Silvietto fa il Ruby-condo e fa incazzare Niki. Il Satrapo è alla fine…

Ti piacerebbe eh?

 

El Pais, Spagna: “L’ennesima battuta di dubbio gusto”. El Mundo, Spagna: “Nuove dirompenti dichiarazioni”. Daily Mail, Inghilterra: “L’ultima spacconeria macho di Berlusconi”. Le Parisien, Francia: “Scivolone omofobo”. Le Monde, Francia: “Nuova provocazione di un uomo sotto pressione per l’ultima intesa”. Liberation, Francia: “Una nuova berlusconata […] Incredibile che sia a capo di un paese europeo”. 20min, Svizzera: “Berlusconis Affaren”. Bild, Germania: “Bunga-Bunga-Affare”. La Nation, Agentina: “Frase discriminatoria”. Times of India, India: “Better to be found beautiful girls than to be gay: Berlusconi”.
Meglio essere appassionato di belle ragazze che essere gay”. Manco fossero un jet. Queste parole pronunciate da Silvio Berlusconi hanno girato il mondo in lungo ed in largo. Indignando, sorprendendo, sbigottendo. L’ennesima dimostrazione di machismo di un uomo alto un metro e sessanta. Piccolo piccolo, direbbe Caparezza, “come un coriandolo”. Infimo nel modo di essere, di fare e di parlare, chiaramente privo di filtro, incapace a distinguere la bettola dalla platea, il ruolo di premier da quello di avventore.

Dice che è “meglio essere appassionato di belle ragazze che essere gay” con la stessa naturalezza con la quale un poppante caccia fuori il ruttino dopo il latte. Con la sostanziale differenza che, per l’infante, la mammella materna è vita, sussistenza, cibo. Per Berlusconi è l’imprescindibile spunto per un apprezzamento, la maniacale strategia di corteggiamento, il miele attorno cui ronzare. Il bambino ha il limite di decenza che il Cavaliere ha smarrito nelle nebbie della perversione. Dategli un seno diverso, ed il lattante non succhierà più, non riconoscendo sé stesso nell’odore che lo circonda; alienato dal rapporto puro, il bambino si stranisce. Al contrario, l’uomo dalla bandana di ferro, le mammelle le rincorre. Ammicca ad ogni donna come un Don Giovanni sciatto e cadente. Con il suo andazzo italo-americano e lo sciame di facchini (alcuni dei quali sono in procinto di trattare la resa come generali sconfitti in guerra), sempre pronti ad incarnare la personalità del padrone, Berlusconi cade e ricade nel vizio. Lussureggia, bavoso, dietro soubrette ed escort. Porta in parlamento veline e segretarie da sotto scrivania, nel peggior stile da Prima Repubblica.

Mai nessuno, neppure nei periodi bui della storia d’Italia, era stato capace di scandali ed abusi di potere in quantità tale da generare un frastuono mediatico di proporzioni immani. Tutto il mondo dell’informazione sbeffeggia sullo stato dell’Italia. Di un paese il cui padre padrone si serve del potere per trarre da galera o commissariati le sue scimmie ballerine. O, per dirla alla Fabrizio De Andrè, le “troie di regime”. Ruby è una di loro. Volontario ingranaggio della ruota del sistema berlusconiano, dove il meccanismo è il denaro, le lancette i corpi abbronzati delle modelle, e l’olio lo sperma.

L’Italia è giunta alla fine della decenza e all’avvento della Gallocrazia. Siamo al regno dei cedroni della stia, lat(r)in lovers cresta per corona e banconota arrotolata per scettro. All’occorrenza buona per finire sotto un naso. Conviene chiuderla, allora, questa bottega mefistofelica. Questa fabbrica dello squallore con sede legale a Montecitorio e decentralizzazione in ville sarde con vulcani e piante esotiche, strabordanti di satrapi napoletani e pagliacci dell’affare.

Meglio le donne che essere gay, motteggia oggi Berlusconi. Perché non “meglio pedofilo che ricchione”? O, in salsa mussoliniana (Alessandra, mica roba grossa), “Meglio fascista che frocio”? In fondo, indistintamente, per Silvio vanno bene tutte e tre. Lui che, come ha ribattuto Nichi Vendola, che gay lo è per davvero e non ne ha mai fatto mistero, sta violando “i limiti che legge e il buon senso impongono” con “ninfe, escort, festini”.

Ed è da Nikita che parte l’affronto più duro verso la tronfia milanesità del cav. Non a caso. Il segugio salentino del premier, Raffaele “Big Jim” Fitto, ha giocato un’intera propaganda elettorale sottolineando l’incompatibiltà fra mansioni di governo e omosessualità. Ha rombato sullo sfacelo morale concretizzato nell’orecchino vendoliano, vomitato ingiurie su quel modo di essere diverso, opposto, non normale. Quello status che, per lui e per la manfrina del potere destrorso di Puglia, ha significato due volte sconfitta.
Nikita se l’è presa sul serio. Mentre Pierluigi Bersani accusa Silvio di essere “ridicolo”, Vendola entra nel merito: “È diventato di giorno in giorno più insopportabile lo stile con cui hai condito i tuoi mille monologhi con battute sessiste, con riferimenti umilianti ai corpi di donna considerati alla stregua di prede per le tue interminabili stagioni di caccia, con storielle che grondano antisemitismo, ora persino con battute omofobe”. Tutte boutade? No, “battute che possono ferire”, barzellette che sono “una minuscola enciclopedia del’imbecillità”.
E, “in quanto ai gay, se un tuo figlio, un tuo amico, un tuo ministro lo fosse e non avesse il coraggio di confessartelo pensa a quanta gratuita sofferenza gli staresti infliggendo. Tu sei l’uomo più potente d’Italia, dovresti persino sentire l’assillo e l’onere di essere un esempio per il nostro popolo, una guida politica e morale. Hai scelto invece di vestire i panni di un Sultano d’Occidente ”.
Un sultano d’Occidente in caduta libera, ammassato fra la spazzatura partenopea e sciolto nel letame puttanifero. Immagini da caduta dell’Impero. Mancano soltanto le congiure. O forse no?


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Stracquadanio, ovvero la moralità di un onorevole pappone

Che uno che si chiami Giorgio Clelio Stracquadanio, notorio sconosciuto, si metta a dare lezioni di moralità politica, lui con quel nome che a scriversi ricorda per metà un imperatore romano di quelli del periodo militare e per l’altra metà una bestemmia, (lui originario – e forse unico- aderente del PARTITO RADICALE TRANS(?)NAZIONALE, boutade volgari a non finire nel corso della sua carriera, giornalista de Il Tempo e niente popodimeno collaboratore del ministro Gelmini) è un po’ come gloriarsi di aver avuto per professore di storia e filosofia Sbirulino o Topo Gigio. Che poi, comodo sullo scrannetto da misero Berluskino, dispensi perle di saggezza su cosa sia lecito donare in cambio della carriera, allora il pathos miserrimo raddoppia. La politica italiota, d’altra parte, ha smesso di esser d’esempio per la plebaglia già da un bel po’. Tuttavia arrivare quasi a rimpiangere De Miculis, con il suo sciame di apette vogliose quando non ubriache di troie e cocktail, fa da un lato specie e, dall’altro, suscita pensieri timorosi. Il buon Straquadanio – che i media e gli scribacchini, con eccesso di zelo e di politically correct, onorano con l’appellativo di “deputato Pdl”, quando ci sarebbe da affibiargli, per antonomasia ed emulazione del capo, l’honoris causa in Porcologia – esce dalle righe, dalla giacca e cravatta ed anche da pantaloni e mutande e, come il Ministro dei temporali di Fabrizio De Andrè, “con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni ”, pontifica: “E’ assolutamente legittimo che per fare carriera ognuno di noi utilizzi quel che ha, l’intelligenza o la bellezza che siano”. Tradotto nella lingua di noi poveri altri, quelli di fuori l’emiciclo romano suona così: “Che male c’è se riempiamo le ore nella bouvette o nel transatlantico con qualche bel culo aperto?”. Ma il saggio Giorgetto proprio non se l’è sentita di usare le parole come un povero pappone da strada. va sé, e il Capo insegna. Nei luoghi del potere si batte meglio che in macchina.

DA LEGGERE ASCOLTANDO: CHECCO ZALONE, LA PIZZICA DI CENTRO DESTRA —http://www.youtube.com/watch?v=H3Brs5x3yQU&feature=related

Published in: on 14 settembre 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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