Gaza, chiamatela colonna di nuvole, ma la realtà è sempre una fusione di piombo

comunicato stampa Arci Puglia sull’inizio dell’Opreazione Pillar of cloud

In questi minuti riceviamo la notizia dei bombardamenti dell’aviazione israeliana su Jabaliya, dove ha sede il nostro partner di Cooperazione Internazionale, il Remedial Education Center.

Da domenica scorsa la Striscia di Gaza è sotto attacco con un’intensificazione dei bombardamenti nelle ultime ore, in quella che quest’oggi il Primo Ministro israeliano Nethanyahu ha annunciato come l’Operazione militare «Colonna di nuvola» (Cloud Pillar). In palese violazione del Diritto Internazionale, nel sistematico tentativo di considerare la Striscia di Gaza come qualcosa a sé stante dalla Palestina, ancora una volta – nel totale disprezzo della dignità umana – i vertici israeliani stanno colpendo la popolazione civile, già stremata dal lungo assedio.
Le ostilità erano iniziate la scorsa settimana, a seguito del lancio di razzi verso il sud di Israele da parte di Hamas, quale gesto di rivendicazione per l’uccisione di Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, il ragazzo di 13 anni freddato da un proiettile israeliano mentre giocava a calcio nei pressi della sua abitazione. È da allora che si susseguono bombardamenti, uccisioni e un raggelante silenzio stampa.

L’Arci Puglia, condannando l’uso della violenza da qualsiasi parte in conflitto essa provenga, esprime la propria vicinanza alla popolazione gazawi auspicando il cessate il fuoco.

Come già per la Siria, anche la strage in corso nella Striscia di Gaza rischia di passare sotto silenzio. I principali media stanno ignorando le notizie da giorni, e laddove riceviamo Informazione, spesso questa è distorta. Per gli aggiornamenti, sul web Michele Giorgio (inviato de Il Manifesto dal Medio Oriente) e Rosa Schiano (attivista dell’International Solidarity Movement) stanno costantemente aggiornando i propri profili Facebook. Così come stiamo rilanciando le notizie sulla pagine dell’Arci Puglia. Anche sul sito http://nena-news.globalist.it/Detail_News_TopStories?news=0&CategoryID=292&Loid=200 della NEAR EAST NEWS AGENCY si trovano aggiornamenti costanti.

Vi chiediamo di far circolare con la massima urgenza le informazioni sull’attacco nella Striscia di Gaza, via mail, sui social network, ma soprattutto raccontandola.

General strike, credevamo di aver toccato il fondo. E invece…

Diciamocelo: mediaticamente Genova ci ha abituati alla crudeltà della figurazione. Il pulp della manifestazione che sfocia in mazzate, il ‘tarantinismo’ delle botte con annessi termosifoni sudici di sangue e dreadlock macchiati di rosso, il percussionismo dei manganelli che bacchettano sugli scudi.
Diciamocelo: credevamo di avere il pelo sullo stomaco, di esserci trasformati nella generazione dell’immunità al dolore. Una sorta di medici della rianimazione: freddi, crudi, impassibili. Credevamo che i tonfa non avessero più il potere di scandalizzarci. Come indiani al fronte, certi che i proiettili sbattessero contro la corazza eretta attorno a noi da un Manitù comunista.
Diciamocelo: tutto il rancore accumulato non ci ha precluso la possibilità di aprire una linea di credito ad alcuni settori delle forze dell’ordine. Ci sono volute immagini come quelle di oggi, le manganellate in faccia ai ragazzini, i calci e i pugni rifilati agli studenti, l’odiosa boria dei giornali di regime che continuano a farci credere che i buoni garanti della democrazia statale sono quelli che hanno avuto la peggio.
Diciamocelo: se l’immagine del ‘general strike’, lo sciopero generale europeo, diventa questa, il volto di un bambino di 10 anni rigato di sangue, allora possiamo realmente dire che è tramontata l’era dello stato di diritto. Possiamo dire che i corpi scelti per sedare gli spiriti dei cittadini in lotta, sono gli stessi di sessant’anni fa, rimasugli raccolti sul fondo delle pattumiere fasciste, spazzatura da anni sessanta e settanta, figliacci brutti non della fame, ma della sete di onnipotenza.
Diciamocelo, perché se no ce lo diciamo rischiamo di raccontarci soltanto delle belle fiabe: le Costituzioni, le Carte, gli Accordi, le Dichiarazioni sono soltanto carta straccia. In Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Italia siamo nelle mani di strutture di potere che detengono il controllo dei governi servendosi della forza e della violenza. Nel nome della necessità, del senso del dovere, nel nome dell’economia di mercato, stanno gettando al macero decenni di conquiste civili e democratiche. Dunque, tramutando i nostri sistemi in marciume incivile ed antidemocratico.
Diciamocelo: chi dice l’opposto o è in malafede o è un banchiere. O, al massimo, gode a veder picchiare i bambini.

Primarie si, primarie no, primarie via mail, primarie c’hanno rotto i…

Primarie. Dieci mail al giorno di altrettante difformi personcine che ci tengono, con cura e dovizia, informati sulla campagna elettorale di Nichi Vendola, sulle interviste televisive (es. “Questa sera Nichi Vendola a La7!Seguilo anche tu”. Oppure: “sintonizzati su Rai Due! C’è Nichi!”) e sugli articoletti di giornale.

A loro, per dovere di educazione dobbiamo qualche risposta:
A. Non abbiamo la televisione e non ci interessa averla. Risparmiamo sul canone Rai e sulla corrente e leggiamo tanti libri in più
B. Anche se avessimo la televisione, piuttosto che toccarci estasiati e orgasmici sulle fisime di Nikita, Pierlu e Renzino Renzi, ci caveremmo gli occhi
C. Tranne in casi eccezionali, non compriamo i giornali. In particolare, non compriamo i giornali filo-governativi, filo-israeliani, anti-cubani, filo-filati e stracazzi di tal risma. Usiamo internet e, per giunta, interessandoci di notizie politicamente serie e di cultura. Tutto il resto, per quel che ci riguarda, è fuffa buona per essere incenerita negli impianti che Nikita ha regalato alla Marcegaglia
D. Non voteremo alle primarie perché ci fa schifo il processo della democrazia/cabina telefonica (metti il gettone e voti). E perché, noi, con due euro, compriamo 20 chili di legna per quest’inverno

Dunque, ricontattateci quando vorrete lottare con noi. Fino ad allora: esimetevi

In nome della legge ti nomino fratellino d’Italia (ovvero: Poropo poropo poropopopopo)

208 si, 14 no, 2 astenuti. Mentre la Grecia brucia e il Portogallo geme, il Parlamento Italiano, corre l’anno del Signore 2012, vota, praticamente unanime, un ddl che prevede – udite udite – l’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole. A parte i soliti pagliacci dal naso verde, i leghisti più CeSti (panieri buoni a raccattar €uritalici) che CeLti, ma dioliscampi che possano esser COlti e men che meno CAUti, insomma, tutti d’accordo. Montiani e pidiellini, ex comunisti e populisti, dipietrini scontenti e quelli contenti, la donzelletta che vien dalla campagna, il passero solitario (ovvero: no Viagra? Ahiahiahiahiahai!!!!) e quella che è arrivata al Palazzo Madama pur essendo molto poco Madama e molto più velina.

E allora sgrani gli occhi, poi li stropicci e li risgrani. Inizi a chiederti se la Repubblica (quella istituzionale, non l’organo di stampa di Confindustria), quella che dovresti star vivendo dal 1946, sia davvero tale o solo un’invenzione dei maledetti libri di storia bolscevichi. Oppure se sei tu che hai guardato male il calendario e, nell’anno 1946, ci sei ancora e la Costituente sta discutendo di una cosa che, già allora, sarebbe così futile.

Ti affidi alla rete come un appiglio. Diamine, allora se c’è internet, devi scartare l’ipotesi XX secolo. Dev’essere un’indigestione. Poi ricordi che la precarietà del mercato del lavoro, quella voluta dallo Stato Italiano e dal suo apparato, ti ha regalato il privilegio di essere sempre magro, perché mangi una volta al giorno (la sera) e per giunta di corsa per non far troppo tardi al lavoro la mattina dopo. Quindi concerti con te stesso che dev’essere un abbaglio, una svista. Una roba tipo pubblicità. Com’è quella frase che segue quel jingle? “Tutto il giorno fuori, sempre di corsa, e ora… non ci vedo più dalla fame”. Acchiappi un cioccolatino, rimasuglio di un vecchio dono di un amico gentile e provi a rileggere.

Ripeti: “Siamo nell’anno 2012, novembre, quasi 2013. Sono 20 anni che ci dicono di aprire le frontiere e di donarci alla globalizzazione dei mercati e all’Europa e al mondo. Hanno voluto essere così credibili nella storia dell’allargamento delle frontiere che hanno provato a tirare dentro – nell’Europa, ripetitelo – anche Israele, uno stato che con l’Europa c’entrerebbe come una coniglietta di play boy alla festa di comunione del figlio del campanaro di Toritto”. D’un fiato, con la convinzione che ti dà le certezze che non avevi, gasato dall’appartenenza spinelliana e con l’inno alla gioia che ti rimbomba in cuore apri tutti i siti certo che la realtà italiana non può essere vera, leggi Repubblica. Azzo, conferma. Leggi il Corriere: A ricazzo, come sopra. Leggi Pubblico: e ancora un altro yes, man, is as you read…

L’inno di Mameli? Nelle scuole? Nel 2012? Ti gratti in testa e pensi ai bambini, nelle classi grigie e polverose, senza insegnanti di sostegno perché non ci sono soldi, con il maestro unico perché non ci sono soldi, senza termosifoni perché le Province, per ripicca ai tagli, hanno deciso di non dare più soldi, che mandano giù storie di balilla e di elmi di scipio (che tu non hai mai voluto sapere chi fosse sto cazzo di scipio e godi a scriverlo in piccolo, con la minuscola). Appaiono scene che non vorresti. Quello che canta, tronfio, a sei anni, grembiulino blu e capello riga di lato. Quell’altro che l’accompagna con la gracchiante diamonica. Il più creativo che prova a piazzare un ‘dlin!’ di triangolo un po’ dove minchia gli pare, in preda all’erotomania Patria, nipotino delle romane gesta e degli eroi d’aria e di terra.

Immagini – e non riesci a contenere un risolino a trombetta – che, per l’occasione, il Miur darà il via ad un nuovo concorso per cattedra: Storia patria. Ovvero, come ti faccio sentire Italiano anche se l’Italia è davvero una gran fregatura. Requisiti: essere un uomo del Sud, leggermente invasato, amante delle partite della Nazionale, propenso alla mano sul cuore, preferibilmente con simpatie destrorse. Favorite le categorie protette: soggetti con braccio destro più lungo del sinistro.

“Ma sì certo!”, e sbatti alla fine una mano sulla fronte. Sono 10 anni che, ad ogni mondiale di calcio, l’inno di Mameli finisce in coda alla play list dei conterranei, senza un posto sugli I-pod. Ripercorri la storia dal 2006: prima furono i Pooh, poi Checco Zalone, addirittura i White Stripes… Il “Po-popopopopo” del gruppo rock che prese il posto dell’unica parte d’inno che tutti conoscono, da Napolitano a Camoranesi: “Poropo-poropo-poropopopopo”, quella senza parole. Eccolo l’obiettivo: formare classi di calciatori e di tifosi che sappiano cosa cantare ogni quattro anni!

Evviva Monti, l’amico degli ultimi. Adesso si che andare a scuola avrà un senso!

Published in: on 8 novembre 2012 at 22.29  Lascia un commento  
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E’ una questione di punti di vista

Se n’è andato nel suo letto. E, questo, è già tanto. Se n’è andato con la libertà di poter morire nel rimpianto dei suoi. Se n’è andato orizzontale quando, da quella parte, non tutti possono dire lo stesso. E allora, dato che la vita e la politica sono una questione di punti di vista, vale la pena di rimettere le cose nel proprio senso. Quello giusto….

Published in: on 3 novembre 2012 at 22.29  Lascia un commento  
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La vendetta ha i dreadlock e veste di pelle

Recensione “La ballata di Mila”, Matteo Strukul – Puntata numero 95 (3.11.2012) della rubrica MACONDO – LA CITTA’ DEI LIBRI. Per leggere tutte le recensioni, i consigli, i temi della settimana, clicca qui

ImmagineVendetta. Violenza. Cattiveria. Potenza. Giustizia e Ingiustizia. Morte. Sangue. Disperazione. Viltà. Tradimento. Furia. Disillusione. Adrenalina. In due parole:Matteo Strukul. In tre: “La ballata di Mila”. Ovvero, un autentico cippo per la letteratura di genere. Un romanzo che ha sparigliato le carte, “La ballata di Mila” (puntata numero 1 dell’esperienza della collana SabotAge di E/O, edito l’anno passato). Che non ha proceduto per imitazione, che non si è contentato di restare nei confini, ma che ha cancellato ogni frontiera, abbattuto a sassate i check-in degli eserciti del convenzionale, sfondato i posti di blocco del conservatorismo letterario. Addirittura, dato vita ad una nuova galassia oscura del grande universo noir: lo sugarpulp. Per definizione (coniata dallo stesso Strukul in compartecipazione con Matteo Righetto, autore di “Savana Padana”) una “polpa narrativa adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometria crescente che rende lo scrivere più alcoolico, più tossico, più anfetaminico”. Più concretamente, una ‘nordestizzazione’ dell’esperienza scrittoria di grandissimi come Joe LansdaleVictor Gischler o Elmore Leonard.

“La ballata di Mila” è un distillato puro di rabbia. Che racconta una storia per narrare la Storia, miscelando finzione e realtà, romanzo e cronaca. E la Storia è quella del ricco Nordest, passato di terra alacre e laboriosa, landa contadina prestata all’industrializzazione coatta, ponte sospeso fra tradizione e progresso. Al secolo, terra di crisi, di sperimentazione feconda delle mafie, innestate oramai nei tessuti urbani come tralci di vite amara ad avvelenare i frutti del Moscato o del Tocai. Ma la storia è anche quella di Mila Zago, angelo sterminatrice impietoso, pistole e spade al posto delle ali, un’esperienza familiare drammatica al posto dell’aureola. Femmina di quella femminilità feroce,dreadlock rossi come richiamo al fuoco che arde nel suo petto abbondante, lussurioso e gambe lunghissime strette in pantaloni di latex. Abbandonata, bambina, dalla madre; costretta, ancora ragazzina, a vedere cadere sotto i colpi della mala veneta suo padre poliziotto e, nello stesso giorno, violentata dagli stessi assassini paterni; formata, giovane, dall’allenamento marziale del nonno militare sull’Altopiano dei Sette Comuni; messasi, donna, proprio al centro del terreno di scontro tra la mafia italiana di Rossano Pagnan e la setta dei Pugnali Parlanti, spietata gang affiliata alle triadi cinesi. Mossa dalla sete di vendetta, Mila li schiera l’uno contro l’altro. Cinesi contro Italiani. Conquistatori nuovi e vecchi. Fa da esca, da boccone. Li coinvolge e li sconvolge, li attira in tagliole mortali e spietate. Ordisce piani e calpesta vite. Passa su di loro come un trattore su una campo infangato. Nel vuoto della legge, impone le sue regole. Diventa giustizia, discriminante tra il bene e il male. Nei manuali di Mila non esiste assoluzione. La vendetta è il suo unico codice. Il castigo finale, per tutti, per Italiani e Cinesi, è solo la morte.

La dirompente rottura de “La ballata di Mila” è qui: nel superamento della pacificità del bene. Nella figura di Mila, c’è il senso di giustizia che si sporca le mani di sangue. Non c’è rassicurazione. Non c’è consolazione. Non c’è lieto fine. Non c’è l’intervento del poliziotto faccia d’angelo a sedare la rabbia e ridare istituzionalità al bisogno di giustizia. Anzi, agli occhi di ‘Red Dread’, lo Stato non è che un complice partecipe delle malefatte di farabutti alla Pagnan. Una struttura molliccia e arresa ai veri potenti. “La ballata di Mila”, in questo senso, è un romanzo profondamente e autenticamente politico, il chiodo arrugginito piantato nel palmo di una Repubblica crocifissa sul legno della corruzione, dell’affare, del potere. E Strukul è come un farmaco scaduto: non ha né tempo né voglia di curare il male blandendolo con proprietà medicinali miracolose. Sul foglietto illustrativo de “La ballata di Mila” non troverete rimedi per combattere corruzione e ingiustizia. Ma pura e nerissima letteratura composta con inchiostro sulfureo.

Letterariamente, invece, è un libro brutto sporco e cattivo. Lurido come il pavimento dell’inferno dopo un cda delle Cattive Anime, dopo il raduno universale di un milione di satanassi, dopo il sabba notturno di tutte le streghe del mondo, scritto in linguaggio che è come il vomito da sbornia di Lucifero. E che nessuno provi a pulire…

Matteo Strukul, “La ballata di Mila”, E/O 2011
Giudizio: 4 / 5 – la fatalità del bene

Binettoween

La notte del diavolo, Halloween, il Comune di Binetto che, come ci racconta Angelo Chirico, emette un’ordinanza in cui vieta di andare in giro mascherati, obbliga i minorenni a star chiusi in casa onde evitare il pericolosissimo e sovversivo ‘dolcetto o scherzetto’ e impone di non portare in giro, farsescamente, uova e farina… E, chicca delle chicche, nel documento si legge che è vietato ‘abbandonare rifiuti nei luoghi pubblici’ nei giorni del 31 ottobre e 1 novembre (come dire: se lo fai entro oggi, bene, altrimenti attendi il 2 novembre per gettare spazzatura agli angoli delle strade e nelle campagne). In realtà, siamo tutti malelingue, perché gli amministratori pensano alla salvezza della nostra animaccia e vogliono evitare che accada questo che succede nel video (girato a Grumo negli anni Novanta)

L’ordinanza del sindaco di Binetto.

Non era un eroe. E nessuno lo piangerà

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Non era un eroe perché sulla sua tuta non c’erano le mostrine. Non era un eroe perché le sue mani non innalzavano bandiere. Non era un eroe perché, pur essendo nato nel disperato Sud, aveva deciso di non guadagnarsi da vivere in Afghanistan o in Kosovo. Non era un eroe e per questo non merita tricolori bardati a lutto, elogi su facebook, pubbliche commemorazioni, prime pagine, flash di agenzie. Non era un eroe, uno di quelli che fanno bagnare la figa stretta di madri e di figlie e che conquistano i cuori della nonne. Non era un eroe e forse per questo i giornali, nei titoli, nemmeno ne scrivono il nome. Claudio Marsella è la sconfitta del capitalismo, la palese dimostrazione che di fabbrica si muore. Ma è anche quella parte di copione già scritto ma che non piace a nessuno, lo spot su cassetta su cui schiacciamo il tasto Forward. Allora guardatelo in faccia, questo morto, perché è solo un morto ora. Non uno dei ‘figli della Nazione’ caduto mentre serviva il vostro fottuto paese

Published in: on 30 ottobre 2012 at 22.29  Lascia un commento  
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Stiamo tornando….

Published in: on 14 maggio 2012 at 22.29  Lascia un commento  

In un mondo d’apocalissi ipotetiche

Finisci di leggere l’ultimo rigo di “Non è un cambio di stagione. Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, chiudi la copertina, la guardi un secondo, giusto il tempo di strabuzzare gli occhi, e d’istinto, pensare: “Adesso è chiaro. Ci stanno prendendo tutti per il culo”. Potere di Martin Caparròs. Formalmente, uno studioso, un traduttore di fama mondiale, direttore di svariate riviste culturali. Sostanzialmente, molto più praticamente, uno che parla chiaro, usando le parole senza stringere loro la mano previo accordo riparatore.

“Non è un cambio di stagione”, d’altronde, lo esige quale precondizione. Perché a proposito di mutamento climatico, di apocalissi del tempo atmosferico, di alterazione della temperatura si è scritto tanto e detto altrettanto. Di riffa o di raffa, con cognizione di causa o meno, ne hanno discettato tutti. Figuri e figurine. Tanti colletti bianchi, frotte di politici. Elogisti alla ricerca dell’attenzione mediatica, gruppi virtuali e comitati spontanei. E questo, leggendo Caparròs, è stato un gran problema. Già perché, insinuandosi nel discorso, ciascuno con il proprio interesse tangibile, ciascuno con la propria consunta radicalità, l’hanno posto – il discorso – a servizio di una parte. Per farne soldi, come nel caso degli affaristi verdi, dei Gore e degli Annan, degli speculatori verdi e di quelli verdastri che, prima ancora della temperatura sulla Terra, hanno visto crescere, e notevolmente, il proprio conto in banca. Oppure, come nel caso degli ecololò, per dare un senso al proprio dolore, alla propria solitudine. Per indirizzare il terrore dell’uno sulla strada dei molti.

Ma Caparròs è brutale e insensibile e non cede alle stime. Di volo in volo, percorre quelle che per noi si conformano come 270 pagine. E che per lui sono, appunto, stracci di apocalissi, parentesi di mondo sull’orlo della fine. Dieci tappe, dall’Amazzonia a New Orleans, dalla foresta tropicale fino alla culla dell’uragano Katrina. In mezzo, l’Africa, l’Australia, la Polinesia. Parti di mondo e spesso mondi a parte, ciascuno raccontato attraverso gli occhi di un viaggiatore critico ed inquieto, ironico e spietato, ma anche nelle storie di chi gli antipasti della fine li ha vissuti e li sta vivendo. Ragazzi, per lo più, alle prese con la siccità o con le inondazioni, intimoriti dalla spada di Damocle dell’innalzamento del livello dei mari. Tutti identicamente preoccupati, ma tutti identicamente impegnati a non rassegnarsi. Nessuno spezza il filo con la propria terra. Nessuno la abbandona. Messias è sempre in Brasile, guru della Permacultura; Mariana non è scappata dal Niger; la casa di Youness è sempre Rabat e quella di Kilom è Majuro.

Per loro, Caparròs conia una fine che quasi è martirologica: “Il cambiamento climatico sembra una minaccia democratica. Si ha l’impressione che minacci tutti, allo stesso modo (…)Non è vero: la lista dei paesi più minacciati assomiglia molto alla lista dei paesi più poveri”. Pagheranno per tutti. Pagheranno per uno sviluppo che non hanno mai avuto, perché frenati dalla gola dei grandi paesi industrializzati. Pagheranno anche per colpa di quelli che chiama ecololò, fautori strenui di una causa che snobba l’altrui per rivolgersi al proprio ego. “L’ecologia è come la solidarietà degli individualisti”. Fuggire di fronte al pericolo ignorando che, accanto, ci sono altri uomini ed altre donne. Puro istinto di sopravvivenza. O, se vogliamo, di conservazione. Della specie. Della razza. Eppure, la riflessione di Caparròs, che punta a privilegiare il soddisfacimento dei diritti collettivi elementari alle istanze dei teoreti dell’ecologismo spinto, non è una sobillazione contro l’ambiente. Il suo reportage mira a smontare l’illusione democratica della tragedia. E così giocherella con la morale ballerina di associazioni gruppi fondazioni che, spesso in concorso con grandi multinazionali, si arruolano nell’esercito dell’iniziativa salvifica. L’ecologia, qui, si fa ecololò. Cantilena propagandistica, nenia di paura e remissione dei peccati. I milioni di euro investiti (già, come in una speculazione finanziaria) come le preghiere sonanti del peccatore, l’atto di dolore recitato di fronte a masse credulone e inconsapevoli. L’amen ce lo mette Caparròs: impietoso.

Martin Caparròs, “Non è un cambio di stagione. Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, Verdenero 2011 (traduzione Maddalena Cazzaniga)
Giudizio: 4.5 / 5 – Frecciatata

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