URLIAMOLO: “CHE VIVA ROSARIO LIVATINO”

“Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”. Rosario Livatino, quando vent’anni fa veniva ucciso dalla mafia, aveva 38 anni. Nando dalla Chiesa, in un libro, l’ha definito “il giudice ragazzino”, riprendendo le identiche parole, usate qualche tempo prima, con sdegno, da Francesco Cossiga. Carol Woytila, un “martire per la giustizia”. Paolo Borsellino lo anteponeva, nel pantheon della legalità, ad ogni magistrato; lo esaltava come l’icona antitetica rispetto al malaffare, in quegli anni rappresentato da una politica imberbe, collusa ed a tratti addirittura confusa con la malavita organizzata. Era, quella, l’epoca melmosa del cambio di sistema, della “normalizzazione” democratica: scosse di assestamento che, dopo il terremoto degli anni di piombo, del 1977, del 1985, erano celate con boati di rumore assordanti. Era il tempo in cui tutti ammettevano gli errori delle rispettive ideologie, finendo per fare il gioco dei vuoti di pensiero, della massificazione iper liberista. Eldorado per la malavita. Un turbine volontario per lasciare che la polvere delle stragi di Stato venisse tacitamente occultata sotto il tappeto lercio della ragion di Stato. Ed amen.

Una figura come quella di Rosario Livatino dovrebbe gloriare l’intera nazione. Più forti, invece, sono in questi giorni gli atti di un sindaco vichingo che schiaffeggia lo Stato brandendo stelle delle Alpi; più forte la scomparsa di una comica malconcia; nettamente più forti gli echi del gossip politico. Per non parlare delle celebrazioni urticanti e delle fanfare fanfaroniche messe su per festeggiare l’anniversario di una nazione che nazione non lo è mai stata, così indaffarata nei suoi particolarismi. Voci, suoni, rumori che già mettono a tacere solo l’ultimo degli “sgarri” perpetuato dallo Stato nello Stato ai danni di chi, con le azioni concrete e non eclatanti, sceglie di non stare al gioco. Già si è spenta la luce su Angelo Vassallo, un cognome che ne tradisce la vocazione, relegato in bieche, periferiche ed insulse commemorazioni funebri, quando, al contrario, ci sarebbe da far festa al solo pronunciarne il nome.

Ecco, i nomi. Ne scriveva Michele Serra su La Repubblica proprio qualche giorno dopo l’uccisione del Sindaco di Pollica: i nomi sono importanti, il concetto. Non cambieranno il mondo, certo. Ma il loro perpetuarsi terrà in vita le idee di chi quel nome lo aveva ricevuto come un dono naturale. Ed allora, vent’anni dopo, forse converrebbe tornare a scandirlo il nome di Rosario Livatino. Ricordandolo come l’iniziatore di Tangentopoli in Sicilia, il “ragazzino” capace di scompaginare un sistema consolidato ed incancrenito, come colui che, primo fra tutti, capì che per colpire le mafie, tutte le mafie, c’è da svuotarne le casse. Tranciarne connessioni politiche e finanziamenti.

Che viva, allora Livatino. Rosario Livatino. Che viva in quella caparbia volontà intrisa di sogni e fede di confiscare i beni a chi usava la terra – bella e maledetta come tutta la terra del mondo, così amica e così pretenziosa di cure specie dove l’acqua scarseggia – per riproduzione di tutti i mali del mondo. Come forma di predominanza dell’uomo sull’uomo. Peggio, del ricco sul non abbiente. Non era un politico, Rosario Livatino. Ma la sua idea era quanto di più politicamente efficace ci fosse.

http://www.statoquotidiano.it/22/09/2010/il-ragazzino-contro-il-sistema/34742/

Cerignola, uva Libera tutti

Ci sono giorni in cui il sole sembra che baci più forte gli uomini, le piante e gli animali; che inondi di luce la terra e le case e tutto il creato, per dare il placet di quel che gli si svolge sotto i raggi. Benedetti caldi di Capitanata, quando ti concedono il diritto di un posto di lavoro scevro dallo sfruttamento. Maledetti, invece, quando le schiene chine sottendono schiavitù; quando il sudore è la dichiarazione di resa al caporalato. Benedetto caldo di Cerignola. Campagna che fu la campagna della riscossa di un’intera classe di braccianti sotto la bandiera umile di Peppino Di Vittorio. In quelle terre, secche ed aride, oggi è nata una delle esperienze più interessanti della Capitanata. Il marchio è quello della rete di Associazioni contro le mafie, Libera. Cui si sono aggiunti quelli degli Enti Locali (Comune di Cerignola e Regione Puglia), della Cia, dei confederali (Cisl e Uil, oltre ad una Cgil che ritorna, in una terra storicamente “sua”, a riannodare il filo dei diritti). “Un grappolo di diritti” è l’iniziativa che ha preso corpo in località Scarafone sin dallo scorso 10 settembre, e che, in un sabato settembrino di fine estate – sabato che non è come gli altri, perché nell’aria rimbomba, sordo, il dolore per il rinvenimento dei cadaveri dei due africani alla stazione di Foggia – si è aperta all’esterno per farsi conoscere. Si vendemmia da quel giorno. Le viti abbondano di frutti. Fino a strabordare come una verde cascata appesa. I terreni sono stati confiscati alla mafia nel 2008: sei ettari in tutto, quattro e mezzo coltivati a vite. Per il resto un groviglio di stradine, qualche ulivo, sparuti fichi. Un casolare abbandonato, distrutto dagli ultimi inquilini, sentitisi defraudati dalla confisca. L’ex proprietario del piccolo feudo, il boss Giuseppe Mastrangelo, detto “il cecato”, sta scontando in carcere tre ergastoli per omicidio, droga, associazione mafiosa ed estorsione. In prigione, ce l’ha spedito Gianrico Carofiglio, che, ancor prima di donarsi all’editoria, mieteva vittime alla criminalità organizzata come pm antimafia di Bari.

Su queste terre liberate, restituite alla storia dalla giustizia dell’uomo, rese finalmente degne della loro bellezza, si è celebrata, alla presenza di stampa ed istituzioni, oltre che delle forze dell’ordine, la fine di un lungo incubo. Meglio. Si è consumato l’atto finale della restituzione al pubblico di quanto era giusto. Perché, ha esultato Pietro Fragasso, mente pensante della Cooperativa sociale “Pietra di scarto”, “Cerignola non dorme”; no, Cerignola di dormire non può permettersi. È occorsa una barca di tempo ed altrettanta fatica per districarsi della nomea di città dell’illegalità. Per uscire dal “cono d’ombra” paventato dal referente provinciale di Libera, Mimmo Di Gioia. Per scuotersi del torpore in cui i vari Giuseppe Mastrangelo l’avevano costretta. Cerignola, quindi, non più città di paura e pistole.

L’immagine, oggi, è diversa, quasi rassicurante. Sui terreni che furono bunker, chiusi al mondo ed all’occhio del cittadino, ostruiti e vietati dalla legge del più forte, oggi lavorano e riposano Cooperative di braccianti. In sei, questa mattina, riempivano le gerle. Mancava un elemento, due braccia in meno sottratte al lavoro, ma aggiunte alla causa della legalità. Uno di loro era a Castel Volturno, altra zona tristemente nota per gli eventi criminosi, per consegnare al Centro di Accoglienza “Fernandes” i prodotti dei vigneti della Capitanata. Gli stessi che hanno fanno capolino alle feste nazionali della Cgil e del partito Democratico. Gli stessi che, oggi, hanno viaggiato sino a L’Aquila. 19 mila cassette prodotte e smistate. E siamo ancora al dato parziale. Perché manca ancora tanto per concludere il lavoro. Ma non ci sono lacrime di terrore in contrada Scarafone. Si fatica sorridendo, qualche battuta in foggiano, qualche risposta in arabo. Dei sette, uno solo è italiano. Dei restanti, due sono rumeni (marito e moglie), quattro tunisini. “Lavoriamo tanto, ma ci mettono a posto – tirano un sospiro di sollievo”. Già, perché sinora l’Italia era stata una grande promessa mai mantenuta: “Solo trattati male, sfruttati, niente soldi”, dicono in coro. Poi, chi può, si ferma all’ombra a fumare una sigaretta. Oggi è un giorno di festa.

pubblicato su http://www.statoquotidiano.it/19/09/2010/libera/34548/

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