Bolognetti vs Bove: “Se ci sono i dati, allora li tiri fuori”

Maurizio Bolognetti in una delle sue tante battaglie che gli sono valse l'encomio di Pannella (fb)

Potenza – QUALCOSA si sta incominciando a muovere sul fronte Fenice. Il consigliere regionale Nicola Pagliuca, capogruppo del Popolo delle Libertà in seno all’assise di Viale della Regione, pochi giorni fa ha scosso dal sonnecchioso torpore la politica lucana, scagliando, nel mezzo del placido laghetto, una pietra che, per la verità, Stato Quotidiano aveva lanciato, con gran clamore, oltre un mese fa. “Chiediamo al Presidente della Giunta Regionale [Vito De Filippo, Pd, ndr] di conoscere le motivazioni addotte dalla Fenice S.p.A. circa il passaggio di gestione alla nuova società e se sono state fornite, agli enti competenti, le garanzie necessarie considerato l’esiguo importo del capitale sociale della Fenice S.r.l.”. E, con Stato, i Comitati locali ed i Radicali Lucani.

Lo scossone più grande, comunque, giungerà dalla manifestazione indetta dall’organizzazione “Diritto alla Salute” di Lavello. Una grande manifestazione, messa in piedi per venerdì (8 luglio, ore 18.30, Piazzale Sacro Cuore), nata in quattro e quattr’otto per richiamare l’attenzione dei media, per sbandierare al resto della penisola il malcontento e per far recapitare a chi di dovere (Regione Basilicata, Arpab, Asl) messaggi di mancato addestramento della popolazione. Neppure l’incitamento degli operai del termodistruttore, il ricatto del lavoro, ha fermato la battaglia. In piazza si va, dicono dalle parti del Comitato lucano, per “far chiudere lo stabilimento di Fenice”. Che, vale la pena ricordarlo, mette a repentaglio la salute della popolazione e della filiera agroalimentare anche della provincia di Foggia.

L’intervista rilasciata a Stato dal Coordinatore dell’Arpa della Provincia di Potenza, Bruno Bove, intanto è deflagrata con tanto di boato accessorio. Tutti i giornali lucani hanno ripreso la notizia. In un trafiletto, l’edizione de La Gazzetta del Mezzogiorno, si è anche chiesta la liceità avocatasi dagli Uffici dell’Arpa di non pubblicare i dati di fronte ad una situazione tanto grave (a maggio, va ricordato, nei pozzi di emungimento a valle di Fenice sono state rinvenute quantità consistenti di arsenico).

“E io ho presentato un esposto in Procura a Potenza”, introduce Maurizio Bolognetti (direzione nazionale Radicali, da sempre impegnato nella battaglia contro l’incenerimento a Melfi).

L’ennesimo, Bolognetti. Allora ha ragione Marco Pannella quando la ringrazia per “la sua tenacia e per la forza con cui porta avanti le battaglie anche da solo”. Ma serviranno queste azioni? No, sa, perché, in tutta questa storia, esce fuori una magistratura particolarmente tardiva nei provvedimenti…
E come potevo non farlo? Quando leggo dichiarazioni come quelle rilasciate a lei da Bove, in cui lui si arroga il diritto di non pubblicare dati che sono pubblici e che, nel 2009, la stessa Procura di Melfi ha desecretato, non posso che invocare, anche a livello ufficiale, una subitanea presa di posizione da parte della Procura. Poi, magari, ciò non avverrà.

Cosa la sorprende, Bolognetti?
La domanda è un’altra: come può un funzionario dell’Arpa, uno che sarebbe tenuto a garantire la salute dei cittadini, decidere, al contrario, di mettere sotto silenzio una cosa che ha riflessi estremamente pesanti sulla salute delle comunità?

Ve bene, lo chiediamo a lei: come può?
Non lo so come possa farlo. So che, facendolo, va incontro ad una palese violazione della Convenzione di Århus che, all’articolo 5, comma C, prevede la diffusione immediata e senza indugio di ogni cifra a dato o elemento che descriva l’attività di qualsiasi cosa abbia ripercussioni dirette sulla salute delle persone e dell’ambiente. A Potenza ed a Lavello, invece, si sta scherzando amenamente sulla pelle della persone, di un’intera comunità di cittadini. E questa cosa è estremamente grave.

Bove ci ha confermato che i dati ci sono e che è necessario domandarli con atto formale. Dopo di che, chiederà alla Procura se…
Ma sono due anni che chiediamo la documentazione all’Agenzia Regionale per l’Ambiente! Questa sui dati, mi creda, è una querelle storica, un tira e molla che, in tutta franchezza, mi sta seccando. Sta seccando me, sta seccando i Radicali, sta seccando i Comitati e i cittadini. Prima, e parlo del giugno del 2009, dicono che sono secretati. Quando, ad ottobre di due anni fa, la Procura di Melfi decide, finalmente, che è giunto il momento di sapere ed ordina la pubblicazione degli stessi, ci vengono fatti vedere solo quelli a partire dal 2008 (ora scomparsi dal sito dell’Arpab, misteriosamente, ndr). E gli altri? E quelli precedenti? Bove, tempo fa, ha detto e cito che tutti “sapevano che Fenice stava inquinando”. Bella scoperta. E, chiedo a Bove: che avete fatto per fermarla? Niente, hanno alzato le mani e detto che, al contrario, non spettava all’Arpa intervenire. Mi sembra tutto molto grottesco.

Bolognetti che c’è in quei dati di tanto sconvolgente? Insomma, ormai tutto il peggio è uscito: nichel, manganese, arsenico. Le colpe di Fenice, la vostra verità. Cosa li spinge a non pubblicare proprio quelli precedenti?
(grossa risata) Questo bisognerebbe chiederlo a Vincenzo Sigillito (ex direttore dell’Arpab, ndr), a Raffaele Vita (attuale direttore dell’Arpab, ndr), a Bruno Bove, a Fenice.

…alla magistratura…
In particolare al Procuratore di Melfi, Renato Arminio.

Che c’era?
E chi lo sa? Ufficialmente erano dati incompleti e non formali. Ciò significa che o non sono stati fatti i controlli, oppure, nel caso questi siano stati fatti, nessuno si è preso l’onere di firmare le carte…

Non c’è mai fine al peggio?
Forse i dati erano peggiori di quelli attuali, si. Forse erano centinaia di volte superiori alla norma. Forse temono si possano scoprire connessioni terribili con le morti sul territorio. L’inquinamento, e soprattutto certo inquinamento, non scompare con il tempo. Resta incollato sulla pelle di una terra: sui suoi frutti, sui suoi suoli, sulle sue acque. Stanno ammazzando un territorio che, prima dell’indotto Sata, era puro e vergine. E, soprattutto, vivibile.

E se Bove avesse ragione a dire che è la Procura a non volere la diffusione dei dati?
Io non ho nulla contro Bove, sia chiaro. Tuttavia, mi sembra alquanto particolare che una Procura decida di togliere il segreto istruttorio soltanto su certe carte e non su altre. Magari da quelle fatte passare sotto silenzio non esce nulla di scandaloso. Oddio, già sapere che l’inquinamento incide sul Vulture non da due anni ma da nove sarebbe una notizia drammatica. In ogni caso il problema è anche di democrazia. I cittadini hanno il diritto di sapere.

Ma la politica che fa?
La che? La chi? Non ricordo di aver mai sentito l’Assessore alla Sanità della Regione Lucania, Mancusi, fare pubbliche dichiarazioni contro l’inceneritore La Fenice di Melfi. E non credo di sbagliarmi. L’unica uscita che si ricorda del buon Mancusi risale ad un paio di anni fa e concerne un battibecco avuto in consiglio regionale con l’ex sindaco di Melfi, Alfonso Ernesto Navazio, al quale Mancusi ricordava che, dal 2006, non si svolgono indagini epidemiologiche sull’area. Tutto qua.

Nicola Pagliuca, consigliere regionale di centrodestra, la settimana scorsa ha posto in essere il passaggio da Fenice spa a Fenice srl nella gestione dell’impianto, chiedendo conto al Presidente Vito De Filippo del motivo per il quale la regione abbia taciuto di fronte a questa sorta di pre ammissione di colpevolezza della società di gestione dell’inceneritore melfitano.
Sono passati sette mesi da quel passaggio di consegne e Pagliuca è stato il primo, diciamo così, politico istituzionale a portare allo scoperto la questione. Voi di stato, ad esempio, ne avete parlato un mese fa. Io lo denuncio da gennaio. I Comitati fanno altrettanto. Basta fare una sillogica deduzione…

Dalle parti di De Filippo tutto tace…
E che si aspettava? La tattica è quella del muro di gomma: assorbire il colpo e, nel caso, fagocitare.

Neppure il Sistema Sanitario brilla in questa storia…
E, su questo, mi sento di dare ragione al dottor Bove. L’Asl, anzi le Asl delle zone coinvolte, dove sono finite? Le ultime rilevazioni risalgono addirittura al 2006. E già allora – ecco perché crediamo che ci sia premeditazione dietro il “ritardo” – le stime erano incredibilmente allarmanti. E ora? A Lavello i cittadini ripetono ossessivamente che tre su cinque dei ricoverati al Crob vengono dal loro paese. Che non è New York. Che cosa vogliono fare? Attuare uno sterminio di massa? Diano delle risposte e facciano subito. Si attivi il personale sanitario, si scuotano anche gli stessi medici di base. Non restino chiusi nel loro silenzio. In tutta la Basilicata, lo dice l’Istat, non un Bolognetti qualunque, c’è stato nel 2006 un tasso di incidenza tumorale più grande che in tutto il resto del Paese. Questa peste italiana deve essere curata.

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Fenice l’avvelentarice. A maggio sgamato l’arsenico

L'inceneritore Fenice

Melfi – NICKEL e Manganese in aumento; i dati sui pozzi piezometrici non riportati nelle rilevazioni di marzo che compaiono e sono mortificanti; la “new entry dell’arsenico”, per dirla con le parole di Nicola Abbiuso, Comitato Diritto alla Salute di Lavello. Questo quello che emerge dal monitoraggio ambientale delle acque dei pozzi a valle dell’inceneritore de La Fenice di Melfi a maggio 2011. C’è di strano, ancora una volta, il silenzio degli enti e dell’Arpa della Lucania che, anche di fronte a questo ennesimo dato negativo, prosegue nel suo tentativo silenzioso di picconamento del fiume Ofanto.

Le cifre diffuse mettono in apprensione i cittadini del Vulture. Aumenta infatti, malgrado la tanta decantata barriera idrica – in effetti inutile, malgrado avesse dovuto, in parte, contenere l’inquinamento della falda – la presenza nell’acqua di metalli pesanti. Veri e propri assalitori della salute dell’uomo. Capaci come sono di violare l’immunità del corpo attraverso la diffusione di malattie allergologiche ed infiammatorie (oltre che, ovviamente, tumorali).

NICKEL – Il problema dei problemi. Ormai da quattro anni è la costante fissa delle rilevazioni dei pozzi melfesi. L’attività di Fenice, dicono i dati di maggio, ha provocato l’ennesimo inquinamento da nickel. A differenza di quanto avvenuto tre mesi fa – dei rilevamenti compiuti a marzo furono diffusi soltanto i dati riguardanti 6 pozzi -, ora la situazione è più chiara. Ma, purtuttavia, non per questo migliore. In sette dei dieci pozzi, l’acqua ha una concentrazione di nickel superiore alla norma. Il decreto legge 152 del 2006, infatti, fissa a 20 i milligrammi per litro di metallo possibile. Barriere, questa, oltrepassata nei pozzi 2 (33 mg/l, niente rilevamento a marzo), 3 (34 mg/l, in salita rispetto ai 21 di tre mesi fa), 5 (172 mg/l, nessun dato a marzo), 6 (183 mg/l, in crescita), 7 (43mg/l, in miglioramento), 8 (addirittura 393 mg/l, nessun dato precedente) e 9 (93mg/l, molto peggio) e contenuta soltanto nell’1 (5 mg/l), nel 4 (per un soffio, 15 mg/l) e nel 104.

MANGANESE – Va addirittura peggio per quel che concerne il manganese (che, tanto per capirci, è una delle maggior cause del parkinson). Anche in questo caso, la diffusione dei rilevamenti effettuati su tutti i pozzi, butta giù la maschera dietro cui Arpab e Fenice si schermavano. A fronte di un limite previsto di 50 mg/l, sfora metà dei pozzi: il 2 (955 mg/l, vuota la casella a marzo), il 4 (610 mg/l, quattro volte in più rispetto a tre mesi fa), il 5 (955 mg/l, non rilevato a marzo), il 6 (1250 mg/l, anche questo un centinaio di mg/l in più rispetto a tre mesi fa), l’8 (394mg/l, ovviamente inserito dopo il silenzio di marzo).

ARSENICO – As, questa la nuova sigla che spaventa i Comitati e i cittadini di Puglia e Basilicata. Ovvero, l’Arsenico, uno dei veleni più letali in natura. E’ un’assoluta novità. Lo sforamento è stato registrato nel pozzo di emungimento numero 4 dove, a fronte di un limite fissato a 10 mg/l, si è raggiunta quota 18.

REAZIONI – Abbiuso non ha nessun dubbio. E ripete ancora, come un mantra, la sola soluzione possibile: “Bisogna fermare l’inquinamento. E per fermare l’inquinamento bisogna dire basta a Fenice”. Discorso bissato dal Comitato di Capitanata che, per voce di Michele Solazzo chiede “la cessazione immediata del funzionamento dell’inceneritore La Fenice”.

http://www.statoquotidiano.it/20/06/2011/fenice-avvelena-ancora-a-maggio-riscontrato-arsenico/51243/

p.ferrante@statoquotidiano.it

FOCUS, GLI ARTICOLI DI STATO – 1. Fenice, un caso di (a)normale inquinamento (Stato Quotidiano, 16 maggio 2011)
2. Fenice, la verità di Bolognetti: “Ci uccidono in silenzio” (Stato Quotidiano, 27 maggio 2011)
3. Fenice, contro l’inceneritore si muove anche la Capitanata (Stato Quotidiano, 31 maggio 2011)

4. Melfi, i panni sporchi di Arpab: “Giusto che Fenice chieda di bruciare di più” (Stato Quotidiano, 9 giugno 2011)
5. Fenice la rabbia del Comitato di Lavello: “Una presa in giro” (Stato Quotidiano, 14 giugno 2011)

Fenice, un caso di (a)normale inquinamento

L'area della Fenice; in rosso, i pozzi di emungimento (googlemaps)

Lavello – LA Fenice è un inceneritore. Per la precisione, il più grande inceneritore europeo. E’ situato nella zona industriale di San Nicola di Melfi. Nel 1999, la Fiat l’ha messo in funzione (il ricatto è in marchionnese: o accettate l’inceneritore o addio posti di lavoro). A Sud, ovviamente, dopo aver tentato, invano, di insediarlo in Piemonte, nella zona di Biella. Le ceneri della Fenice-inceneritore, non sono quelle della Fenice-volatile. In questa zona bellissima e sciagurata, tuffata nel verde della Lucania settentrionale, con vista privilegiata su Daunia e Campania, le ceneri sono sinonimo di morte, di malattie. Le vite non rinascono, s’interrompono.

L’OFANTO – Fenice, che ha due forni, uno a griglia ed uno rotante, opera a cielo aperto. A sei chilometri da Lavello, il centro abitato più vicino, a tre dal fiume Ofanto. Corso d’acqua fra i più grandi dell’Italia meridionale, le cui acque sono utilizzate per l’irrigazione dei campi di tre regioni: Puglia, Basilicata e Campania. Inutile spiegare che, le ceneri, s’immettono nel ciclo dell’acqua depositandosi infine, senza colpo ferire, sulla superficie del fiume causando danni irreparabili. Di più. La Fenice è anche responsabile dell’inquinamento di una falda acquifera che, guarda caso, scorre sotterranea proprio in direzione dell’Ofanto.

I PROBLEMI – La segnalazione giunge a Stato anonima. E proviene dallo sterminato paesaggio del Basso Tavoliere, sponda cerignolana. Da queste parti, di campagna si vive. La coltivazione continua ad essere l’elemento preponderante dell’economia. E, in generale, dell’area compresa fra il centro divittoriano e la città di Foggia. L’inquinamento delle falde o, comunque, dell’oro blu utilizzato per l’irrigazione è vista come una tragedia. Nessuno lo può dire, nessuno può esporsi apertamente. In ballo, in questa storia, ci sono intere partite di prodotti ortofrutticoli. Quegli stessi prodotti che venivano immessi sui mercati internazionali, Germania in primis. E che, adesso, pare stiano iniziando ad essere rispediti al mittente. Mettere in giro la notizia, oltrepassare il filtro del silenzio, potrebbe voler significare la bancarotta. Qualcuno, come R.F., abbozza un timido “Può darsi”, onde poi rifiutare anche soltanto di approfondire. Dovesse essere confermata – come pare lo sia – la notizia della contaminazioni da metalli pesanti dei prodotti agricoli del Basso Tavoliere e della prima Murgia barese, la morte dell’economia autoctona sarebbe ineluttabile. Ecco perché, al momento, fra agricoltori e produttori vige il più assoluto riserbo. Pur montando la rabbia verso l’avvelenatore. Non va dimenticato inoltre che non si è lontani dal vulcano spento del Vulture. Ovvero, da quel terreno produttivo di acque in bottiglia che, al consumatore, vengono spacciate come sane.

A destra, Nicola Abbiuso (St)

LE CIFRE – La Fenice è un cancro. Nel solo anno 2009, stando agli ultimi dati emessi dal rapporto dell’ISPRA (si attendono a giorni i nuovi, quelli riferiti al 2010), ovvero l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, su 39.614 tonnellate trattate, ben 20.884 sono di rifiuti pericolosi. Di questi, non tutti sono di provenienza nazionale. Alcuni viaggiano dalle lande francesi. Il rapporto ISPRA afferma che i rifiuti pericolosi bruciati in Italia nella ambito dei R.U. sono 54 mila tonnellate di questi 34.482 sanitari ed ospedalieri e 19.907 di altra natura, questi ultimi – si evince – tutti bruciati a Fenice. Di più, alla Fenice, malgrado manchi del tutto ogni sorta di autorizzazione in questo senso, ed anzi, la stessa Provincia di Potenza, non più tardi della fine di gennaio di quest’anno abbia espressamente posto un freno per mancanza di autorizzazione, vengono smaltiti anche diversi quantitativi proprio di materiale sanitario. Lo dice lo stesso Ispra, ovvero il Ministero, nel rapporto succitato. Nel 2008, a Melfi ne sono state smaltite, certe, 978.

E LE CARTE? – Il tutto, quasi a coronamento, senza la certificazione necessaria. Nel 2000, infatti, la Regione Basilicata rilascia alla Fenice spa, all’epoca società di gestione dell’inceneritore (poi, con un’opera di perfetto maquillage, da pochissimi mesi passata alla Fenice srl – mentre la proprietà rimane nelle mani della società transalpina – con capitale sociale di appena 50 mila euro e con oltre 50 operai sul groppone), l’Autorizzazione Integrata Ambientale. Tuttavia è un provvedimento temporaneo, limitato nel tempo e ridotto a cinque anni. Nel frattempo, anno 2001, la ditta viene venduta all’Edf che gestisce al di là delle Alpi svariate decine di centrali nucleari ed è, in un qualche modo, l’interfaccia silenziosa della Edison.

AIA – Prima del rilascio della concessione definitiva dell’AIA, l’Ente lucano si riserva di monitorare la situazione. Ma i controlli sono ballerini, quando non del tutto inesistenti. Di volta in volta, nessuno si oppone allo strapotere del duopolio Edf-Fiat, malgrado le tante interrogazioni parlamentari, e malgrado inizi a scendere in campo l’attivismo della cittadinanza di Lavello. Che si inizia a chiedere chi e perché abbia dato inizio al sistema perverso per cui, la popolazione di 19 paesi dell’Alta Basilicata, ovvero del Vulture, sono tenuti, a partire dal 2000, a smaltire i rifiuti non mediante strumenti pubblici, ma per mezzo dell’inceneritore melfitano. Una contraddizione che monta e che cresce anno dopo anno, con punta nel 2009. E’ l’anno in cui i danni si moltiplicano. E, guarda caso, è lo stesso anno in cui il Comune di Melfi si vede costretto ad emanare un’ordinanza di non utilizzo dell’acqua dei pozzi. L’acqua è insicura e non ci sono le condizioni per operare in igiene. Passano due anni e, a gennaio 2011, così, è la Provincia di Potenza a mettere le cose in chiaro. Con un comunicato stampa secco ed inequivocabile, precisa che l’AIA – undici anni dopo! – “non [è] ancora rilasciata”. E che l’impianto è stato, appunto, autorizzato ad operare “con Determinazione Dirigenziale della Regione Basilicata n. 75F/2000/D/498 del 19.10.2000 (durata anni 5), successiva Determinazione Dirigenziale di questo Ufficio n. 2986 del 19.10.2005 di rinnovo (durata anni 5), ed in ultimo con Determinazione Dirigenziale di questo Ufficio n. 3065 del 14.10.2010”. In realtà, Fenice ha presentato richiesta soltanto nell’anno 2006, precisamente il 31 marzo, Richiesta che, ad oggi, è ancora in “corso di istruttoria”.

L’AUMENTO DI CAPIENZA – Ed una cosa particolarmente strana è che, a distanza esatta di un quinquennio, l’ultimo giorno di marzo di quest’anno, la Fenice, dopo aver accettato (a chiosa di un tavolo tecnico svoltosi a Potenza ed a cui hanno preso parte Comune di Melfi, Regione Basilicata, Provincia di Potenza, Arpab, Asp e Fenice ovviamente) di svolgere un’analisi di rischio, decide che è giunto il momento di dare un’accelerata. In quel momento, essendo i valori in calo, l’impresa lascia passare il messaggio dell’impatto zero sull’ambiente. Come dire: “Ad inquinare l’acqua non siamo stati noi”. E presenta addirittura una proposta di aumento della capienza di uno dei due forni (quello a griglia), chiedendo – la risposta deve darla la Regione – di passare dalle attuali 30 mila tonnellate annue a 39 mila. Più incenerimento significa più rifiuti, più rifiuti più energia, più energia più acqua. Si calcola infatti che, oltre ad inquinare, la coppia Fenice-Edf e Fiat, sprechi una quantità di liquido vitale pari a 12,5 milioni di metri cubi all’anno. E si tratta di acqua assolutamente potabile.

SALUTE – Non basta. Dai 200 camini della Fiat, più da quelli di Fenice vengono fuori quantità enormi di nano particelle (12 milioni di metri cubi all’ora di fumi sono immessi nell’atmosfera). Il che incide in maniera diretta ed inequivocabile sulla salute. Ma, anche in questo caso, i controlli non sono bastevoli. Uno degli animatori del Comitato per la Salute di Lavello, Nicola Abbiuso, ci dice che “le ultime stime risalgono al 2006”. E sono certamente parziali. Fanno in effetti i conti soltanto sull’aumento dei tumori (sono esplosi quelli alla prostata, al colon ed allo stomaco in sugli uomini; mammella, fegato e retto per le donne; ma, a parte qualche raro caso, quasi tutti gli organi sono colpiti). Al contrario, le nanoparticelle provocano allergie e serie ripercussioni sul sistema cardiocircolatorio, aumentando il rischio d’infarti. Ma l’Asp latita. Ed anche il Crob di Rionero in Vulture, uno dei maggiori centri in Italia in materia oncologica, in effetti fa poco. “Su cinque persone ricoverate al Crob – stima Abbiuso a Stato – tre sono di Lavello”. Tutto questo l’Arpab lo sa e, per anni, lo nasconde. O, per lo meno, fa finta che il problema non sussista. Tanto che, interpellato dalla stampa e sollecitato dai comitati pubblici, l’ex Direttore dell’Ufficio per l’ambiente della Basilicata, Vincenzo Sigillito, è costretto ad ammettere l’evidenza. Ovvero sia del fatto che l’Arpab era a conoscenza, già nel 2007, del problema dell’inquinamento delle falde ofantine. Quel che, al contrario, appare strano, è che, invece, lo stesso Sigillito, il cui atteggiamento è sempre stato alquanto ciondolante rispetto alla questione, afferma che l’Ufficio non dispone dei dati sul monitoraggio dell’area Fenice nel quinquennio 2002-2006.

I METALLI PESANTI – Nel corso del tempo, ad aumentare – e a preoccupare – è soprattutto la presenza di metalli pesanti, inquinanti per le acque, dannosi per la salute. Cromo, nichel e mercurio sono costanti rilevate nelle acque dei nove pozzi di emungimento collocati alle spalle dell’impianto. A seconda della rilevazione, i loro valori mutano. L’ultimo rilevamento, risalente ad un paio di mesi fa, ha visto un netto abbassamento dei valori. Tuttavia questo è dovuto alla realizzazione della cosiddetta barriera idrica. Ovvero di una serie di pozzi che, nei fatti, depurano l’acqua alterando la veridicità dei valori del campione rilevato.

Le apparenze – e solo quelle – sono salve.

p.ferrante@statoquotidiano.it
Link: Stato Quotidiano

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