Il memoriale antimafia, la condanna a morte di Giovanni Panunzio. Il ricordo, 18 anni dopo

Giovanni Panunzio, vittima della mafia e del fango democristiano e socialista

Celebrerà don Luigi Ciotti. Per una  giornata, non il Presidente di Libera, ma un sacerdote come tanti. Come tutti. Sarà la sua voce a dir messa per Giovanni Panunzio, la vittima del silenzio, nella chiesa di san Giovanni Battista, sabato pomeriggio, alle sette.
18 anni dopo, Giovanni Panunzio, la sua memoria, il suo sacrificio, il suo nome, tornano a rivivere. 18 anni di rimbombi. Quei colpi di pistola che echeggiano ancora in Via Napoli, dove il costruttore foggiano cadde, freddato da quattro colpi, alle 22.40 del 6 novembre 1992. “O forse più”, dubitavano le cronache del tempo. Era a bordo della sua utilitaria, quando i killer in moto gli si avvicinarono, crivellandolo di colpi. Spari alle spalle, spari ai polsi, spari in gola. Panunzio che si accascia sul volante, la corsa agli Ospedali Riuniti, il decesso, la fragilità di una città che, in quel mentre, si scoprì in preda alla paura. Il sindaco Salvatore Chirolli che, al consiglio riunito nella discussione del piano regolatore urbano, annunciò che “hanno sparato ad un costruttore”. Era lo stesso consiglio comunale che Panunzio stava seguendo, prima di andar via, verso casa. Una falla del sistema di sicurezza. Già, perché il muratore diventato costruttore, era sorvegliato, sì, ma “saltuariamente”. Granulosità di un sistema volutamente ignaro. Scortato, è vero, ma soltanto via radio. Ovvero, Panunzio era semplicemente tenuto a comunicare i suoi spostamenti alle forze dell’ordine, man mano che li effettuava. Ma nessuno, quella sera, si mise sulle sue tracce. Una crepa, un passaggio di informazioni che non ci sarebbe dovuto essere. Forse una connessione tra poteri teoricamente contrapposti, l’omicidio.

LA RABBIA E IL SILENZIO – Seguì la rabbia dei costruttori (“Avete fatto uccidere un costruttore” gridò un collega di Panunzio in seduta a Palazzo di Città), le accuse alla politica (Mons. Giuseppe Casale: “uomini che stanno diventando servi di questa piovra economica”), poi il silenzio della città, i dubbi degli inquirenti su chi avesse avvisato chi sull’abbandono del consiglio da parte di Panunzio, l’oblio di una comunità spaventata che si ammutina alla verità per servire la pusillanime inclinazione alla preservazione individuale. Nessun testimone oculare. Né prima, né dopo. Nessuno ha visto, nessuno ha colto, nessuno ha sentito. Furono i tempi che Foggia capì quanto fosse conveniente smarrire la vista e l’udito.

PANUNZIO E L’EDILIZIA FOGGIANA – Scorsero rapidi quegli ultimi giorni del 1992. Due mesi che dettero avvio ad un’onda lunga, lunghissima, che imposero un nuovo orizzonte sociale sulla città. Un cielo lattiginoso ed appesantito, la cappa del racket. Giovanni Panunzio, tutti sapevano, era stato l’autore di un memoriale che aveva portato all’arresto di 14 mafiosi. Giovanni Panunzio, mentre moriva, portava con sé tutti i suoi no, argentini, pronunciati verso gli estorsori. Due miliardi, gli avevano chiesto. Giovanni Panunzio, e questa fu la distorsione, se l’era andata a cercare.
Tanto più perché, da qualche anno, il clima attorno al mondo dell’edilizia foggiana si era fatto rovente. Eliseo Zanasi, ferito nell’aprile del 1989, si era salvato per il rotto della cuffia; Salvatore Spezzati, colpito al volto dalle pistolettate, esattamente un anno dopo, aveva combattuto fra la vita e la morte, riuscendo a vincere la sua sfida personale. Un ripetersi secondo una ritualità quasi macabra. Un anno dopo l’altro. Fino all’evento che cadde sulla città con il fragore di un boato. Un masso che divenne una frana rapidamente. 14 settembre 1990, Foggia centro, un cantiere. Nicola Ciuffreda, altro costruttore che non aveva accettato di pagare il pizzo, era stato freddato in pieno giorno.

IL MEMORIALE – Forse conosceva il suo destino, ma Giovanni Panunzio era deciso a non farla passare liscia a chi, da anni, continuava a pressarlo. E con i quali, va detto, tentò anche di scendere a patti. Ecco la scelta del memoriale, la voglia di fare qualcosa. Attaccare per difendersi. Sperando che la giustizia facesse giusto un attimo prima delle pallottole dei sicari. Due anni prima di morire, già c’era stata una spedizione contro di lui. Ma la pistola dei boia si era inceppata. E Panunzio scampato.
Oppure non la rinuncia a pagare, ma fu proprio quel memoriale, con le sue conseguenze, a decidere la sua condanna a morte, in contumacia, nel parallelo tribunale dello stato mafioso di Foggia? Panunzio aveva incrinato le maglie dell’omertà, rotto la barriera di silenzio colpevole, aperto uno squarcio nel muro di gomma.
Dal memoriale si giunse presto al processo. E, dal processo, al blitz antimafia. Con la città battuta a tappeto, arrivarono gli arresti. Finirono dietro le sbarre in 14, con l’accusa di associazione di stampo mafioso finalizzata all’estorsione. Nomi di spicco della Società: Antonio Bernardo, Pasquale e Salvatore Campaniello, Raffaele Carella e suo padre Mario, Salvatore Chierabella, Leonardo Corvino (quello con cui l’imprenditore aveva tentato di mediare), Aniello Palmieri, Leonardo Piserchia, Francesco Selicato, Giuseppe Spiritoso. E poi Michele Delli Carri, Vincenzo Pellegrino e Antonio Vinciguerra, scarcerati pochi giorni dopo l’arresto per insufficienza d’indizi.

GLI UOMINI DELLA PAURA – Tutti “uomini della paura”. Tutti criminali che aveva fatto mettere dentro lui, Giovanni il muratore, Giovanni il costruttore, Giovanni il “ribelle”. Che, per un anno, visse come in un incubo. Fino a quegli spari, fino a quegli echi che hanno squarciato il velo del tempo per arrivare fino a noi.

LEGGI SU http://www.statoquotidiano.it/03/11/2010/don-luigi-ciotti-ricorda-panunzio-il-costruttore-ribelle/36778/

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