Vik, l’anti eroe

Forse, delle tante circolate, la frase meno appropriata su Vittorio Arrigoni è una circolante sul socialnetwork facebook. Sulla foto di Vik, kefiah e cappello, aria navigata da Corto Maltese grunge, campeggia la dicitura “orgoglio italiano”. Un appellativo che, di questi tempi, non può certo essere considerato un bel complimento. A targhe alterne, sono francobollati indistintamente come eroi della Patria, martiri della giustizia, portatori di pace, eroi civili figuri che, con questi principi, hanno ben poco a che vedere.

Meglio, allora, mantenere distinti i campi. Vik è Vik. Un marinaio volontario e generoso, né lupo né pecora. Un uomo, non certo un eroe. Tutt’altra cosa, Vik, dagli eroi. La sua tempra era quella del buono. Nelle immagini che lo ritraggono sorride sempre, si accompagna agli ultimi, ai cuccioli degli ultimi, alle macerie degli ultimi. Vittorio Arrigoni, “Capitan Findus”, come lo aveva ribattezzato il giornalista de il manifestoMichele Giorgio, aveva fatto una scelta di civiltà. Nel senso che si era posto dietro la trincea della giustizia con, in testa, soltanto l’elmo della verità. Indosso, la casacca dell’apolide.

Vik, dalla Striscia, aveva raccontato il massacro dell’operazione “Piombo Fuso”. L’unico. E da non giornalista, per giunta. Segno che non occorrono distintivi di categoria per raccontare la verità. Nessuno, in Europa, poté vedere quello che l’esercito sionista, con l’appoggio degli Stati Uniti, stava infliggendo ai civili palestinesi. Da quelle giornate sotto le bombe, a contatto con il fosforo bianco, l’esfoliante dell’umanità, che brucia dall’esterno per disintegrare l’interno, da quelle corrispondenze giornaliere, venne fuori Restiamo Umani. Un testo storico, tradotto in spagnolo, inglese e tedesco. Un Vangelo secondo Giustizia.

Vik era un palestinese. Dalla Striscia non poteva che andar via così, chiuso in una bara. Gaza lo aveva adottato. E lui aveva adottato Gaza. Le sue corrispondenze giornaliere, diffuse via rete attraverso un blog crudo e preciso, narravano di una cronaca ben diversa da quella ufficiale. Con il globo impegnato a voltare le spalle alla decenza, Utopia raccontava di bambini massacrati, di bombardamenti, di violazioni dello spazio aereo. Sempre con la sua fugace rapidità essenziale, con quello spirito laico e semplice che gl’impediva di vestire l’armatura del crociato senza macchia. Con i suoi racconti delle giornate dalla Striscia, Vik si era procurato l’indignazione del mondo intero. Nel 2009, un sito di estrema destra americano, evidentemente sotto il controllo dell’Aipac, la lobby israeliana del Paese di Barak Obama, aveva posto sul suo capo una taglia. Lo volevano morto. Lui, che non è morto nemmeno ora.

Vik era arrivato a Gaza appena un anno prima queste minacce, nell’unico modo possibile: violando il blocco navale israeliano sulla Striscia. Venne catturato dall’esercito di Re Davide, rispedito in Italia. Si rimise in mare solo dopo qualche pugno di giorni, con tutta la sua folle sagacia che, fino all’ultimo, ha fatto di lui un utopista concreto. Da allora, un amore fedelissimo. Un amore da “finché morte non vi separi”.

Lo hanno ucciso, pare, i salafiti. Una costola ribelle ed inquietante di Hamas. Si dice. Vik, di Hamas, era considerato un fiancheggiatore. In verità, fuori dal linguaggio complottistico in uso presso i vigliacchi, Vittorio Arrigoni appoggiava apertamente Hamas. In epoca ed a latitudini di presunta democrazia, l’Occidente, l’anomalia della Striscia è palese. Gaza patisce la fame, un embargo che sottrae ai palestinesi medicine, cibo, beni di prima necessità, cemento per l’edilizia (le case crollano, sotto le bombe, molte sono ridotte a groviera che, in confronto, Mostar pare il Paese dei Balocchi), finanche le pericolosissime matite colorate, per aver, nel 2006, votato in maniera sbagliata, dando il consenso proprio ad Hamas contro i fantocci di Fatah. Inutile dire che, qualora il Sudan, Cuba o l’Iran avessero anche soltanto tentato un’alleanza di Nazioni per buttar giù, a suon di armi, il governo degli Stati Uniti, o di Israele, governi regolarmente eletti, la comunità internazionale avrebbe gridato all’attentato alla democrazia, affisso al muro dell’attualità manifesti roboanti di persecuzione, pericolosi terrorismi politici e religiosi in rinascita, dannosi Lazzari che si sono alzati per camminare contro il mondo civile con un rigurgito di bolscevismo.

Vik, alla storiella dell’estremismo islamico, non ci ha mai creduto. Presumibilmente, non ci credeva neppure con quella benda che, sugli occhi, gli raggrumava il sangue. Presumibilmente, neppure quando, negli ultimi sussulti della vita che volava, strangolata, aveva contezza della fine. Chissà, poi, se davvero è quel che sembra. Chissà se, sul serio, dietro le mani che gli serrano i capelli, i fucili spianati, le corde mortali, le bandiere nere del fascismo islamico che garriscono con sottofondo musica inquietante, ci sono questi sedicenti gruppi. Salafiti o altro che siano. Al soldo di sceicchi. O di eserciti stranieri.

In quelle scene, diffuse in tutto il mondo, Vik era fedele alla sua umanità. Restava umano, impaurito come un umano. Sapendo, a differenza di Quattrocchi, che un italiano muore al pari di un palestinese, di un finlandese, di un cileno, di un coreano: con la paura negli occhi e lo spavento nel cuore. Per questa vita così breve ed abbagliante, messa a servizio di un’idea non fine a se stessa, della verità assoluta e rombante, come una moto nel mezzo del deserto. No, Vik non era, non è un orgoglio italiano. Non può esserlo. L’orgoglio delle pistole puntate contro i padri, l’orgoglio delle feste con cori ed Osannah agli imputati sulla soglia dei tribunali, l’orgoglio di comparse e di puttane, di nani e ballerine, di ragazze pittate come vecchie baldracche per spillare un soldo di più vendendo un grammo di dignità all’offerente di turno. Non per forza al migliore. No, Vittorio non era, Vittorio non è orgoglio italiano. Vittorio è Vittorio. Prima, un umano. Ora, un cadavere.

Chomsky, Pappé, l’urlo di Gaza

Non solo le nubi oscure dello strangolamento di Vik Utopia Arrigoni. Nei cieli di Gaza, la nuvola nera della morte scroscia pioggia di dolore da un pezzo. Dire vita, nella Striscia, significa diremorte, nella Striscia. E la vita, nella zona più densamente abitata del mondo, 1.400.000 abitanti costretti da fili spinati, barriere, posti di blocco, aviazioni, carri armati, varie ed eventuali, in appena 360 km2, scorre veloce. Tanto che, vista dal treno dell’arroganza, dell’oscurantismo internazionale, della dis-conoscenza delle responsabilità, appare normale. Ma non lo è. Nella lunga e tortuosa cavalcata lungo il binario mediorientale, curve della Storia, salite e discese, interruzioni di linea, ponti crollati e poco carburante, gli accordi di pace falliti come stazioni di una Via Crucis di sangue, emblema di una crocifissione che ha inchiodato al legno decine di migliaia di vittime civili, di vittime bambine, arrestando il tempo in una Polaroid lancinante. Ebbene, in questo lungo correre, l’ultima fermata è Gaza. Casupola diroccata senza neppure la biglietteria. Farebbe lo stesso: nessun controllore ne accetterebbe la validità. Gaza è la stazione fantasma, spersa nella nebbia del mattino spettrale ed atroce.

Ma dagli altoparlanti, bucano l’aria le parole forti di Noam Chomsky ed Ilan Pappè. Sono loro due, il grande linguista e l’esimio storico, gli autori di “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi” (ottimo lavoro dell’editrice Ponte alle Grazie, timbrato 2010). E le loro voci, autorevoli, sono ben diverse dalle metalliche e fisse riproduzioni computerizzate delle stazioni moderne. Chomsky e Pappé non recitano copioni già scritti, non ripetono all’infinito ed all’unisono quel che il passeggero vuol sentirsi dire, la previsione di un tragitto rassicurante, stazione dopo stazione, fino alla destinazione prefissata. No, Chomsky e Pappè ripercorrono, in maniera diversa ma complementare, come due rette parallele, identiche ma con l’incontro fissato alla fine dei tempi geometrici ed umani, il viaggio a ritroso. Attraverso una storia cosparsa di giudeizzazioni forzate, vecchie pretese bibliche e teologiche, pulizie etniche, ragioni che non sono ragioni e non lo sono mai state. No. Sono loro, Chomsky e Pappé, contro ogni volontà dei paganti, a decidere il percorso e l’approdo. Prendono in mano il treno e lo frenano nelle stazioni che loro stessi decidono. Nel tempo: 1947 – 1967 – 1982 – 1993 – 2006 – 2007 – 2008 – 2009. Nello spazio: Camp David, Oslo, Gerusalemme, Ramallah.

Ed ecco comparire, chiari, i paesaggi devastati, gli “errori” di valutazione dei missili, le guerre lanciate dal potente contro una massa di civili male armati e destinati al macello, le risoluzioni violate. Si schiude un mondo identico a quello vero, ma letto attraverso le cristalline lenti della giustizia, della verità. Lenti senza ditate e graffi, che rovesciano la sostanza, non la forma. Perché quando Stati Uniti ed Israele, soli, a braccetto, nel 2008, si oppongono alla risoluzione Onu per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”; e se ancora loro, ed ancora nella stessa seduta, votano contro una risoluzione per “la libertà universale di viaggio e la vitale importanza del ricongiungimento familiare”; e se Usa e Zimbabwe, guarda caso sempre nella stessa identica seduta, sono gli unici stati al mondo a votare contro la moratoria al commercio delle armi; e se, infine, clamorosamente nella stessa assise, gli Stati Uniti, in beata solitudine decidono di opporsi al “diritto all’alimentazione”, e se, facendolo, hanno contro l’intero mondo conosciuto, allora si rovescia la teoria dell’egemonia. Ed anche quella dell’isolazionismo di Hamas. Perché ad essere isolati sono gli aggressori, non gli aggrediti.

Con lucide analisi (Chomsky) e dotazioni fattuali (Pappé), i due autori danno corpo ad un autentico manuale della verità, un lungo ed involontario pamphlet, dalla forza di un fiume in piena che tracima gli argini e dilaga fin nell’anima di chi legge. Un libro che è sfacciatamente politico, spudoratamente di parte. Quella giusta.

Noam Chomsky-Ilan Pappé, “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 4 / 5 – Per restare umani

Biciclettando per le terre di Federico

Please, enter (St)

Foggia – SOTTO il sole del Tavoliere, l’area verde ed azzurra che, un tempo, dovette essere orgoglio dell’imperatore Federico e sollazzo degli Angioini, pare ancora più piana del reale. Sterminata. Tanto grande quanto grande doveva essere il fascino che esercitava, nel Medioevo, agli occhi increduli e sbigottiti di nobili e filosofi, di Santi e camminatori, di tentati e tentatori. Siamo grossomodo in località San Lorenzo in Carmignano. UN nome glorioso. Che, quasi quasi, provoca qualche brivido. Scava che ti scava, i proprietari delle villette semi-abusive (se non altro per i ripetuti pugni negli occhi che sferrano alla decenza) sorte in queste zone, hanno trovato “ninnoli” fin troppo simili a reperti. Qualcuno li usa come ferma porte, qualcun altro le tiene negli spiazzi.

Spreco made in Foggia, dove l’urbanizzazione coatta e forzata impone la sua santa spada sulla spalla indignata della Storia meno recente. E’ vecchio, il refrain. Ergo, inutile.

IL PANTANO CHE FU. In quella piana depressa, compressa fra strade e raccordi, fra ferrovie e piloni grigi in costruzione, in quella piana dove vagò il cuore di Re Enzo, il sole del Duecento, ma anche qullo del Cento, del Mille e chissà di quanti altri secoli e millenni addietro, si rifletteva sulle acqua del Pantano. A dirla così viene da pensare ad una pozzanghera laida e fangosa, popolata d’insetti e null’altro. Ed invece era lì che, con tutta certezza, il Puer Apulie, lo Stupor Mundi, il Saffenkoenig – come l’aristocrazia illuminata tedesca aveva ribattezzato Federico, il Re dei Preti – dava sfogo ai suoi ozi. Nella domus solaciorum dauna, in quell’angolo così simile ai sollazzi siciliani e tanto arabeggiante. Lì, la proiezione fisica del potere, tutta federiciana, s’allentava in una morbida estetica del gusto. Intellettualmente stimolante e così bella che, ancora durante il regno di Roberto D’Angiò, malgrado le costruzioni sveve stessero cadendo in rovina, nobili e non solo, rischiavano la pelle per cacciarvi anche solo una volta. Si narra, lo dice anche Hasselhoff, che lo stesso Tommaso d’Aquino, bramasse sostarvi anche solo per un tempo limitato. Per vivere lì, circondato tra le mura fatte erigere dall’Imperatore morto a Fiorentino, anche solo una parte del suo tempo di pensatore. Fra la fitta vegetazione popolata di daini ed uccelli, animali selvatici, con tante piccole isolette su cui si ergevano le più modeste case della servitù della corte itinerante dello Svevo.

IL TRATTURO. Di quella poesia perfetta, non resta che un modesto abbozzo di natura. Tanto più adesso che, qualche intempestivo intervento umano, l’apertura delle paratie della diga di San Giusto, l’otturazione dei canali della bonifica, hanno ostruito il defluire delle acqua al mare. Ed eccolo ritornare quel pantano che fu gloria del passato. Piantato nel grande prato, ormai spoglio, Masseria Pantano deruta come sfondo patetico, anche una parte del tratturo ciclabile (per quel che ci interessa qui) che unisce Foggia con il santuario dell’Incoronata. In verità, per questa settimana, ci concentreremo su questo primo tratto, per focalizzare la nostra attenzione su questa parte di città che, appunto, va da Masseria Pantano alla circonvallazione cittadina.

La storia non si cancella: il Pantano (St)

5645 PASSI. L’imbocco del tratturo, al termine di Via Ghandi, è un sintomo, un preludio, una predizione di quanto regna all’interno. Piloni in cemento e rifiuti, carte svolazzanti come bandiere tese al vento che danzano nell’aria e s’afflosciano, in un caschè doloroso, fra gli steli delle margherite in fiore. Alte come persone, resistenti come partigiani urbani contro lo spadroneggiare edilizio. E’ un colpo di colore, una botta di vita che risponde il suo al degrado. L’ambiente è pasoliniano. Palazzine di periferia stanno a braccetto con cantieri esfolianti. Stradoni più inutili di un freezer al Polo Sud. Un cartello, forse l’unico suppellettile attualmente in buono stato di conservazione, recita le rime dei tratturelli: Foggia-Ordona-Lavello e Troia-Incoronata. “Lunghezza Km 10,50=Passi 5645”.

A due colori (St)

TERRA DEL FURTO. Poi, ad eccezione di un primo tratto discreto, allungato come una lingua grigia tra erbe e fiori, un panorama che, a destra come a sinistra rende orgogliosi di vivere in pianura, senza pendii a fare ombra ed a provocare asma d’ansia e costipazione, la catastrofe. Quel che è natura, e che lo sarà ancora per poco, dato che, proprio in questi pressi, è in costruzione l’ambiziosa Cittadella dello Sport, progetto all’interno del quale, per oscuri misteri edilizi foggiani, svettano anche due strutture residenziali (c’è da dire che, nei pressi, c’è un invenduto da far accapponare la pelle), si riduce a brandelli. Non più i pesci e gli uccelli, i daini e le cicogne (da qualche tempo avvistate in queste zone), ma scarti. La bici la prendi e la lascia. Si è costretti a salire e discendere. Ci starebbe bene, qui, un tragitto con i fiocchi. Ed invece è sterrato, dossi e fossi e sassi. Le guaine dei cavi trafugati da tutta Foggia e provincia, eccole finire qui ed esservi cremate in un atto che nulla ha di religioso. Se lo ci si ferma ad ammirare, e lo si fotografa, crea un contrasto che fa spettacolo ed insieme tristezza. Il verde dei campi, l’azzurro dell’acqua, il bianco e nero delle ceneri. E’ un odore acre di fumo. I cavi sono stati appena bruciati, il lavoro è recente. E’ sapore della beffa. Insieme, scarti di mattoni foratini, mobili da bagno, rimasugli di cucine in disuso.

QUELLA PROSTITUTA DI MATTONI. Tornando verso la città, Pantano sbattuta in faccia, sbilenca ai bordi della visuale, pare una prostituta dal rossetto sbavato e truccata capestramente, frettolosamente, indegnamente. La pista-tratturo-strada-sterrato-chissachediamineè è un sentieri di guerra. Le lucertole sgusciano , rapide di fronte alle ruote gommate. Ti scortano, come volessero avvertirti: “Non andare oltre”. Ogni quattro, cinquecento metri, bisogna scendere. Una bici da passeggio, di quelle classiche, non potrà, in queste condizioni, avere l’onore di percorrere questo straccio di città. Che, tra l’altro, visto l’utilizzo non deve neppure essere particolarmente sicuro. Di certo, non è strada da crepuscolo o da mattina presto. Figurarsi di notte.

Paesaggio pasoliniano (St)

INFINE, IL CANTIERE. Ed allora monta la rassegnazione consapevole che sì, violenza è anche questo. Questi pneumatici abbandonati a decine tra il fogliame, questi cavi di plastica, questa mobilia, questo legno che, a sua volta, dovette essere albero di chissà quale altro pantano, in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Alla fine, passo dopo passo, si sbuca nei pressi di un cantiere. La terra non è più terra, ma per metà asfalto, per metà terriccio. battuto per consentire ai camion di caricare e scaricare. Probabilmente nel mezzo di questo parco che non è più Pantano, non è più dimora imperiale, non è più neppure se stesso.

[Con la fattiva collaborazione di Tony Dembech, associazione Cicloamici di Foggia]

STATO QUOTIDIANOhttp://www.statoquotidiano.it/15/04/2011/biciclettando-nelle-terre-dello-stupor-mundi/46510/

∞ Tutta la notte che c’è ∞

Tutte le favole e tutte le fiabe incominciano con “C’era una volta”. Ed anche “Accendi la notte” (Gallucci 2011), incomincia con “C’era una volta”. E davvero c’era una volta “questo bambino non ancora grande non più piccino” cui non piacevano la notte ed il buio. C’era fin tanto che incontra Buia, una bambina che lo prende per mano e lo porta nei sogni più sogni. Nella notte di gioia e di giochi, nella notte che non conosce le paure e che vince i timori. C’era soltanto, per lui, una notte diversa. Una notte insicura, attenuata nella convinzione di doverla vincere con l’artificialità di quattro mura e con lo spaventapasseri elettrico delle lampade e dei lampadari, di luci e di lucine, di torce e di lumini.

Una notte meno notte. Una notte addirittura senza notte, con le stelle spente dagli interruttori domestici. Una notte solitaria ed infelice. Una notte in cui i bambini vivevano la loro vita senza paura, sotto il cielo degli astri ed inondati dal buio e non dal sole. Tutti i bambini, ma non quel bambino. E quel bambino non più bambino e non ancora ragazzo avrebbe voluto star con loro, giocare con loro, correre con loro, saltare con loro. Ma ad imprigionarlo era la luce, il suo rassicurante calore, la certezza delle cose che si possono vedere e toccare senza chiedersi cosa fosse. Era la luce ad inchiodarlo alla croce della sua solitudine. Fino all’arrivo di Buia: occhi di notte, capelli corvini, vesti e scarpe di buio. Nera come solo la notte sa essere nera.

E’ lei a prenderlo senza indugi. E senza indugi gli fa vincere le resistenze, spegnendo le lampade ed accendendogli le stelle, chiudendo le persiane fanciullesche sul presente ed spalancando le finestre verso l’orizzonte infinito del domani, dove non tutto è come pareva, scuro e spaventevole come un mostro d’inchiostro che ostruisce la vista, ma sono grilli e luna e stelle. E giochi diversi e rassicuranti, carezzevoli come una piuma che sfiora le gote.

Un delicatissimo Ray Bradbury, quello di “Accendi la Notte”, nell’unica sua prestazione da Gianni Rodari d’oltremanica; cantore di lode alla speranza, tenore d’un Osanna altissimo che perfora l’aspettativa e si adagia nella sorpresa. Una bella favola dei nostri giorni, che aiuta a ritrovare il piccolo senso nelle cose terrene, scevra di furori antimodernisti ma comunque fuori dai canoni. Morale si, ma non moraleggiante.

Ray Bradbury, Accendi la notte, Gallucci 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Alza lo sguardo e guarda le stelle

Il mondo dopo Franco Marcone

Ancora 31 marzo. Il sedicesimo 31 marzo. Da quel 31 marzo del 1995, giorno dell’omicidio di Francesco Marcone sono accadute cose che lo stesso Franco non avrebbe mai voluto accadessero. Dopo quel 31 marzo, ovvero, non è accaduto niente. Perché la cosa che allibisce e stordisce di dolore è questa. Sapere che non sono bastati sedici inverni, sedici lunghissimi anni (benedetti e maledetti, gaudiosi ed infami) a smuovere un solo mattone dal castello inglorioso della criminalità foggiana.

Mattone, già. Mattone. La follia di una città megalomane che assimila estensione a potenza, ampliamento a fama, case a progresso e che rifiuta di rinchiudersi nel manicomio della Storia. E’ questo il problema. E’ questo il male. La lucida consapevolezza di questa malattia volontaria e ricercata. La piena coscienza di esser contagiati da un virus che impone la prepotenza sulla discussione, la menzogna sulla verità, l’approssimazione alla verifica.

E quando quella quella follia si tramuta in delirio di onnipotenza, producendo soldi, strizzandoli da terreni con destinazioni catastali evanescenti, pronte a cambiare sotto le folate verdi della brezza danarosa; quando da elucubrazioni mentali si passa a cupole maneggione capaci di determinare le sorti economiche di una città in espansione; quando, su questo sistema, si innesta un Marcone qualsiasi, anzi no, proprio quel Marcone di quel 31 marzo di quel 1996 che mette a rischio tutta la costruzione e, con essa, la combriccola allegra di imprenditori, giudici, poliziotti, massoni, burocrati e giornalisti che rischia di rimanere schiacciata dal crollo (ironia della sorte, i mattoni…), allora succede che partono due pistolettate. Alle spalle, per non rischiare.

Dopo quella sera, Foggia non sarebbe più dovuta essere la stessa. Non sarebbe più dovuta essere la stessa sostanzialmente perché avrebbe dovuto iniziare a porsi una domanda, forse due. La prima: perché? La seconda: chi?

Avrebbe cioè dovuto ritrovare quell’umanità bambina che induce un fanciullo a porre al genitore questi due quesiti su ogni cosa. Perché Marcone è morto? Chi ha voluto Marcone morto?

C’è chi lo sa già, ma non lo vede. O fa finta di non vederlo. Perché la verità è lì, immobile di fronte all’eterna emergenza abitativa. Di fronte alle case sfitte, mai vendute; 29 mila appartamenti ancora in costruzione, e migliaia già costruiti, mentre la parte povera è sempre chiusa in container a Campo degli Ulivi e Arpinova, scusa pronta ad ogni evenienza d’appalto. Ed allora a chi giova alzare altro cemento nel mezzo del grano? Di chi sono i terreni su cui si costruisce? Quando li hanno comprati quei terreni?

La verità. Chiara, che è sempre nel lì di cui sopra: di fronte ai palazzinari che hanno saltato tutte le celebrazioni in onore di Franco, forse intimoriti dagli occhi della parte migliore della città; di fronte ai sindaci palazzinari o imprenditori, bottegai miserrimi di interessi elitari; di fronte alla proposta avanzata, nel 2010, ad Eliseo Zanasi di candidarsi a guida della città capoluogo. E, poi, di fronte alle indagini insabbiate o ostacolate; di fronte alle mancanze più elementari di inquirenti che non verificano nemmeno lo stretto necessario all’indomani dell’omicidio di Franco.

Forse non serve cercare le colpe. Ma soltanto appurare quale sistema sia circoscritto alla morte di Franco. Che è anche quella di Panunzio. Foggia dovrebbe riunirsi attorno a questi esempi, piuttosto che vivere di vecchi rimpianti pallonari buoni ad illudere per qualche decina di minuti per poi rigettarla, Foggia, sedotta ed abbandonata, nella tragedia del quotidiano. Foggia dovrebbe fare quello che non ha mai fatto: alzare la voce. Per pretendere, per chiedere, per rivendicare. Per sapere perché, sedici anni dopo quel 31 marzo, i protagonisti di quella vicenda sono ancora lì, sani e salvi, imbottiti di onore e di stima. Oltre che di soldi.

Quegli stessi che domani non metteranno naso fuori dalle loro torri d’avorio. Certi di averla fatta franca e che le celebrazioni siano un gioco sorridente di socialità, per godere della primavera sopraggiunta. Sappiano solo una cosa: non è così.

∞ Storia (vera) di feudalesimo, orchi e Moratti ∞

Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi l’esistenza umana. Il Paese dei Moratti è popolato di Lucignoli e Mangiafuochi, attraenti imbonitori rivestiti di patine griffate ma contundenti. Il Paese dei Moratti è il locus dei tanti, piccoli, meravigliosi, innocenti Pinocchi costretti a mentire a se stessi nell’estremo tentativo di ripetersi che, da quelle morti, da quei tumori, da quello smog, transiti l’unica possibilità di liberazione, la verà libertà. E loro, lignei fanciulli protesi nello slancio verso la carnificazione; e loro, anime intorbidite e sogni seppelliti da cumuli annuali di scorie e liquami, loro sì, non posso fare altro che credervi. Non hanno soluzione diversa che donare il proprio tronco povero di clorofilla, sradicato di botto all’adolescenza, nelle mani di presidenti eleganti e compiti.

Nel Paese dei Moratti, però, ci sono anche bui anfratti, parti di mondo dimenticate dall’uomo e da Dio, dove il sole non giunge ed il cielo non è che un’immaginazione ardita. Nel Paese dei Moratti ci sono spose bambine piangenti, salici costretti a seccare in tutta fretta da un dolore che azzera la linfa. Sono le lande popolate da lacrime, parenti vicini costretti alla lontananza, morte invece della vita, tombe al posto delle barche, cenere in sostituzione del mare.

E “Nel paese dei Moratti”, autore il giornalista Giorgio Meletti (edizioni Chiarelettere, anno 2010), è una favola ruvida. Spoglia di etica. Inutile, in fondo, cercare la morale dove la morale non c’è. Una fiaba lucida ed impietosa raccontata con gli occhi di un cronista. Tanti pezzi che si completano l’un l’altro come trame composite e complementari. Meletti scrive ed è come se parlasse di null’altro che d’una storia povera, semplice. Quella di un giorno come gli altri, fatica, orari, lavoro, stringenze. Una narrazione triste del secolo che corre verso la desolazione della precarietà. E’ la storia di Daniele Melis, Bruno Muntoni e Gigi Salinas, innanzitutto. 29 anni, 27 anni, 58 anni. Ma è anche la storia di un minuscolo ecosistema chiamato Sarroch, 5 mila anime arroccate nella provincia di Cagliari, e di un ecosistema nell’ecosistema: la Saras, gioiello di famiglia della scuderia industriale dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti.

Il 26 maggio 2009, mentre il primo tratta di un ingente prestito (190 milioni di euro) con la banca Intesa San Paolo, ed il secondo asseconda le lamentele dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, i tre operai, uomini cacciavite delle ditte esterne che lavorano in condizioni a dir poco disastrate nella Saras, muoiono in una cisterna della raffineria. A catena di reazione macabra. Prima Gigi, poi Bruno, infine Daniele. Tutti e tre immolati sull’altare dell’insicurezza sul lavoro. Muoiono asfissiati per inalazioni di azoto, una sostanza che è capace di azzerare, praticamente, le condizioni di vita attraverso una radicale riduzione dell’ossigeno. Alla Saras lo usano per pulire alcune cisterne.

Un bocchettone infilato, una carta non firmata, una distrazione. Tre vite stroncate.

Quella della Saras è una storia come poche. Contrariamente ad altri impianti industriali, non conosce mezze misure. Determina i rapporti intimi, permea la familiarità. A Sarroch, i cittadini la amano e la odiano. Rende, insieme, la vita e la morte. E’ capace di dare stabilità ed incertezza. Ma chi la ama sa anche odiarla. E chi la odia sa anche di doverle gratitudine. La Saras è un pezzo di mondo, un appezzamento di terra. E’ ciò che attiva rapporti di atavica dipendenza coloniale, addirittura feudale. Un abitante sardo, parlando con l’autore, sintetizza: “Il mio primo giocattolo mi è stato regalato dalla Saras all’asilo. Il mio primo panettone (mignon Alemagna) mi è stato dato dalla Saras alle elementari. I libri di scuola sino alle medie mi sono stati pagati dalla Saras. I piedi di catrame me li ha sporcati la Saras. Il fumo acre all’odore di cavolfiore arrivava dalla Saras. Il primo suono di sirena alle 8 del mattino l’ho sentito alla Saras”.

Nessuno passa immune dalla Saras. Da quell’inferno che rigurgita malattie, ma sa inondare di soldi i suoi padroni. Loro, in perenne perdenza eppure abili a sfruttare le nefandezze finanziare di un mercato forte con i deboli e debole con i forti. Con i soldi sfilati alle banche, di quegli stessi istituti che non hanno fatto fronte ai debiti dei piccoli imprenditori onde, poi, pronarsi alle magagne azionarie dei fratelli milanesi, i Moratti hanno innalzato i dividendi. Ben consci di essere buona parte dell’azionariato Saras. E, in una sola manovra finanziaria, spalmata nell’arco triennale, sono stati capaci di sottrarre al mercato oltre un miliardo di euro, per convogliarlo nelle proprie tasche, giocandolo nell’azzardo pallonesco tinto di nerazzurro.

Sarroch ed il suo dolore, Sarroch e le sue promesse mai mantenute, Sarroch ed i processi senza colpevoli, Sarroch e la perfidia spiacevole di un liberismo rapace sono la cima di un sistema ampio e consolidato. Un sistema popolato di orchi e uomini neri, di Tronchetti Provera e di Marchionne. Perché nel paese dei Moratti c’è davvero posto per tutti.

Giorgio Meletti, “Nel Paese dei Moratti. Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 4 / 5 – Crudo

∞ Produzione di futuro ∞

Che ci sia un’Italia migliore, probabilmente, non lo sa soltanto Nichi Vendola. Il mondo dei giovani impegnati, dei padri che sfangano la giornata riproducendo sorrisi grossi quante le bollette ed i mutui, delle donne che lottano per non soccombere sotto il peso dell’indifferenza o, peggio, della gravosità sessista. Che ci sia un’Italia migliore lo dice l’impegno delle Fabbriche di Pomigliano e di Mirafiori, di quei nuovi sfruttati in tuta blu che oppongono i loro dieci, cento, mille niet all’imposizione dall’altro di un sistema economico strutturato giust’apposta per incatenarli a vita, forse a morte, su un posto di lavoro ingrato ed infame, di quelli che l’esistenza e che drenano le energie. Che ci sia un’Italia migliore, poi, ce lo dice anche la Fandango (appunto, “C’è un’Italia migliore. Dieci passi per avvicinarci all’Italia che vorremmo”, Nichi Vendola e La Fabbrica di Nichi, 2011) e ce lo dicono i nuovi costruttori della democrazia. Quelli che, indipendentemente dai simboli di partito, non hanno scelto l’immobilismo culturale e politico. Quelli che hanno smosso mari, monti e qualche pianura per sbarcare in Puglia gli studenti fuori sede e negare al potere di difendere se stesso attraverso la partecipazione corale.

Sono loro, insieme con Nikita il rosso, gli autori del libro. Sono le loro esigenze ad incarnare, in perfetto stile vendolese ed in perfetto linguaggio vendolese, ed in perfetto accordo ideale con il leader di Terlizzi, figura oramai cardine del centrosinistra dell’oggi e del domani, le soluzioni. Da qui passano le strategie. Tanto che il decalogo contenuto nel libro altro non è che una lunga discussione, ma anche un documento politico, un programma di partito, una collezione di propositi. Sfide e necessità, dall’urgenza del recupero della città, alle ricette per l’economia, dalla pazza scommessa (vinta) delle rinnovabili, all’esigenza della cultura. Con la scuola sullo sfondo e l’aura di don Tonino Bello fluttuante e veleggiante ed una eccessivamente misticata immagine della Puglia, Nichi ed i Nichini cantano alla luna l’ode della speranza. Talora, forse, con eccessivo compiacimento, talaltre calcando con eccessiva pressione la penna della speranza sul foglio del presente.

E poi predizione profetiche. Quasi come in uno dei tanti editoriali su Fukushima, i fabbricanti picconano impietosamente le strategie nucleari della cricca atomista. Un’avventura di cui “l’Italia non ha bisogno”, perché “antieconomica”. E, soprattutto, per quel cartello non in vendita che recita: “Cernobyl non è più qui”. L’ha spinta lontano la voglia di partecipazione alle sorti di territorio, il desiderio di abitare città che siano “la scena dell’agire insieme, non più dell’ideologia della salvezza individuale”, dove ognuno viene prima di tutti. Forse, e forse soprattutto, l’ha spinta alla deriva la sequela deprimente di fallimenti dell’atomo, dal caso ucraino a quello giapponese. Con il precedente di Three Miles Island, Usa.

Piuttosto, il libro regala un omaggio alla strategia delle rinnovabili (anche se con il limite di non mettere mano ad un piano organico, ma in linea tutto sommato teorica), come forma nuova di rispetto dell’ambiente. Come, in più, alternativa ad un sistema distruttivo e logorante, che utilizza tutto lo specchio delle risorse della terra per farle propedeutiche alla produzione, al soddisfacimento delle impellenze economiche prima ancora che umane. Come resistenza al capitalismo predatorio, antidoto all’“istinto maldestramente mercantile” che accompagna le scelte dei governanti a tutto scapito della creatività.

Un viaggio nei meandri dei principi che hanno fatto il vendolismo e che lo perpetuano. Nel tornio di quei grossi capannoni valoriali che sono le Fabbriche che portano il nome del governatore.
Nichi Vendola e La Fabbrica di Nichi, “C’è un’Italia migliore”, Fandango 2011
Giudizio: 3 / 5 – Eccessivo

Pane, fragranza della Storia


Un titolo che è come una preghiera. A recitarla, Predrag Matvejević. “Pane nostro” che sei nei libri, vien subito da continuare. Merito alla Garzanti, per aver captato, ancora una volta, la grandezza dello scrittore bosniaco dopo il salato “Breviario Mediterraneo”. Sotto la lente analitica di Matvejević, qui, è il pane. Come lì lo era stato il mare. Pure, un filo non interrotto: pane e mare finiscono per essere complementari, per scambiarsi gli odori; vicendevolmente si regalano l’uno all’altro, si influenzano, si accoppiano in un grumo storico indissolubile. Ma anche pane e strade, pane e deserto, pane e monti. In quanto, il vero contrattare antropologico è quello fra pane e mondo. Perché facendosi cibo nelle case, nei forni, nei fuochi, nel forni, nelle strade, sulle pietre, il pane introietta i gusti che sono gusti collettivi. La mollica s’impossessa delle nenie arabeggianti del Medio Oriente, si impregna della sacralità dei conventi umbri, ellenici, cirenaici, si impana nella sabbia africana.

Seguendo le rotte del pane, seguendo la sua storia, Matvejević, in “Pane Nostro”, narra leggende umane e divine, miti e civiltà. Il pane, in tutte le sue forme, diventa un eroe pulsante, coraggioso, errante. Come Ulisse, viaggia di sponda in sponda, senza sosta. Perigliosi viaggi e soste in Terre lontane gli danno nuovi sapori e nuovi odori. E di fronte a questo mitico zingaro, l’autore si spoglia di ogni superbia e si fa umile. La sua preghiera rimbomba fra le pareti del tempo e dello spazio, rimbalza fra lirismo ed enciclopedismo. Come un Dio, come Dio, come ogni Dio, anche il pane si fa trascendente ed al tempo stesso carnale, vero, vivo. E come un Dio, il pane ha la sua storia che si perde nella coltre del tempo, nelle spire fumose del dubbio, dell’incerto, quasi fosse proibito saperne troppo. Come un Dio ha i suoi accoliti, i suoi seguaci, i suoi discepoli, i suoi credenti. L’uomo che lo crea e lo plasma dalla terra nera al seme, dal seme alla spiga, dalla spiga al frutto, dal frutto alla farina, dal farina al forno, in fondo non è altro che un ossequioso credente. Un concentrato di speranza legato indissolubilmente all’atmosfera ed alle bizze della meteorologia, costretto dal governo degli elementi naturali ad ottenere il massimo prodotto dalla fatica del lavoro nei campi. E come un Dio, il pane ha anche i suoi tempi. La panetteria è cattedrale laica. E, come quella sacra, punto di raccordo di voci ed incontro di viandanti e cittadini, di viandanti e pellegrini, di straccioni e notabili. Che, prima di assaporane il gusto, ne possono già godere l’odore.

Leggere “Pane nostro” è fare un continuo sforzo masticante. Esplode nelle narici un tripudio profumoso, sotto i denti la sensazione autentica di essere in preda ad un’estasi sensoriale che rasenta la lussuria. E, nella tensione al pane, in questo continuo desiderio di averlo e di addentarlo, si torna bambini. Finanche, ci si fa altri bambini, corpicini di altre epoche e di altri luoghi. E di queste esperienze, il pane è consustanziazione, minimo comun denominatore dei ricordi, pratico facimento. Così, suscitandoci con il pungolo lettarario, Matvejević ci racconta il “dramma” del pane, copione di fatiche e di dolore. Che, nonostante questo, lenisce ciò che tocca. Che sia nero o fragrante, che sia rancido o fresco, è toccasana per le pance.

E la storia che ci racconta, del pane, del frumento, della farina, è storia plasmata di leggenda, narrazione, viaggio, vita, pace e guerra, scontri e incontri; è storia impressa nella fede e nella fame; è storia divina, beata, santa, magistrale, simbolica, numerica, esemplare; storia fisica, tattile, di lavoro, sudore, genti, strumenti, stagioni, sfruttamento; è la storia che si affigge alle porte del tempo, si immerge nelle epoche , si incammina per le vie di Damasco e della Giordania, nei monasteri copti di Grecia ed Egitto, si in scrive alla Bibbia ed al Corano come al Talmud; storia declinata al maschile ed al femminile, interdetta ai meschini, schiusa invece alla schiera degli ultimi; storia identitaria ed insieme egualitaria. Insomma, una storia infinita, narrata con tutta la pazienza di cui solo Predrag Matvejević è capace.

Predrag Matvejević, “Pane nostro”, Garzanti 2010
Giudizio: 4 / 5 – Gustarlo con cura

Nelle mani della squadra (Recensione “Andare avanti guardando indietro”)


“Prendi uno sport, togli tutta l’ipocrisia e otterrai qualcosa di simile al rugby”. È sin troppo gaudente, con i tempi che corrono e che, impietosamente, marcano le distanze fra un popolo in boccheggiamento economico ed eroi sportivi strampompati (economicamente e fisicamente parlando, s’intende), leggere una testimonianza di autenticità come quella racchiusa in “Andare avanti guardando indietro”. Il libello pretende molto da se stesso. Lo pretende la Ponte alle Grazie. Lo pretendono le sei mani e tre cervelli che ci hanno lavorato: Mauro e Mirco Bergamasco (i fratellissimi icone del rugby tricolore) con Matteo Rampin. Rampin che gli stessi Bergamaschi sbeffeggiano con l’appellativo di “strizzacervelli”. In effetti, medico psicologo ed assistente personale di molti atleti professionisti. Una pretesa soddisfatta. “Andare avanti guardando indietro” pretende per fissare una meta, per puntare un paletto, per gettare l’obiettivo. Sarà per questo motivo che non racchiude inutilità ovvie e facciate inutili. Sarà per questo che ostracizza da sé, mediante atto di ripulsa, una vanità vacua, non pratica.

Si diceva, è oltremodo consolante leggere e sentir raccontare di un mondo che, spesso, la poca poeticità televisiva ha sconvolto, seppellito sotto cumuli di macerie spettacolaristiche. È rassicurante tornare a scorrere l’intera gamma di dolore, sangue, agonismo, rivalità che s’arresta dirimpetto al rispetto. E quelle immagini cautamente ricomposte di avversari che non sono nemici, di maglie scambiate in campo e sugli spalti, di terzi tempi venerati come l’essenza stessa della contesa, di muscoli tesi e spalle lussate, corse liberatore e storie di squadra. Una birra, un posto a tavola, fiumi di offese scherzose e bonarie. Mostrare l’altra faccia di sé all’altro. Per denudarsi, uomo di fronte a uomo, in una contesa che è con-tatto. Che si manifesta attraverso un’insistenza violazione degli spazi altri, lo sfregamento di arti contro arti, membra contro membra, spalle contro menti, polsi contro nasi, orecchie contro capelli, sangue contro sangue. Un amalgama indistinto che mette tiene insieme tutto. Che forgia un essere che ha tutti gli odori di fatica e tutte le ferite dello scontro fisico. Ma anche tutta la delicatezza di un gesto vagamente paterno, come quel pallone stretto nel concavo che si crea fra braccio e petto.

Mirco e Mauro, con Matteo, fanno delle regole del rugby, degli elementi che ne contraddistinguono la vita, una filosofia. E, di conseguenza, del testo un piccolo manuale. Un libro che, volontariamente, assume i connotati di un cammino di crescita. E il cammino, come ogni iter di maturazione, sottende sforzi umani e sovrumani, il desiderio e la capacità di voler andare oltre se stessi, scherzare con i propri limiti, irretire i dubbi, vincere le paure sapendo che gli uni e le altre sono comunque confinate in un punto periferico dei pensieri, in un angolo ristretto dell’emozione. E lì restano, zittiti dalla cascata di adrenalina sprigionata dal verde del campo dal bianco delle linee, dalla cromia della propria maglia, dal numero sulle spalle. Numero che è appartenenza, esemplificazione di una missione, concretizzazione di un obbligo. Verso la propria persona e verso tutto il gruppo. La dedizione alla squadra è elemento totalizzante, esteriorizzata in quella piccola grande apparentemente inspiegabile regola dell’avanzare passando palla a chi sta dietro. Da cui, appunto, la titolazione del libro. Nei fatti, si tratta dello schieramento del rugby a tutto titolo fra le discipline sportive di squadra. Una regola che è forma mentis e che “ci ricorda che quando si è forti si è potenzialmente deboli”. In quanto è esattamente nell’istante preciso in cui si è soli contro l’avversario, tensioni contro, corpi nella protesa dello scontro, dolori potenziali che si fanno prossimi, rivi alla fase della convergenza, ebbene è proprio in quell’attimo “in cui abbiamo la situazione in mano” che ci rende conto che “per portare a termine il compito può essere etile effettuare un dietro front, una battuta d’arresto, effettuale una diversione dalla traiettoria, mettere in salvo quanto è già stato conquistato”. È la certezza che s’impone, il riconoscimento della forza propulsiva del collettivo, il trionfo opportuno ed anche opportunistico dell’umiltà quale “virtù strategica”.

Eccola schiudersi la potenza racchiusa in questo testo. Una potenza che è più di mente che di muscolo, che sa supplire al rigonfiamento del bicipite con l’immediatezza della sinapsi. Equilibrio, controllo, dosaggio. Una linea sottile, un varco delicato, uno sforzo stentoreo. Tendere alla disciplina significa non soltanto accettare le regole, significa interiorizzarle, trasformarle in proprio bagaglio, in idem sentire. In questo sforzo, i due omaccioni li immagini mutati in clowneschi funamboli del’ovale, sospesi su una corda a destreggiarsi per non cadere. Da lissù ululano sicuri che “non c’è forza più grande di quella di chi riesce ad esprimere in modo misurato e gentile il proprio potere, limitandone l’uso allo stretto indispensabile, senza mai oltrepassare il segno”. Segno che è la tacca tracciata in terra dalla decenza sportiva, che è decenza umana. Perché “chi è forte non ha bisogno di ostentarlo”. Perché “essere forte con i deboli e debole con i forti è un’abitudine che spesso deriva dalla cattiva coscienza riguardo la propria (presunta) potenza fisica”.

Ed allora viene sul serio da domandarsi con tanto di arrovellamento encefalico se si tratti sul serio di filosofia. Se sia finalmente giunta l’ora di resettare le banche dati delle nostre storiche convinzioni collettive per abbracciare, in una mischia etica, una nuova regola che suona sinceramente democratica. Intimamente democratica. Sentitamente democratica. Eppure non è filosofia. “È solo rugby”.

Mauro e Mirco Bergamasco (con Matteo Rampin), “Andare avanti guardando indietro”, Ponte alle Grazie 2011

Giudizio: 4 / 5

Due si per l’acqua. Due no per Ronchi

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