A Peppino lo volevano bene tutti, anche le Pietre. Ma non Cerignola…

La piazza cerignolana come appariva con il murale. Guardiamola, osserviamola. Con il suo sapore di antico ed il totem comunitario al centro. Un simbolo? No, piuttosto un sintomo. Un sintomo positivo, un virus finalmente attivo che non uccide. Ma, che pur contaminando, salva. Rimanda ai tempi degli spaccamattoni e delle carte in mezzo alla strada; delle bigiate a scuola e dei mondi che si incontravano…

“LO volevan bene anche le pietre”. Pasquale Di Gregorio non era uno scrittore, un poeta, un regista. Era un bracciante. Uno di quelli che, schiaffeggiato nella dignità dal sistema piramidale di stampo feudale, ebbe la fortuna di conoscere Peppino Di Vittorio. Era lui, il Peppino bambino analfabeta che leggeva il dizionario, il Peppino lavoratore tra i lavoratori, quello cui volevano bene tutti. Pasquale Di Gregorio lo disse con la semplicità degli ultimi, senza forzare le parole. Lo disse facendo appello al minuscolo campionario che aveva a disposizione. Bello, bellissimo perché puro. Tanto bello che, il suo dire umile è divenuto un vero e proprio epitaffio della memoria bracciantile.

LA MEMORIA – Già, la memoria. Un nastro smagnetizzato, un copione sgualcito, una fotografia in malora. Una medicina che non fa più effetto, un libro datato, un documento scaduto. Abbandonata in un cantuccio solitario, abusata in un’alcova di novità roboante e catodica, sostituita dallo scintillante mondo dello show business. Indebolita per il cargo che porta addosso: un fardello di esperienze di libertà e bagliore rivoluzionario, di lotte e di stridere di cingoli colpevoli. E tutti i suoi insegnamenti. La memoria è ciò che dovrebbe restare, ma che non resta più. È una pistola senza silenziatore. Cui il potere fa di tutto purchè non detoni. Gli scempi sulla memoria sono i più facili da attuarsi. Basta prescrivere un po’ di nulla: l’indifferenza, l’incuria, l’oblio, la dimenticanza. È l’unico caso fenomenologico in cui, nulla facendo, si può vincere. Pompei, che pure frutta denaro, è un esempio eclatante. Per lo meno, ma solo in quanto si tratta di Pompei, fa rumore. Per il nome che è più nome di un altro. Pompei è più nome di Cerignola. Cerignola. Un tempo “la rossa” di Puglia, per quel suo quasi naturale affidarsi al Partito Comunista, per quel suo credo che era diventato una tradizione sedimentata. Un’arteria simil-emiliana nel cuore del Tavoliere. La terra di Giuseppe Di Vittorio. Di Peppino. E, qui, si torna all’inizio.

LA RIMOZIONE CERIGNOLANA – Lo volevan bene anche le pietre. Ad odiarlo, oggi, sono gli uomini. E, per giunta, i suoi stessi concittadini. Da tempo e con foga bipartisan, le amministrazioni del centro del Basso Tavoliere, hanno proceduto alla declassificazione, quando non alla rimozione totale, della Festa del Primo Maggio. In concreto, privando Cerignola di un consistente pezzo del suo mosaico bracciantile. Di mezzo, anche la Cgil nazionale che, ingurgitando progetti ed idee, ha messo al bando le intelligenze locali. Come Gianni Rinaldi.

IL PROGETTO DI RECUPERO – È lui la mente, il cuore e le braccia del progetto di recupero del murale “Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno”, una sterminata opera pittorica realizzata nel 1975 dal Centro di Arte Pubblica Popolare di Fiano Romano, guidato da Ettore De Conciliis. In realtà, più che un monumento al valore, più che un memoriale dell’uomo, il murale è un vero e proprio manuale di storia contemporanea. Nessuna agiografia del sindacalista cerignolano, ma la mappatura popolare della Capitanata e dell’Italia del dopoguerra, raccontate attraverso vicende tristi e violente e attraverso un campionario di volti e di espressioni.

LA STORIA – Negli anni Ottanta, il murale, originariamente collocato nella piazzetta della stazione (oggi Piazza Municipio), venne smontato e rimosso, per far spazio alla ristrutturazione dell’area. Ma come in una storia senza lieto fine, non tornò mai più nella sua originale dimora. Tristemente, laddove era Peppino con le sue masse, oggi c’è il lucernario di un parcheggio sotterraneo. Insomma, un buco bello e buono. E, ancor più tristemente, laddove brulicava la vita, con alberi e panche, con i giovani che bigiavano ed i vecchi chiacchieroni al pomeriggio, oggi s’impone un blando piattume cementizio, la cui monotonia va ben al di là della sparizione del murale.

CI PROVO’ TATARELLA – Già, sparizione. Perché, per oltre vent’anni, dell’opera immane di De Conciliis non si è saputo più nulla. Puf! Scomparsa nel nulla, persa nel ventre molle (letteralmente) di una cittadina troppo persa a frignare dei suoi problemi per dar peso (e senso) alle ricchezze che le avrebbero permesso di emergere. Gianni Rinaldi (che ha messo su una pagina fb, “Salviamo il murale di G. Di Vittorio”, che conta quasi 500 iscritti) confessa che, stando ad alcune fonti, qualche tempo fa, l’allora sindaco Salvatore Tatarella (per inciso, missino), tentò un recupero. “Onde poi – chiosa mestamente – accorgersi, evidentemente malconsigliato, che era tutto inutile”. A metterlo in salvo, come qualche anno prima, furono alcuni operai, gelosi della storia che il quadro narrava. Dopo un altro silenzio dilatato nel tempo, la scoperta di Rinaldi, due anni fa. Guarda caso – ma realmente caso – nei magazzini comunali di Viale Sant’Antonio. Ovvero, nei locali della prima Camera del Lavoro cerignolana. “Quella di Peppino Di Vittorio”. Un segno del destino che, tuttavia, non basta ancora.

UN’OPERA IMMANE – L’opera è enorme, circa 130 metri quadri di superficie pittorica. Va da sé che, spezzettata e smontata, risulti letteralmente inintellegibile. Anche se, è certo Rinaldi, non irrecuperabile. E dice la sua: “I tasselli raccontano tante storie, ritraggono volti noti e meno noti, scene storiche spesso indipendenti l’una dall’altra. Per un contenitore culturale, una ricchezza di dimensioni spropositate. Se ne possono ricavare, nel peggiore dei casi, tanti diversi quadri, ognuno dei quali racchiude un pezzo di Mezzogiorno o, meglio ancora, un pezzo di Capitanata”.

COMUNE PADRONE – Ma ogni mossa non può che essere concordata con il Comune di Cerignola. Fu il Comune, oltre trent’anni fa, a commissionare la realizzazione del murale. Fu sempre il Comune a sceglierne la collocazione e a deliberarne lo spostamento. Ma sono state anche le amministrazioni (“di qualsiasi colore”, si lamenta Rinaldi) ad abbandonarlo. Malgrado tutte le difficoltà incontrate per superare i veti della Prefettura che nel 1975, aveva forti tendenze anticomuniste ed antipopolari. E, ancora oggi, Palazzo di Città è il proprietario dell’opera. Ma, fino ad ora, a parte il succitato Tatarella e qualche timido approccio di Matteo Valentino (grazie soprattutto all’opera di Franco Palumbo, assessore alla Cultura), l’Ente ha fatto poco o nulla. Antonio Giannatempo, l’attuale sindaco, non ha ancora preso una posizione. Né ufficiale, né ufficiosa.

E così la memoria, timidamente, aspetta. In attesa di poter ritrovare sé stessa, in attesa di essere ancora utilmente responsabile del presente e del futuro. In attesa di egemonizzare la bruttura debosciante alla causa della bellezza. Che, come disse Camus, è libertà.

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Nella tana del CECATO

Interno locale boss Mastrangelo 
 

Cerignola – “ABBIAMO sottratto la terra al giogo delle mafie; e, alle mafie (proprio mentre lo scorso 26 settembre 2010 i carabinieri del reparto operativo di Foggia, con i Ros di Bari e i militari della Stazione dei Cc di Monte Sant’Angelo catturavano il super latitante Franco Li Bergolis Arresto Li Bergolis), abbiamo sottratto il suo ruolo di deus ex machina, al sua pretesa di comandare, nel bene e nel male, le sorti dei lavoratori e del lavoro. Questo significa lottare tenacemente, credendo che, insieme, con gli sforzi di ciascuno, si possa migliorare questa terra. L’esempio di località Scarafone a Cerignola, quella che un tempo era considerata la peggiore delle cittadine della provincia, deve illuminare e far sperare che un’altra Capitanata è possibile”. Mimmo Di Gioia, referente provinciale della rete di associazioni contro le mafie, Libera, quando s’infiamma, è un fiume in piena. Mimmo ha anni di esperienza politica alle spalle, un curriculum di lotta all’illegalità diffusa grande così. Già ne ha passate più d’una, di tribolazione. Telefono intercettato, minacce. Una lunga militanza prima in Democrazia Proletaria, poi nei Verdi, infine l’approccio a Sinistra ecologia e Libertà. È con lui che ci siamo recati in contrada Scarafone, sabato 18, in occasione della vendemmia in quei terreni (quattro ettari e mezzo di viti) sottratti a Giuseppe Mastrangelo, alias “il cecato” uno dei boss più influenti della criminalità organizzata cerignolana.

PROFILO DI UN BOSS – LE TERRE CONFISCATE ALLA MAFIA – Coinvolto nell’Operazione Cartagine per omicidio, droga, associazione mafiosa ed estorsione, Mastrangelo è stato condannato a tre ergastoli. “Può tornare a nascere altre due volte”, ci scherza su Pietro Fragrasso, cooperativa Pietra di scarto. Una di quella che si occupa della gestione dei terreni. Oltre a quei terreni, una casa. Due piani, apparentemente anonima. Un cancello in ferro a chiuderne l’ingresso. Viti ed ulivi del basso Tavoliere a far da recinzione, da protezione naturale. Ora, reticolati e chiusure servono meno. Il terreno, dal 2008, è della comunità. Precisamente, appartiene al Comune di Cerignola. Prima la giunta guidata Matteo Valentino, ora quella di Antonio Giannatempo, hanno fatto di tutto per recuperare alla città questo pezzo usurpato. Ma nessuno, per lo meno a livello apparente, ci mette cappelli su. Attorno all’ingresso della dimora, da due anni, ci sono i sigilli della Polizia Municipale. Entrarvi è realmente difficile. Oltre che impedito. A terra, mucchi di vetri rotti. Verosimilmente, si tratta di quelli delle finestre. L’interno è una caterva di detriti, sanitari rotti, roba precipitosamente accumulata ed altrettanto precipitosamente abbandonata. Ma distrutta con certosina precisione. E metodica barbarie. Già, perché la sottrazione dei beni materiali, nuoce gravemente allo stato di salute delle mafie. Meno potenti e più fragili, senza cassa. Perciò, nello sfogo del momento, gli ex inquilini si son dati allo sfregio. Rompere per rendere inservibile, lasciando in piedi unicamente l’inutile. All’interno, comunque, ci sono ben visibili ancora i segni di una lontana frequentazione. Non è stato facile il lavoro degli esecutori giudiziari. Non è facile, ancora a distanza di due anni, capire effettivamente come recuperare uno spazio ben diviso ma malmesso.

GLI INTERNI: IMMAGINE DI GESU’ CRISTE E MADONNINE DEVOTE – A piano terra, quello che fu il soggiorno porta le ferite dell’ira. Restano ancora gli arredi. Un camino con qualche disegno fuliginoso, archi in mattoni a vista color del cotto, un divano ormai di sbieco. Mentre il pavimento è un ricettacolo, anche qui, di carte da gioco lacere, vecchi addobbi natalizi, ciarpame ammassato, gettato alla rinfusa in attimi che lasciano presupporre scompiglio. Accanto, superato un arco, un ambiente piccolo, verosimilmente la cucina. Non resta nulla di quello che fu l’arredamento originario. Soltanto, mestamente, un vassoio appoggiato su di un piano. Sopra, una bottiglia ancora aperta di menta e due bicchieri. Per un fotografo, una golosità, questo quadretto. Appena dietro, infatti, si apre una finestra, dalla quale è possibile vedere i grandi alberi dell’esterno. Tanta esplosione di vita all’esterno, tanta mortificazione all’interno.

Alle spalle del divano, nel soggiorno, una scalinata in ferro battuto porta al piano superiore. Siamo in quella che fu la zona notte della casa di campagna di Mastrangelo. Ogni passo sulla rampa è un groppo in gola. I muri, bianchissimi, scarni e senza vita. Non ci sono segni di quadri appesi. Le ragnatele nascondono gli angoli del soffitto. Terminata la rampa, un piccolo ambiente su cui si aprono tre porte. Una prima, esattamente di fronte, con un bagno tutto distrutto. Lapidario il commento di Di Gioia: “Nemmeno questo hanno risparmiato. Un classico”. In effetti la distruzione, a seguito di una confisca può derivare da due fattori. In primis, dalla necessità di riportare alla luce e disseppellire da nascondigli ad hoc, materiale che non si vuole caschi nelle mani degli inquirenti. In secondo luogo, per arrecare un ulteriore danni a tutti quanti suppliranno alla mancanza del vecchio proprietario.

NEL FUTURO: “PER NON ESSERE RICORDATI COME CITTADINI DELLA PEGGIORE DELLE PROVINCE POSSIBILI” – Subito avanti a noi, unici ad essere entrati nella casa, la troupe di Libera.it, televisione on line dell’associazione. C’è silenzio e nessuno si avventura sin lì. Oltre al bagno, water rotto a martellate e bidet rovesciato, due stanze. Una prima, ad ambiente quadrato. Un materasso in terra, due finestre ad inondarla di luce, un misero alberello di Natale che più che dare idea della festa, mette tristezza. E rabbia. Ancora una volta, la scena è la stessa. Le braccia della criminalità calate a frammentare l’ordine in una sommatoria di piccoli caos. Anche qui, carte da gioco, una bottiglia di birra vuota in un angolo, addobbi e suppellettili varie. Anche qui, nessun arredo vacuo. Anche qui, una lontana eco di vita. Ma solo lontana. La seconda stanza, invece, doveva essere la principale. Al centro, in risalto, un lettone matrimoniale che non c’è più ha lasciato il posto al nulla. La porta, ostruita nell’aprirsi da un cassettone. Tutti i tiretti, vuoti, sono aperti. Nel primo, un santino di Gesù Cristo a metà. Un’immagine sbiadita. L’idea, quella che concorre a creare qualche brivido alla schiena, è quella del covo dei grandissimi ricercati della criminalità organizzata, falsi devoti seppelliti di santini ed immagini di santi, Madonne e Figli di Dio immolato. Chissà, qualcuno, si chiede, uscendo dalla casa, se sarà misericordioso anche con i pluriergastolani.

pubblicato su http://www.statoquotidiano.it/03/10/2010/cerano-una-volta-i-boss/35287/

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