a pioggia cadde proprio nel cuore del più arido dei deserti. Le tessere, necessarie per il funzionamento delle macchine, si persero. Prima erano troppo poche, poi divennero troppe, infine si configurarono come introvabili. La comunicazione istituzionale fu carente ed estremamente riduttiva. “Il più moderno sistema di raccolta differenziata dei rifiuti presente a livello mondiale”, come lo definì Amica attraverso il suo portale web e gli opuscoli distribuiti – quelli sì – a migliaia, si impantanò in un fango appiccicaticcio.

La differenziata delle isole ecologiche (R.P, St)

LE PRIME DENUNCE – Non passa infatti neppure un anno che, alla fine di luglio del 2007, la prima protesta scuote il ventre ambientalista. Wwf e Legambiente, di fronte al cattivo funzionamento della distribuzione delle card, insorgono. Prendono carta e penna e redigono una lettera al curaro contro Amica e l’amministrazione: “I cittadini – scrissero – non hanno mai compreso a cosa servissero questi cilindri d’ acciaio apparsi all’ improvviso come funghi nelle vie cittadine. Molti li hanno studiati invano per lungo tempo e qualcuno, avendo intuito che in qualche modo fossero inerenti ai rifiuti, ha cominciato a riempirli di cartacce, cicche o altri simili scarti. Un’ altra triste storia dunque di spreco di denaro pubblico”.

SMEMORY CARD – Già, le card. Nei famigerati depliant illustrativi, l’Assessorato all’ambiente del Comune di Foggia, non solo ne alludeva alla presenza, ma specificava, con chiaro riferimento, la loro imprescindibilità rispetto al funzionamento dell’intero sistema. “Queste unità – si leggeva – verranno utilizzate dal cittadino, per il conferimento dei rifiuti da differenziare, mediante l’ impiego di una personale memory card. Scopo della card è quello di seguire il conferimento di carta, cartone, vetro e plastica di ogni singolo utente attraverso una serie di dati di volta in volta immagazzinati dalla card e di riconoscere all’ utente diligente un premio per conferimenti di questo tipo, inteso come riduzione percentuale (da stabilirsi) della quota annuale sul rispettivi tributi ovvero, in alternativa, al quartiere/circoscrizione più meritevole un benefit spendibile, per esempio, sotto forma di acquisto di beni d’ arredo o di quant’ altro utile per la collettività”. Insomma, una strategia bella e conclusa, con tanto di premialità. Forse, il limite stette in questa utopia priva di fondamento. A sei mesi dalla denuncia di Tonino Soldo ed Enzo Cripezi, che a Foggia sbarca Striscia la Notizia. Gli inviati Fabio e Mingo documentarono tutto e lo proiettarono agli occhi di milioni di Italiani. Di fronte alle telecamere di Canale 5, Elio Aimola, padre padrone di Amica, promise interventi nell’immediato tanto che ai primi di gennaio 2008, alle sei circoscrizioni foggiane (oggi ridotte a tre), vennero ripartire 7500 card. Ancora una volta fu molto fumo e niente arrosto. Pochissimi foggiani scelsero di recarsi nelle sedi delle circoscrizioni. Soprattutto, non tutte le famiglie trovarono la card e si videro ripetutamente respinte. Malgrado ciò, la municipalizzata non ce la fece a gestire il servizio. E nel 2010, nel cuore dell’emergenza rifiuti, si ebbe il primo incendio di isola ecologica. Ad essere incenerito fu il cilindro di Via dell’Arcangelo Michele, in zona Macchia Gialla, non distante dalla chiesa di San Pietro e a pochi metri da un parco strapieno di bambini.

LE ISOLE – E, nel più classico dei giochi al massacro, passata appena l’emergenza urlata della scorsa primavera, Foggia oggi continua a non poter usufruire di questi depositi. Stando alle cifre fornite a Stato Quotidiano dal gabinetto del Sindaco e provenienti da Amica, delle 30 isole, sarebbero non ripristinabili o da ripristinare soltanto sei. Le restanti 24, dunque, in teoria sarebbero usufruibili. Ed invece, niente di più lontano dalla realtà.

L'isola incendiata in Via dell'Arcangelo Michele (R.P, St)

PRIMA CIRCOSCRIZIONE – Annovera sei isole ecologiche interrate, di cui una (in Via Ciano, nei pressi di Via Iconavetere) appartenente all’ex prima e le restanti 5 facenti parte della vecchia sesta circoscrizione urbana del capoluogo due in Via Giuseppe La Torre, una in Viale Giotto, via Petrucci, Piazza Aldo Moro). Ufficialmente, sarebbero funzionanti, non destinate a lavori di manutenzione straordinaria, né manomesse in alcuni modo. E l’impressione, in effetti, è quella. Ovvero, lo stato – per lo meno l’impatto estetico – è tutto sommato discreto. Chiaramente, è ancora troppo poco. Non c’è, per esempio, un criterio preciso che ha permesso l’ubicazione di due distinte isole interrate nella periferica Via Giuseppe La Torre, periferia foggiana di nuova costruzione, costipata fra Via Rovelli e Via Lucera. I due cilindri, abbandonati nel cuore della selvaggia estate foggiana, sono spenti. I led che indicano la capienza non danno segnali di vita. Soltanto, lampeggia sul corpus metallico una luce rossa. Ovvero: rifiuti in smaltimento, attendere. In verità, sono andate in tilt come due flipper sballottati da un giocatore nerboruto. Tanto che, trovandosi a passare, una residente conferma che, alla faccia dei proclami e di due presentazioni ufficiali, non c’è memoria, nel quartiere, del funzionamento di queste “diavolerie”. Cambia panorama, ma non la sostanza. Muovendoci nei limites della circoscrizione numero uno, sono inattive e senza speranza alcuna le isole interrate di Via Ciano, Via Petrucci (estremo lembo di Candelaro) e Viale Giotto. Sono pulite ma senza alcun cenno di attività. Al contrario, c’è sporcizia in Piazza Aldo Moro. Nel più centrale degli spazi di conferimento differenziato, infatti, diverse buste sono ammonticchiate alla base, creando un colpo d’occhio tutt’altro che piacevole. In zona, in una città che torna a ripopolarsi, bambini in bicicletta, tate a spasso con i carrozzini, badanti in accompagnamento e ragazzetti di quartieri alle prime sigarette segrete. Tutti, insomma, ma nessuno che denunci. Al contrario, i pochi cassonetti sono pieni ed emanano cattivo odore.

L'isola ecologica di Piazza Padre Pio (R.P, St)

SECONDA CIRCOSCRIZIONE – Ma se Sparta piange, Atene non ride. La seconda circoscrizione, che assomma i territori che furono, in parte, delle vecchia 2 e della totalità della 3, ha problemi anche peggiori. Otto isole, due (fonte: Amica) da ripristinare, una sommersa dalla spazzatura ed un paio con tanto di cartelli di ammonimento redatti dalle popolazioni imbufalite. Discrete (ma, chiaramente, non funzionanti), quelle di Via Gino Acquaviva, Via Caracciolo (Chiesa di san Giuseppe Artigiano), Via Manerba (zona Macchia Gialla), Via Giustino Fortunato (zona stadio) e Via D’Addedda. Va molto peggio, invece, a quelle più centrali. Concentrate nell’arco di poche centinaia di metri, i tre “atolli della mondezza” di Viale Michelangelo, Piazza de Gasperi e Piazza Padre Pio, sono il risultato di una evidente stratificazione di un’inciviltà del sacchetto selvaggio che ha pochi eguali. Nel primo caso, l’isola ecologica è a pochi passi dalla sede della Biblioteca Provinciale. Da sempre giace in condizioni di abbandono. Ci sono periodi dell’anno, confessano a Stato un paio di residenti, in cui le buste invadono il marciapiede e il perimetro di una fu (ma molto molto fu) aiuola verde attualmente ridotta a zero. Spento il led di segnalazione, nessuna luce lampeggiante, il cattivo odore si avverte senza pietà, in spregio al fatto che dovrebbe trattarsi di materiale inodore. Giusto lì accanto, una fiorera in pietra è divenuta un naturale cestino. Viva la creatività. Selve di lattine di bibite gassate fanno capolino, adagiate su un terriccio multicromatico di buste in plastica e bottiglie in vetro di birra e vino. In Piazza De Gasperi, le buste sono adagiate, in piccola misura, a terra. A scoraggiare gli sporcatori, un tragicomico avvertimento in prima persona. “Chiedo la cortesia a tutti coloro che abitano in zona di non lasciare sacchetti con plastica, vetro e carta a terra nella zona dell’isola ecologica: sporcheremo inutilmente perché non saranno riciclati ma finiranno in ogni caso nella spazzatura indifferenziata. Sforziamoci noi di mantenere pulito questo spazio dal momento che chi lo dovrebbe fare non lo fa”. Scoramento che, invece, non è riuscito ad un secondo foggiano, anch’egli predicante dalle pagine di un A4, in piazza Padre Pio. La spazzatura attanaglia l’isola e sfora nei giardini retrostanti, vola con il soffiare del vento. Bottiglie in vetro, tante, plastica ovunque, anche solido urbano. L’aria è irrespirabile, il tanfo è tanto. “Amica non ha più gli occhi per piangere, la differenziata facciamola noi”, ammonisce il messaggio, strappato in parte senza aver trovato adepti.

TERZA CIRCOSCRIZIONE – La sterminata terza zona urbana (riunisce le ex numero 4 e 5 per intero), periferica, accalorata, abbandonata finanche, è puntellata di isole ecologiche. Sedici in tutto, secondo Amica, solo tre da ripristinare ed una impossibile da recuperare. È quella, già menzionata, di Via dell’Arcangelo Michele. Data alle fiamme un anno fa (era il settembre del 2010), è ancora oggi arsa e fuori servizio. Potrebbe essere considerata il simbolo vivo (morto?) e pulsante del fallimento di una strategia ben pensata ma malissimamente impostata. È un epitaffio alla memoria di tutti i fallimenti della Foggia recente. Da un lato, di una politica incapace di progettare e controllare; dall’altro, di una cittadinanza che, avulsa dal concetto di diritto, non ha trovato appieno il bandolo della matassa del vivere sano e collettivo. Bruciacchiati sono anche il cartello del Comune indicante l’ubicazione dell’isola e tre cassonetti destinati alla raccolta del solido urbano. Spostandosi di poco, la situazione non muta. Come in un gioco matematico di combinazioni di fattori in cui, uno dei due, sarà sempre zero. Ed allora l’area di Via Fares è un deposito di buste e finanche di vestiario e scarpe, sebbene possano essere utili e sebbene, nei pressi, in vista, c’è un cassonetto giallo di quelli della Caritas. Quella di Via Berlinguer (forse la strada più sporca dell’intera città, con la sua mini discarica personalizzata di elettrodomestici e ceramiche da bagno) è ridotta in stato pietoso, con i cilindri che sono stati addirittura forzati. Il led non è funzionante, addirittura dalla centralina sono stati strappati i collegamenti. Spostandosi verso Est, è un continuum di led spenti, lucine impazzite, tilt evidenti. Nessuna isola è stata mai svuotata. In Via Saragat (non distante dallo Zaccheria), accanto all’isola due bottiglie di whiskey ed una siringa. Il cerchio si chiude in Via Martiri di Via Fani, isola numero trenta cui giungiamo. Come un segno del destino, accanto ci sono due uomini. Uno cura il verde, un altro maneggia una scopa. Chiediamo lumi sulle isole. Attorno al bidone vi sono diverse buste che giacciono. Dice che non gli compete, con fare risoluto. Nel frattempo, alle nostre spalle, transita un camion di Amica. Tira dritto. Da queste parti si attende l’emergenza. Poi, eventualmente, si vedrà come fare.

da Stato Quotidiano, 5 settembre 2011

L’amico che tutti inseguono col bastone

DICEVA qualcuno, ed ormai siamo giunti nel campo della manualistica popolare, saggezza che cela sempre un fondo di verità, che a pensar mano si turbano le leggi di Dio ma che, per lo meno, si finisce per azzeccare.

Sulla Bio Ecoagrimm, poi, i pensieri malevoli sono ben più di qualcuno. Siamo di fronte ad una massa immane di denunce, accuse, reportage, video amatoriali, pezzi giornalistici, comitati spontanei sorti contro la ditta della famiglia Montagano. Una strana razza di imprenditori, i Montagano. Saltano da un circuito pubblicitario all’altro, rimpallando di televisione locale in televisione locale per apparire “amici” della popolazione. Peccato che, ormai da quattro anni, né i lucerini, né tantomeno le amministrazioni del centro adagiato all’ombra della torre della Leonessa, hanno trovato motivi di che instraurare intimità amicali con Stefano Montagano e parenti.

A circa una settimana di distanza dalla tragica vicenda della sospensione idrica, che ha lasciato Lucera a bocca asciutta per cinque giorni (15-20 marzo), con ovvie e normali ripercussioni sulla quotidianità, scene da dopoguerra, con lunghe file alle fontane pubbliche, la questione è più che mai aperta. Anche perché, quella fra popolazione e famiglia Montagano è una battaglia che non conosce tregua. Con tutta ragione per i primi.

Foto dall'alto (luceraweb.it)

SCATTI AEREI – Le fotografie aeree diffuse in questi giorni mostrano una verità di un’ovvietà disarmante. Un tratto dell’Acquedotto pugliese, un’azienda di rifiuti, una fine non scritta ma naturamlente intuibile. Perché sovraccaricare d’un peso eccessivo un tubo come quello dell’Aqp significa firmare la condanna alla sete di una comunità intera. Non si può credere d’incidere su un corpo in maniera costante e ripetuta senza che, prima o poi, questo corpo, in un modo o nell’altro, reagisca. E, quando la reazione è la frattura, ne consegue quel che è accaduto a Lucera. E’ un principio fisico elementare.

Quindi, ricapitolando: L’Aqp ha una condotta che passa in contrada Ripatetta, sulla condotta, in corrispondenza di una cava dismessa, si crea una montagna di mondezza, l’Aqo ed il Comune di Lucera, malgrado le denunce degli organi d’informazione e dei residenti, non si accorgono di nulla o giarno la testa dall’altra parte, la mondezza frantuma la resistenza del terreno e squarta il tubo, Lucera si arrangia. Nel giro di cinque giorni, vengono distribuite 15 mila sacche per un totale di 75 mila litri di acqua potabile a cui si aggiungono almeno 200 trasporti di autobotti per un altro milione e 800 mila litri forniti alla popolazione. Sono cifre snocciolate da Dotoli durante il Consiglio Comunale di lunedì scorso e diffuse dallo stesso Acquedotto. Disagi che Montagano, ora, potrebbe pagare caro. L’incidente è la più classica delle gocce per il vaso stracolmo. Ed ora, dal Tribunale di Lucera, riprendono a girare le carte bollate. Dotoli stesso ha confermato che è in corso un’inchiesta. Un’altra, a carico degli imprenditori mondezzari, per chiarire alcuni importanti cuius. Qualora fosse necessario, Palazzo Mozzagrugno si costituirà parte civile. In più, si dice pronto ad entrare in eventuali class action.

Certamente, Stefano Montagano dovrà rispondere di come ci siano finiti lì quei rifiuti “particolari”. E c’è da giurare che anche la cittadinanza attiva, che da anni si batte contro l’impresa, rialzerà la testa. Tanto più perchè, attorno alla ditta in questione, sono sempre circolate una marea di voci. Prima fra tutte, quella di un intenso traffico di rifiuti nmon precisati che giungerebbero qui direttamente dalla Campania.

Camion verso Ripatetta, incrocio San Giusto (C.G., St)

Su un giornale lucerino, Adesso il Sud, Pasquale Trivisonne, scriveva un paio di anni fa: “Nonostante le denunce e le segnalazioni agli uffici competenti, nulla è stato fatto, e il traffico di camion puzzolenti che arrivano soprattutto dalla provincia di Napoli e Caserta aumenta sempre di più“. Il fatto che nessuno potesse provare questo traffico, scoraggiò sempre qualsiasi azione. Ora, a Stato Quotidiano, sono state inviate fotografie da parte di un cittadino. Segno che qualcosa si muove. Le fotografie sono state scattate qualche mese fa ed immortalano un traffico di camion verso località Ripatetta.

Il nostro lettore ci confessa di aver seguito i convogli nottetempo e di aver scattato foto servendosi di un telefono cellulare di ultima generazione. Motivo per cui risultano leggermente mosse. Salito in macchina, ha atteso che i convogli entrassero in agro lucerino e, dunque, seguiti. “Ho la certezza – ci dice – che quei camion provenissero dalla Campania. Non solo perché, dall’evidenza della targa, risultava questo. Ma anche perché, già altre volte, mi era capitato, anche con l’ausilio di alcuni amici, di seguire le tratte battute dai camion”. Chiaramente, “non tutti i camion che entrano in territorio di Lucera vengono qui per scaricare rifiuti”, Ma “questi in particolare, come tanti altri, sì”. Le foto scattate, dice, si riferiscono al bivio che, da San Giusto, porta verso contrada Ripatetta.
Un’attività, quella dello sversamento, che ci viene confermata da molti residenti della zona.

I PRECEDENTI – Già nel 2007 all’azienda Ecoagrimm vennero posti i sigilli dalla Procura della Repubblica di Lucera, a seguito delle segnalazioni di abitanti della zona, di numerosi esercenti e delle RSU di sette aziende del circondario, che lamentavano, in una lettera-denuncia, la presenza di un tanfo “insopportabile che rende irrespirabile l’aria con conseguenti enormi difficoltà di permanenza nell’area e con pesanti conseguenze che incidono fortemente non solo sul benessere fisico, ma anche sui livelli di attenzione necessari per il lavoro svolto e sul rendimento lavorativo”. A seguito di quella sospensione delle attività (cui, l’anno successivo, ne è seguita una seconda), Montagano denunciò alla Procura della Repubblica di Lucera per reati in fase di accertamento tutti i Funzionari dei vari Enti firmatari dell’arbitraria, superficiale ed illegale azione di “sequestro preventivo dell’impianto”. Tanto che, dopo battaglie e minacce, il buon Stefano e la discussa Bio Ecoagrimm s.r.l. erano ancora lì.

Con la complicità della Provincia di Foggia che, in due diversi momenti, ha autorizzato, e con due diverse determine, sia lo scarico – nel torrente Vulgano – delle acque provenienti da eventi meteorici che impattano sulle superfici esterne dell’impianto (det. N. 377/2007), sia le emissioni in atmosfera di quanto proviene dall’impianto di produzione di concime agricolo (det. N. 1315/15/2008). Il tutto, con Valutazioni di Impatto Ambientale mai depositate e, verosimilmente, mai realizzate. Fu così che, nell’ottobre 2008, Palazzo Dogana, con il Preappennino ed il Tavoliere invasi dalle zaffate puzzolenti derivanti dall’azienda lucerina, provvide a ridurre a 83 mila le tonnellate annuali di materiali da trattare. Con tanto di indignazione da parte di Montagano e minacce di licenziamentii verso sindaci (minacciò, tanto per dirne una, il primo cittadino lucerino, Pasquale Dotoli, di citarlo in giudizio con una richiesta di danni pari a 13 milioni di euro), lavoratori ed amministratori. E minacce a giornalisti coinvolti nella vicenda.

link:Stato Quotidiano

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