“Una bomba è esplosa nella mia anima”

Era un semplice ferroviere, Lorenzo Pinto. Non ha mai riscosso successo, in televisione non ci andava. Per ricordare la morte di suo fratello Luigi, si è servito soltanto dell’arma delle sue parole. Non svendeva le sue idee, non le metteva all’asta catodica. Sotto la sua casa romana, non ci sono mai stati intervistatori e giornalisti. L’Avetrana-style non era il Pinto-style.

Lorenzo Pinto era solo un ferroviere. Antifascista della miglior specie, genia foggiana atavica in lenta dissoluzione materiale: ovvero, la somma di spirito politico e sbuffi di vapore. Era una di quelle persone che toccano la vita degli altri e la segnano senza clamori, senza ricorrere al pathos. Tanto che, se qualcuno vi dovesse chiedere chi sia stato Lorenzo Pinto, rispondete semplicemente “conducente dei Freccia rossa”. Nomem omen.

Lorenzo Pinto non viveva più a Foggia. La sua casa era a Roma. È lì che si è spento. Da lì portava avanti la sua sola, grande, immane battaglia politica: la lotta contro la Storia artefatta, contro la giustizia di parte, contro gli smacchi indolenti del potere. La sua sola stella cometa, la sua guida, era la verità. Era impegnato all’interno dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Piazza della Loggia a Brescia. Una specie di Davide contro il Golia statale con le armi delle mani, del cuore, delle carte. Roba che solo in Argentina. Roba che, trentasei anni dopo, un sedicente Stato democratico non dovrebbe tenere neppure in conto. Un’associazione dovrebbe assolvere ad un obiettivo. E, raggiuntolo, scindersi. La fenomenologia corporativa italiana, la perenne tensione per mantenere alta la soglia democratica esercitata da questi gruppi, parlano invece di uno slittamento di legalità. Dallo Stato alla gente; dalle istituzioni, appunto, alle associazioni. I gruppi di cittadini domandano ciò che la magistratura dovrebbe indipendentemente perseguire. Ma questa è un’altra storia.

Lorenzo Pinto è morto il primo gennaio, quattro giorni fa, in seguito ad un malore improvviso. Ironia di una sorte becera, nell’ottava settimana dopo la sentenza della Corte d’Assise di Brescia che assolveva i cinque imputati fascisti della morte del fratello Luigi. Otto, appunto, come i morti di quella strage del 28 maggio 1974.

È morto con il peso di non poter sapere. Lui, sempre voglioso di comunicare con gli altri. Lui, che delle parole centellinate ma dirette aveva fatto un Vangelo laico. Aveva 53 anni appena, 47 dei quali passati senza madre e con un padre anche lui ferroviere. Morto di leucemia e debilitato dall’assassinio di Luigi.
Di Luigi, Lorenzo non era semplicemente il fratello minore. A Luigi, Lorenzo tributava adorazione filiale. Dopo la sua morte, portò al collo la sua collanina d’oro, che tolse soltanto il giorno in cui discusse la tesi di Laurea in Sociologia.
Seppe dell’accaduto mentre era in riunione nella sede foggiana del Pci. Un amico, racconta, entrò gridando “Tuo fratello… I fascisti… La bomba”. Nel viaggio fino a Brescia, accompagnato da due insegnanti, dovettero iniettargli dei calmanti. Nel viaggio di ritorno, non disse una parola.

Lorenzo, dalla storia di Luigi, non ha tratto vantaggio. Non ha scritto libri, non ha partecipato a sceneggiature o stesure di copioni. I suoi riflettori sono stati gli occhi dei ragazzi; i suoi studi, le aule scolastiche.
Non ha lanciato alcuna Opa sui suoi diritti d’autore dell’anima. Al contrario, ne ha ricavato soltanto dolore, disillusione, bramosie di autopunizione. Si è interessato ai processi e, intanto, sentiva “crescere l’ipocrisia, le contraddizioni e i conflitti”. Lorenzo, nei frammezzi del lavoro, maturava sempre più la consapevolezza di vivere in uno stato inadeguatamente democratico.
Così si chiuse in se stesso, indurì il suo cuore, limitandolo in una gabbia inossidabile e dalle sbarre infrangibili. Si convinse che la strage di Brescia facesse parte di una precisa strategia messa in piedi per destabilizzare il sistema democratico. Ricercò e ritrovò la continuità fra Portella della Ginestra e Piazza della Loggia.

Eppure, visse per anni nel limbo conoscitivo. Il suo cuore indolenzito voleva una cura definitiva cercandola negli opposti: “Sapere tutto o cancellare tutto”. Di quel tutto, seppe poco. E quel poco gli è stato sottratto, liquefatto, sciolto nell’acido di una stanza di tribunale otto settimane prima della sua scomparsa dal palco della vita.

Lorenzo non era “un professionista della memoria”. Piuttosto, un passionale della verità. Non prese mai la ricerca come una sfida, né come una misera e squallida opportunità di emersione dalle nebbie dell’anonimato di un lavoro usurante. I chilometri e chilometri percorsi sui treni, talora solo con se stesso, a contatto con la strada e centinaia di responsabilità sul groppone e nelle mani, non impedirono che la bomba scoppiasse “anche nella mia anima”. La deflagrazione squarciò ogni residuo velo di normalità tipica di un ragazzo di 17 anni (tanti ne aveva il giorno della morte di Luigi).

In una delle ultime interviste rilasciate, affidò all’amica Katia Ricci il suo carico di sconforto accumulato in decenni di affannosa rincorsa del vero. Dissertando della sentenza novembrina, Lorenzo Pinto arrivò paradossalmente ad assolvere i giudici che, a loro volta, avevano assolto dalle responsabilità gli inquisiti della strage di Brescia. Con la sua scomparsa, Foggia si spoglia di un altro pezzo dell’armatura resistente, si priva di quell’afflato di libertà e di dolore che Lorenzo, a tratti, esprimeva. E, lasciando il mondo nel silenzio, ha prodotto l’ennesimo composto rumore. Come una bomba.

link: http://www.statoquotidiano.it/05/01/2011/una-bomba-e-esplosa-anche-nella-mia-anima-in-ricordo-di-lorenzo-pinto/39866/ (editoriale Stato Quotidiano, 5 gennaio 2011)

2 giugno: si vota!

13 maggio 1946. Al voto mancano tre settimane. Il Corriere di Foggia dedica spazio alla descrizione della città. Ecco, pertanto, come il capoluogo dauno si presentava:

Sporcizia e polvere dappertutto. Non è possibile camminare per una via qualsiasi del centro senza essere investiti da nuvole di polvere e senza calpestare sporcizie di ogni genere […] In molte case della periferia, uomini e bestie continuano a vivere in promiscuità. […] In alcuni negozi di generi alimentari è facile notare, per esempio, che i latticini freschi sono sotto il dominio assoluto delle mosche. In diversi bar le stesse mosche ricamano indisturbatamente sulle squisite creme delle paste

Apparentemente i due dibattimenti, quello politico e quello socio-urbano, possono apparire incompatibili fra di loro. In effetti, le condizioni generali della città riflettevano quelle della popolazione.
Una comunità stanca è una comunità sconfortata, delusa, in preda ad una crisi di identità collettiva. Ed una comunità sconfortata è una comunità poco o nulla propensa a scegliere i suoi rappresentanti.
In ogni caso, Foggia si presentava al voto secondo tutti i crismi estetici. Tra le macerie, sotto occupazione alleata, con strascichi polemici e tanto colore donato dai manifesti affissi ai muri urbani.
Occorse tempo e pazienza, si alimentarono e consumarono le divisioni. Poi, giunse il voto.

SCENE DI VITA ELETTORALE – Foggia, facente parte della XXV circoscrizione congiuntamente alla provincia di Bari, alle 6 del mattino, era già in fermento. Un minuto dopo l’altro, le file si rimpolpavano di gente. Due. E divise in base al sesso. Una fila per le donne, una fila per gli uomini. Uomini e donne, raccontano le cronache del tempo, giungevano insieme ai seggi. Poi si separavano. Per una volta, la prima dopo tanto tempo, fu una coda che non dispiacque affatto. C’erano state quella per il pane, quella per l’acqua, quella per il pesce, per i saponi, per la farina. Durante il ventennio (ed anche a guerra conclusa), tutto passava per l’attesa, per la cruenta e terribile razionalizzazione, per lo stento.

L’aria era tranquilla. Il clima mite, addirittura caldo. Qualche giovane, reso furbo dalla necessità, andava vendendo gassose ai crocicchi. Dinanzi ai seggi “le donne si danno più arie degli uomini”. Catapultate dalla Storia nel bel mezzo della piazza del protagonismo, rifiutarono di rimanervi poi al margine.
Fu anche alla loro presenza, va detto, se si mantenne una certa calma all’interno delle sezioni. In tutto il capoluogo venne mantenuta una disciplina ai limiti dell’esemplare. Qualche piccolo disordine scoppiò in Piazza De Sanctis, dove un carabiniere esplose un colpo per aria per far fronte alla pressione della gente. Piccolo fuggi fuggi, poi la tranquillità.

ALTA AFFLUENZA PER LA VITTORIA REPUBBLICANA – Alla fine della prima giornata solamente due comuni portarono a termine le operazioni di voto: Celle San Vito e Tremiti. Altissima sarà anche l’affluenza finale totale della provincia, oltre l’80%, con il 92% a Lucera, mentre le maggiori defezioni si ebbero nei paesi del Gargano e del Sub Appennino. L’attesa, poi i responsi. Gran parte dei giornali, emblematicamente, titolarono: Repubblica e Democrazia Cristiana. Così fu in Italia, così fu nella circoscrizione Bari – Foggia, così fu in Capitanata, così fu nel centro principe ed in tantissimi paesi. La Repubblica, con 12.672.767 voti si affermò sulla Monarchia che si fermò a 10.688.905. L’equilibrio venne confermato. La Repubblica non sfondò al Nord, la Monarchia venne arginata al Sud. E la Capitanata, se la si contestualizza nell’ambito del Mezzogiorno, vide un equilibrio inatteso alla vigilia: alla Monarchia andarono 153.913 voti, alla Repubblica ben 129.538. Meno di 30 mila furono i voti di scarto, su un totale di oltre 180 mila nella circoscrizione. Messo a confronto già con il territorio barese, dove la scelta monarchica prevalse su quella repubblicana per oltre 150 mila voti, il dato della Daunia fu incredibilmente positivo, inconsueto ed inaspettato. Se poi accostato a quelli delle circoscrizioni Napoli – Caserta, Salerno – Avellino, o, tanto per rimanere nella regione, Lecce – Brindisi – Taranto, diviene quasi un trionfo.

NUMERI DAI CENTRI – I risultati nei vari paesi della provincia furono altrettanto altalenanti. Solitamente le due forme istituzionali vennero divise da poche centinaia di voti e addirittura a Deliceto di appena 13 voti (1.573 voti per la monarchia e 1.560 per la repubblica); altre volte il divario fu netto: i casi più evidenti sono quelli di Orsara, Cerignola, dove oltre cinquemila schede sancirono il vantaggio della Repubblica o come a San Marco in Lamis e Sannicandro (oltre 3 mila). A favore della Monarchia votarono, invece, Vieste (4.493 contro appena 862), Vico Garganico (3.621 contro 1.150), Trinitapoli (5.178 contro 1.246) e a Margherita di Savoia (5.304 contro 399).Anche a Foggia la Monarchia sommerse la Repubblica ottenendo 21.246 voti contro 11.110.

L’ASSEMBLEA COSTITUENTE: I VOTI DEI PARTITI – Interessante è anche l’analisi dei voti dati ai Partiti. La Democrazia Cristiana ebbe nettamente la meglio sul Partito Comunista, ottenendo in Capitanata 93.325 voti contro i 66.424 dei comunisti, i 44.143 dei socialisti e i 33.391 dei qualunquisti. Venne sconfitta solamente in pochi centri tra cui, ovviamente, San Severo (comunisti 10.068, democristiani 7.107, socialisti 1.037) e Cerignola dove i comunisti (12.021) ottennero più del doppio dei voti dei democristiani (5.294), sei volte quelli dei qualunquisti (2.414) e più di dieci volte quelli dei socialisti (1.086). In nessun altro caso è possibile riscontrare un’affermazione così netta. Non sorprende, perciò, che, nelle elezioni alla Costituente, il più suffragato in assoluto nella Provincia fu il cerignolano comunista Giuseppe Di Vittorio che ottenne ben 74.809 preferenze personali.

A Manfredonia, dopo la vittoria delle amministrative, i Qualunquisti si riconfermarono primo partito, ottenendo 3.464 voti contro 2.831 della Dc e 2.673 dei comunisti. Tuttavia fu una piccola sconfitta. L’Uq, persa la grande maggioranza dell’aprile, entrò in crisi, iniziando l’inarrestabile parabola discendente a scapito del blocco social – comunista.
A Lucera ad essere ricacciati nella spirale regressiva, furono i comunisti, scavalcati, anche se di appena un centinaio di voti, dai democristiani.

GLI ELETTI – Nove furono gli eletti per l’Assemblea Costituente furono nove: Giuseppe Di Vittorio (nel Collegio Unico Nazionale), Luigi AllegatoGiuseppe Imperiale per il Partito Comunista; Raffaele Pio PetrilliGerardo De CaroRaffaele Recca per la Democrazia Cristiana; Domenico FiorittoCarlo Ruggiero per il Partito Socialista; e il solo Leonardo Miccolis per l’Uomo Qualunque.

SCHEDE BIANCHE – Tantissime, tra le schede nulle, furono le bianche. Poté dipendere dalla inesperienza, come accadde a Foggia dove, disorientata dai 60 partiti presentatisi, una vecchia, raccontava Il Corriere di Foggia“si è messa a singhiozzare in cabina perché non sapeva come regolarsi nel dare il suo voto per… la Chiesa e pel… Re”. Moltissimi furono poi quelli che ritennero di personalizzare la scheda, apponendovi nome e cognome; altri ancora posero il nome del locale Vescovo, di Padre Pio o di De Gasperi; infine ci fu chi, votando la Monarchia, scrisse “VIVA IL RE!”. O ancora dalle incomprensioni scaturite tra l’elettore e i propagandisti come a San Ferdinando, dove i voti validi furono poco più di tremila, oltre duecento schede vennero annullate in una sola sezione, tutte perché “portavano gli stessi numeri al posto delle preferenze, ma non il segno nel quadrettino vicino al simbolo nella lista”.
Dopo il voto, le manifestazioni di giubilo si susseguirono in tutti i paesi. A Cerignola vennero poste corone di alloro al monumento commemorativo a Garibaldi e alla targa della Via intestata a Mazzini, a Torremaggiore sfilò un lungo corteo, a Foggia venne pubblicato dai partiti comunista, socialista, d’Azione, repubblicano, liberal – progressista e dei Combattenti e dalla Camera del Lavoro ed esposto pubblicamente un manifesto tricolore inneggiante alla Repubblica. Il 14, poi, per le vie della città sfilarono due carri allegorici della Cartiera raffiguranti Garibaldi e Mazzini.

GIUBILO – A San Severo, uno dei centri dove la competizione fu più sentita, la festa si trasformò in violenza, segnando l’inizio delle vendette contro i monarchici. Qui, durante la manifestazione popolare in onore della Repubblica, alcuni «elementi sovversivi» come li definì la stampa del tempo, assaltarono la sede dell’ Uomo Qualunque, distruggendola ed asportandone libri, registri, e oltre 30 mila lire in contanti. Non è difficile rintracciare in quei “sovversivi”, un gruppo di esagitati comunisti che, dopo la netta affermazione in città del partito, credettero di esserne divenuti padroni. I socialisti, e in modo ancora più evidente i comunisti, videro nella sconfitta della Monarchia il primo passo verso l’alba del socialismo, verso la gloriosa rivoluzione. Le armi, cariche e nascoste, erano pronte ad essere imbracciate, e la violenza contro i principali avversari politici non fu altro che la convinzione dell’avvicinarsi del momento.

Ma, alla fine, la vita riprese a scorrere normalmente. I vecchi problemi risorsero ed i giornali ripresero a parlare dei soliti disagi. La Costituzione era lontana e l’occupazione continuava. I braccianti, protagonisti delle vittorie dei comunisti a Cerignola e San Severo, tornarono al lavoro più sfruttati di prima. Nell’immediato, il voto del 1946 non ebbe benefici. Le masse, affacciatesi alla finestra della storia, chiusero i battenti delle persiane in speranzosa attesa.

link da http://www.statoquotidiano.it/02/12/2010/il-secondo-risorgimento-a-foggia-xi/38247/

“Io chiedo alla storia una storia”. Quella di Giorgio… (recensione di “Basta uno sparo” Wu Ming 2 – Transeuropa 2010)

“Tu chiedi alla Storia chi è stato per primo. Io chiedo alla Storia una storia”. Piccola come un catino stracolmo di rabbia, grossa ed ingombrante come un mare fluttuante di ingiustizia. La storia narrata in “Basta uno sparo” – reading di “Razza Partigiana, preziosismo audio (per le parole) – visivo (per la stampa) dei Wu Ming 2 – è quella di Giorgio Marincola, unico partigiano nero della Resistenza. Somalo di Mahadaay Weyn, Somalia italiana. Somalo, dunque, soltanto a metà. Piuttosto, italiano di quella italianità di ritorno donatagli in eredità genetica dal padre, un soldato, innamorato di tale Aschiro Hassan. Una “diavolessa”: nera come la pece e dalla capigliatura ombrellifera.

Che storia, quella di Giorgio Marincola. L’Africa, la Calabria, gli studi, il campo di concentramento di Bolzano. Il mare, tanto mare, il pianoforte, la vita nell’agio culturale, la laurea in Medicina prima del freddo, degli spasmi lancinanti di una vita costipata. Quell’auspicio insondabile e mai domo di ritornare nel paese natale, la scelta finale di combattere per l’Italia in Italia. E di morirvi. Nell’ultima strage nazista sul territorio nazionale. Un nome che è un epigramma brutale e sadico, l’emblema della sconfitta: Stramentizzo. Un villaggio che non c’è più, ormai annullato dalla costruzione di una diga.

“Immaginate una valle alpina. Pascoli, boschi, un torrente, le Dolomiti che spuntano oltre le prime vette”.

Stramentizzo, Molina di Fiemme. La Val di Fiemme. Il teatro dell’eccidio. Trentasei cadaveri in un bosco. Trentasei testimoni della barbarie. Trentasei modi diversi di urlare alla ferocia, di rispondere “Libertà”, di dare il petto alla morte, alla Storia, all’ingiustizia. Trentasei e, in mezzo, quel neo. Un ragazzo di colore. Ovvero, Giorgio Marincola. Lui, la dannazione di non passare inosservato e quella memoria resistente marchiata a fuoco sulla pelle. Le immagini prendono forma al suono delle parole. Ascoltandole, rimbombano come fossero tamburi immani. Entrano nelle orecchie per non uscirvi più.

“Se già la conoscete, immaginate la Val di Fiemme, un posto benedetto dalla Natura ma funestato dalla Storia”.

Le miniere di Prestavel, la funivia del Cermis. E, lissù, a mille metri, quel piccolo cimitero. A valle, l’Avisio, un letto di rabbia ed acqua che gorgoglia e rimbomba e urla. Le lapidi, poche, sono sovrastate dalla lapide di quell’ultimo eccidio raccontato in “Basta uno sparo”. Un timbro indelebile apposto dall’uomo per perpetrare la follia dell’uomo.

Giorgio Marincola, in quei posti, non ci sarebbe dovuto essere. O, meglio ancora, ci sarebbe potuto non essere. Nel 1945, sotto la neve di gennaio, era stato arrestato in Val di Serra. Tradotto in carcere a Biella, finì poi a Torino. E, infine, al Polizei und Durchgangslager di Bolzano, destinato alla ricostruzione della ferrovia del Brennero.

Giorgio Marincola, alias Renato Marino, alias Tenente Mercurio, in quei posti aveva il diritto di non esserci. Opzione vigliacca ma giustificabile che ripudiò. Fuori dal campo di Bolzano, rinunciò alla fuga in Svizzera. “Poter avere un fucile” per dare in pasto alla giustizia le sue prede.

Fu così che fu Val di Fiemme. Cavalese, sede del Cln, poi Stramentizzo. Infine la morte.

Lottare per la vita. Vincere per la vita. Perdere per la vita. Morire per la vita. Per un sogno lungo un giorno di più, per diventare impermeabili alle fruste sulla schiena, per elevarsi, straniero contro un esercito straniero, alla schiera dell’eroe. Inconsapevolmente. Senza disturbare. Peculiarità somatica della vera razza partigiana.

Il libro potete richiederlo sul sito della Transeuropa (link sull'immagine)

WU MING 2, BASTA UNO SPARO. STORIA DI UN PARTIGIANO ITALO – SOMALO NELLA RESISTENZA ITALIANA (CON AUDIO CD “RAZZA PARTIGIANA”), TRANSEUROPA, 2010

Giudizio: 5 / 5

LINK TRANSEUROPA: http://www.transeuropaedizioni.it/rassegna_online/186_WuMing_Satoquotidiano.pdf

Campagna elettorale 2 giugno 1946 in Capitanata. La politica delle botte…

Eccolo lo spartiacque della storia democratica d’Italia, l’avvento della Prima, lugubre, Repubblica, la linea di partenza di una nuova fase, lo sparo in alto verso la corsa frenetica della conquista delle masse, più elementi elettorali che corpo di diritto vero e proprio: il 2 giugno 1946. E, quando si dice 2 giugno 1946, si intende l’intero contesto spazio-temporale che lo racchiude e lo netta. Città, paesi, piazze da un lato, ore, giorni, settimane, mesi dall’altro. Un plasmarsi duale. Dal gennaio al giugno, furono le bandiere e le voci a prendere le piazze, a ritagliare alla politica quelle zone fino a qualche tempo prima interdette. Due le fazioni, due addirittura i tricolori: quello con lo stemma sabaudo che garriva al suono della Marcia Reale e quello con il bianco “puro”. Da un lato Partito Monarchico (quel che ne rimaneva, per lo meno), ampi settori democristiani e cattolici, la totalità dei qualunquisti (che ne vedeva un balzo ai fasti liberali), qualche liberale; dall’altro, convintamente, socialisti e comunisti (per i quali, la Repubblica popolare rappresentava il primo passo verso il glorioso cammino socialista), repubblicani, azionisti, pochi liberali e coraggiosi cattolici (pochissimi). Rispetto al primo questo secondo gruppo era indubbiamente più compatto, meno sfilacciato. Idealmente convinto e trainato, sostanzialmente, dai partiti marxisti, il blocco repubblicano non cedette neppure per un tratto di strada alle sirene dell’incerto. Scevro da condizionamenti esterni, seppe fare della costanza battente la sua forza, puntando, inoltre, sul binomio Monarchia – fascismo.

Di contro, soprattutto in casa Dc, Alcide De Gasperi non seppe trovare una quadra strategica, chiuso a tenaglia com’era tra laicismo e cattolicesimo. Fu così che il Vaticano entrò appieno nella contesa, sponsorizzando la Monarchia (anche con il famoso ritornello “Scegliete per Dio ed il Re”), patrocinando (anche finanziariamente e logisticamente) il blocco anti repubblicano ed obbligando la Democrazia Cristiana ad una semplice opera di comprimaria. La campagna elettorale, di fatto la prima dell’era contemporanea (prima di allora non v’era suffragio universale e, quindi, la partecipazione finiva per essere risicata e meno emozionalmente sentita), sviscerò i sentimenti repressi, dando sfogo a vizi e virtù italiche. In campo, tutti gli elementi sociali. Accanto ai partiti, le associazioni, la Chiesa, gruppi sportivi, scout e Madonne. La votazione, più che in altri frangenti (anche se meno rispetto a quanto avverrà due anni più tardi), mise in luce le contraddizioni di un popolo soltanto all’apparenza unito. le croci sulle schede divennero questioni di vita e di morte. Conquistarle alla propria parte politica una missione più ancora che un impegno. Per questo, non mancarono tensioni e rivalità in misura molto maggiore che rispetto alle amministrative. Scontri ed incidenti erano all’ordine del giorno.

Ovunque in Italia, con una netta evidenziazione nel Meridione (senza l’eccezione della Capitanata), propagandare si traduceva anche nel boicottaggio dell’avversario. Fu, quella per il Referendum, una vera e propria battaglia. Il miglior bastone fra le ruote propagandistiche era, ovviamente, la chiassata. Vere e proprie manifestazioni di disturbo erano organizzate in ottemperanza al politically scorrect. Bambini e ragazzetti di strada venivano sobillati, in cambio di pochi spiccioli, acchè producessero urla e strepiti in date ore ed in dati posti. Manco a dirlo, quelle e quelli dei comizi. L’aria era particolarmente frizzante. Ringalluzziti dai buoni risultati conseguiti alle amministrative – dove avevano conquistato i maggiori centri – i social comunisti puntarono ad alzare la mira ed a capovolgere un verdetto che, in Capitanata almeno, pareva già scritto. E, con la mira, s’alzò anche il tono. Con conseguenza sull’ordine pubblico.

L’obiettivo era quello di palesare le incertezze soprattutto del maggiore dei partiti monarchici, la Dc. E di farlo in pubblico. Ad esempio, il 6 maggio, a poco meno di un mese dal voto, a Manfredonia scoppiarono incidenti perché, durante un comizio, il candidato Dc Raffaele Pio Petrilli tergiversò a dichiararsi. Scaramucce politiche, vero. Ma, con il passare dei giorni e con l’acuirsi della tensione, schizzò anche il picco di pericolosità. Finchè, il 26 maggio, a San marco in Lamis, un qualunquista venne accoltellato a seguito di una rissa scoppiata con alcuni comunisti. I documenti delle forze dell’ordine segnalarono analoghi incidenti – pur senza vittime – nei comuni di Cagnano, Candela, San Giovanni e Torremaggiore. Ma, al di là delle tensioni, la campagna del 1946 si conformò anche come il primo confronto – scontro fra idee diverse. Con tanto di tentativi incrociati di sottrarre voti alla fazione opposta tramite messaggi di natura trasversale. Fu così che, da sinistra, più di una volta, si sfociò nel teologico e, dal cattolicesimo, nel politico più profondo.  Battaglie cartacee di manifesti, volantini, comizi. E parole, parole, parole. Tante parole per istruire, indottrinare, convincere. Talvolta senza neppure spiegare a fondo le ragioni. A riprova di quanto appena detto, la Biblioteca di Foggia conserva un documento di eccezionale valore, firmato dal blocco dell’Alleanza repubblicana. In risposta alla propaganda ecclesiastica ed al continuo pungolo che questa esercitava sulle donne, l’Ad redisse un volantino intitolato semplicemente “Dedicato alle donne”. E Gesù Cristo entrò in campagna elettorale come una sorta di rivoluzionario socialista ante litteram: “Morto sulla croce predicando l’uguaglianza degli uomini e la libertà degli uomini e disprezzando i privilegi e le ingiustizie sociali”. Come dire: l’opposto di quanto espresso dai partiti erti a baluardo della conservazione monarchica. Non è tutto. Per dar credito alla tesi, il concetto venne sottolineato con tanto di citazione di San Girolamo, secondo cui “pazzo è colui che sopporta di vivere sotto un re”.

È uno degli innumerevoli casi in cui Santi e Figli di Dio vennero “tirati per la giacchetta”. Meglio, per la tonaca. D’altra parte, agli osservatori più acuti non poteva che interessare soprattutto un altro fattore, ben più pesante e determinante per le sorti del voto. Ovvero, la presenza, sul suolo italico, delle truppe angloamericane. Vicini alla Chiesa ed ai democristiani (in verità più per opportunismo politico che per vera convinzione religiosa), i governi militari premevano contro la Repubblica per timore che fosse, come detto, l’inizio del cammino verso il socialismo. O, almeno, verso un sistema politico tale da rendere l’Italia non assuefatta, nei bisogni, al denaro straniero. Quindi, di riflesso, difficilmente controllabile politicamente. Michele Lanzetta, segretario azionista di Capitanata, un mese prima del voto, indirizzò una lettera al Corriere di Foggia proprio con l’intento di mettere in luce il pericolo alleato: “I promessi interventi – scrisse – di potenze straniere desiderose di aiutarci o della Monarchia al di sopra ed al di fuori dei partiti sono fanfaluche”. Il fronte monarchico, al contrario, non era del tutto convinto dell’associazione fra repubblica e marxismo. Il connubio fu un’evidente forzatura strategica per mettere in cattiva luce i sostenitori del nuovo sistema istituzionale e per spaventare le masse. Rimane a tutto diritto nella storia del tempo un volantino redatto dall’Uomo Qualunque e fatto girare praticamente in ogni ganglo della Capitanata. non ne rimangono molte copie. L’unica è conservata nel Fondo Simone della Magna capitana di Foggia. Lo riportiamo per intero:

Io credo in Nenni, dittatore e creatore del caos e del disordine, ed in Togliatti, suo unico figliuolo, nostro tiranno, il quale fu concepito per opera di Satana, nacque da promessa fallace, patì sotto benito Mussolini, perseguitato e seppellito (dice lui!) e dopo vent’anni risuscitò da morte, riscese in Italia, salì al Governo ove siede alla destra di Nenni, dittatore, di là da venire a giudicare i miseri e gli onesti. Credo nel socialcomunismo, nella distruzione dell’Italia, nella miseria dei poveri, nell’annullamento della giustizia, nella morte di tutti e così sarà.

Nenni, Togliatti, Stalin. Il comunismo e l’anticomunismo; la guerra e la fame, la dittatura, la distruzione, la miseria, la morte. La strada della pubblicizzazione ideale dei monarchici era segnata lungo questi binari. Sostanzialmente in stallo, la Dc si aggregò al traino. Un numero sempre maggiore di pubblicazioni hanno dimostrato dell’imbarazzo del segretario De Gasperi di fronte allo strapotere curiale. Tuttavia, nessuna levata di scudi sopravvenne dai settori democristiani. Anche se, va detto, non tutti accettarono di schierarsi con i Savoia. E lo stesso De Gasperi non ha mai fatto totale luce sul suo voto. Ma la corrente monarchica democristiana era realmente forte. Un volantino propagandistico riportò una frase attribuita a da De Gasperi: “Siete sicuri di esser pronti per la Repubblica? Io, comunque, non vi posso garantire che la Repubblica sarà democristiana”. Nulla di dimostrabile, comunque.

Ma l’incertezza fu fortissima soprattutto fra la gente. Emblematico è un trafiletto riportato ne Il Corriere di Foggia, riportante un simpatico siparietto tra un giornalista della testata ed un cittadino del capoluogo, avvenuto pochissime ore prima delle elezioni:

Parla Saragat. Un tale che mi è vicino applaude calorosamente e si mostra compiaciuto della dichiarazione dell’illustre esponente socialista. Gli chiedo: “Mi scusi, ma lei poco fa non applaudiva anche quando parlava De Gasperi e quando suonava la Marcia Regale?” L’altro, piuttosto risentito, mi fa: “Che c’è da stupirsi? Non sono forse libero di applaudire chi mi pare e piace? In regime democratico mi è forse impedito di farlo?” “Ma per carità – gli rispondo io – faccia pure […] ma scusi la mia indiscrezione, può dirmi per chi voterà il 2 giugno?” “Non ho ancora deciso. Ma mi regolerò in questo modo: se domenica il cielo sarà nuvoloso, voterò per la repubblica. Se ci sarà il sole, per la Monarchia. Tanto per me questa o quella…”.

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A Peppino lo volevano bene tutti, anche le Pietre. Ma non Cerignola…

La piazza cerignolana come appariva con il murale. Guardiamola, osserviamola. Con il suo sapore di antico ed il totem comunitario al centro. Un simbolo? No, piuttosto un sintomo. Un sintomo positivo, un virus finalmente attivo che non uccide. Ma, che pur contaminando, salva. Rimanda ai tempi degli spaccamattoni e delle carte in mezzo alla strada; delle bigiate a scuola e dei mondi che si incontravano…

“LO volevan bene anche le pietre”. Pasquale Di Gregorio non era uno scrittore, un poeta, un regista. Era un bracciante. Uno di quelli che, schiaffeggiato nella dignità dal sistema piramidale di stampo feudale, ebbe la fortuna di conoscere Peppino Di Vittorio. Era lui, il Peppino bambino analfabeta che leggeva il dizionario, il Peppino lavoratore tra i lavoratori, quello cui volevano bene tutti. Pasquale Di Gregorio lo disse con la semplicità degli ultimi, senza forzare le parole. Lo disse facendo appello al minuscolo campionario che aveva a disposizione. Bello, bellissimo perché puro. Tanto bello che, il suo dire umile è divenuto un vero e proprio epitaffio della memoria bracciantile.

LA MEMORIA – Già, la memoria. Un nastro smagnetizzato, un copione sgualcito, una fotografia in malora. Una medicina che non fa più effetto, un libro datato, un documento scaduto. Abbandonata in un cantuccio solitario, abusata in un’alcova di novità roboante e catodica, sostituita dallo scintillante mondo dello show business. Indebolita per il cargo che porta addosso: un fardello di esperienze di libertà e bagliore rivoluzionario, di lotte e di stridere di cingoli colpevoli. E tutti i suoi insegnamenti. La memoria è ciò che dovrebbe restare, ma che non resta più. È una pistola senza silenziatore. Cui il potere fa di tutto purchè non detoni. Gli scempi sulla memoria sono i più facili da attuarsi. Basta prescrivere un po’ di nulla: l’indifferenza, l’incuria, l’oblio, la dimenticanza. È l’unico caso fenomenologico in cui, nulla facendo, si può vincere. Pompei, che pure frutta denaro, è un esempio eclatante. Per lo meno, ma solo in quanto si tratta di Pompei, fa rumore. Per il nome che è più nome di un altro. Pompei è più nome di Cerignola. Cerignola. Un tempo “la rossa” di Puglia, per quel suo quasi naturale affidarsi al Partito Comunista, per quel suo credo che era diventato una tradizione sedimentata. Un’arteria simil-emiliana nel cuore del Tavoliere. La terra di Giuseppe Di Vittorio. Di Peppino. E, qui, si torna all’inizio.

LA RIMOZIONE CERIGNOLANA – Lo volevan bene anche le pietre. Ad odiarlo, oggi, sono gli uomini. E, per giunta, i suoi stessi concittadini. Da tempo e con foga bipartisan, le amministrazioni del centro del Basso Tavoliere, hanno proceduto alla declassificazione, quando non alla rimozione totale, della Festa del Primo Maggio. In concreto, privando Cerignola di un consistente pezzo del suo mosaico bracciantile. Di mezzo, anche la Cgil nazionale che, ingurgitando progetti ed idee, ha messo al bando le intelligenze locali. Come Gianni Rinaldi.

IL PROGETTO DI RECUPERO – È lui la mente, il cuore e le braccia del progetto di recupero del murale “Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno”, una sterminata opera pittorica realizzata nel 1975 dal Centro di Arte Pubblica Popolare di Fiano Romano, guidato da Ettore De Conciliis. In realtà, più che un monumento al valore, più che un memoriale dell’uomo, il murale è un vero e proprio manuale di storia contemporanea. Nessuna agiografia del sindacalista cerignolano, ma la mappatura popolare della Capitanata e dell’Italia del dopoguerra, raccontate attraverso vicende tristi e violente e attraverso un campionario di volti e di espressioni.

LA STORIA – Negli anni Ottanta, il murale, originariamente collocato nella piazzetta della stazione (oggi Piazza Municipio), venne smontato e rimosso, per far spazio alla ristrutturazione dell’area. Ma come in una storia senza lieto fine, non tornò mai più nella sua originale dimora. Tristemente, laddove era Peppino con le sue masse, oggi c’è il lucernario di un parcheggio sotterraneo. Insomma, un buco bello e buono. E, ancor più tristemente, laddove brulicava la vita, con alberi e panche, con i giovani che bigiavano ed i vecchi chiacchieroni al pomeriggio, oggi s’impone un blando piattume cementizio, la cui monotonia va ben al di là della sparizione del murale.

CI PROVO’ TATARELLA – Già, sparizione. Perché, per oltre vent’anni, dell’opera immane di De Conciliis non si è saputo più nulla. Puf! Scomparsa nel nulla, persa nel ventre molle (letteralmente) di una cittadina troppo persa a frignare dei suoi problemi per dar peso (e senso) alle ricchezze che le avrebbero permesso di emergere. Gianni Rinaldi (che ha messo su una pagina fb, “Salviamo il murale di G. Di Vittorio”, che conta quasi 500 iscritti) confessa che, stando ad alcune fonti, qualche tempo fa, l’allora sindaco Salvatore Tatarella (per inciso, missino), tentò un recupero. “Onde poi – chiosa mestamente – accorgersi, evidentemente malconsigliato, che era tutto inutile”. A metterlo in salvo, come qualche anno prima, furono alcuni operai, gelosi della storia che il quadro narrava. Dopo un altro silenzio dilatato nel tempo, la scoperta di Rinaldi, due anni fa. Guarda caso – ma realmente caso – nei magazzini comunali di Viale Sant’Antonio. Ovvero, nei locali della prima Camera del Lavoro cerignolana. “Quella di Peppino Di Vittorio”. Un segno del destino che, tuttavia, non basta ancora.

UN’OPERA IMMANE – L’opera è enorme, circa 130 metri quadri di superficie pittorica. Va da sé che, spezzettata e smontata, risulti letteralmente inintellegibile. Anche se, è certo Rinaldi, non irrecuperabile. E dice la sua: “I tasselli raccontano tante storie, ritraggono volti noti e meno noti, scene storiche spesso indipendenti l’una dall’altra. Per un contenitore culturale, una ricchezza di dimensioni spropositate. Se ne possono ricavare, nel peggiore dei casi, tanti diversi quadri, ognuno dei quali racchiude un pezzo di Mezzogiorno o, meglio ancora, un pezzo di Capitanata”.

COMUNE PADRONE – Ma ogni mossa non può che essere concordata con il Comune di Cerignola. Fu il Comune, oltre trent’anni fa, a commissionare la realizzazione del murale. Fu sempre il Comune a sceglierne la collocazione e a deliberarne lo spostamento. Ma sono state anche le amministrazioni (“di qualsiasi colore”, si lamenta Rinaldi) ad abbandonarlo. Malgrado tutte le difficoltà incontrate per superare i veti della Prefettura che nel 1975, aveva forti tendenze anticomuniste ed antipopolari. E, ancora oggi, Palazzo di Città è il proprietario dell’opera. Ma, fino ad ora, a parte il succitato Tatarella e qualche timido approccio di Matteo Valentino (grazie soprattutto all’opera di Franco Palumbo, assessore alla Cultura), l’Ente ha fatto poco o nulla. Antonio Giannatempo, l’attuale sindaco, non ha ancora preso una posizione. Né ufficiale, né ufficiosa.

E così la memoria, timidamente, aspetta. In attesa di poter ritrovare sé stessa, in attesa di essere ancora utilmente responsabile del presente e del futuro. In attesa di egemonizzare la bruttura debosciante alla causa della bellezza. Che, come disse Camus, è libertà.

For a munnezz. Morto un altro fascista

In primo piano, Massera

A volte sembra che li voglia nemmeno il Padre Eterno. Graziati dalla giustizia, glorificati dall’uomo, innalzati dal potere. La feccia fascista fatica a morire, come una gramigna, come l’erbaccia. E il popolo stenta a reperite il diserbante. Poi arriva il momento in cui non li salva veramente più nessuno.

Emilio Massera (Massera, non Misseri, per carità…) aveva appena compiuto 85 anni. Troppi agli occhi delle vittime, troppo pochi, forse, a quelli dei carnefici. Lo celebreranno, probabilmente, ancora una volta. I funerali, ben lungi dall’incerirne la memoria, lo consegneranno alla storia. Golpista della peggior razza. Cinque anni al potere. Cinque anni DI potere. Non suo, ovviamente. Di riflesso. E, per questo, senza legacci convenzionali, con la licenza di far male, di sporcarsi di sangue personalmente i bianchi guanti da generale. Videla il suo sommo capo. Testa di un corpo nero, guida del beffardissimo Processo di Riorganizzazione Nazionale. Ovvero, la fascistizzazione post peronista.

Fascista, mica solo golpista. Lui, e non altri, stette a capo della Escuela de Mecanica de la Armada. Che di scuola non aveva nulla, se non un nome nell’acronimo. Fu, anzi, il peggior centro di detenzione, di tortura, di sevizie, di violazione dei diritti umani dell’Argentina negli anni del videlismo. Passarono di lì non i criminali comuni, i ladri, gli assassini. Bensì, gli oppositori al regime. Fu lui a volere la tortura e la morte di centinaia di comunisti ostili a Videla.

Gran faccia tosta. Nel 1983, caduto il Regime, si candidò alle elezioni. Ma, guarda te come ruota la giustizia e quanta meschinità c’è negli intenti, fu inquisito ed arrestato. Non già per i fatti della ESMA, ma per aver ucciso il marito della sua amante. Ci vollero due anni di ridicolaggini, prima che venne giudicato colpevole per ciò che, effettivamente, sarebbe dovuto esser giudicato colpevole: violazione dei diritti umani. Condannato all’ergastolo, degradato con infamia dall’esercito, fu clamorosamente liberato dal furore amnistiaco del presidente Menem nel 1990. Per fortuna la Storia non si arresta di fronte allo scoglio umano. Così, otto anni dopo (otto!) fece ritorno in carcere. Capi d’accusa: fucilazioni, sparizioni, assassinii, torture, detenzioni illegali in campi di concentramento e sterminio, sequestri di minorenni e, nel perfetto stile sudamericano, lanci di prigionieri vivi nell’oceano. Colpito da aneurisma, viene scarcerato nel 2004 e tutte le richieste d’estradizioni negate.

C’è un piccolo dettaglio che passa inosservato. Ed una domanda. Emilio il sanguinario è nella lista della P2. Come Silvio Berlusconi. Ciò significa che, in Italia, sarebbe stato fino alla fine a capo del Governo?

Il memoriale antimafia, la condanna a morte di Giovanni Panunzio. Il ricordo, 18 anni dopo

Giovanni Panunzio, vittima della mafia e del fango democristiano e socialista

Celebrerà don Luigi Ciotti. Per una  giornata, non il Presidente di Libera, ma un sacerdote come tanti. Come tutti. Sarà la sua voce a dir messa per Giovanni Panunzio, la vittima del silenzio, nella chiesa di san Giovanni Battista, sabato pomeriggio, alle sette.
18 anni dopo, Giovanni Panunzio, la sua memoria, il suo sacrificio, il suo nome, tornano a rivivere. 18 anni di rimbombi. Quei colpi di pistola che echeggiano ancora in Via Napoli, dove il costruttore foggiano cadde, freddato da quattro colpi, alle 22.40 del 6 novembre 1992. “O forse più”, dubitavano le cronache del tempo. Era a bordo della sua utilitaria, quando i killer in moto gli si avvicinarono, crivellandolo di colpi. Spari alle spalle, spari ai polsi, spari in gola. Panunzio che si accascia sul volante, la corsa agli Ospedali Riuniti, il decesso, la fragilità di una città che, in quel mentre, si scoprì in preda alla paura. Il sindaco Salvatore Chirolli che, al consiglio riunito nella discussione del piano regolatore urbano, annunciò che “hanno sparato ad un costruttore”. Era lo stesso consiglio comunale che Panunzio stava seguendo, prima di andar via, verso casa. Una falla del sistema di sicurezza. Già, perché il muratore diventato costruttore, era sorvegliato, sì, ma “saltuariamente”. Granulosità di un sistema volutamente ignaro. Scortato, è vero, ma soltanto via radio. Ovvero, Panunzio era semplicemente tenuto a comunicare i suoi spostamenti alle forze dell’ordine, man mano che li effettuava. Ma nessuno, quella sera, si mise sulle sue tracce. Una crepa, un passaggio di informazioni che non ci sarebbe dovuto essere. Forse una connessione tra poteri teoricamente contrapposti, l’omicidio.

LA RABBIA E IL SILENZIO – Seguì la rabbia dei costruttori (“Avete fatto uccidere un costruttore” gridò un collega di Panunzio in seduta a Palazzo di Città), le accuse alla politica (Mons. Giuseppe Casale: “uomini che stanno diventando servi di questa piovra economica”), poi il silenzio della città, i dubbi degli inquirenti su chi avesse avvisato chi sull’abbandono del consiglio da parte di Panunzio, l’oblio di una comunità spaventata che si ammutina alla verità per servire la pusillanime inclinazione alla preservazione individuale. Nessun testimone oculare. Né prima, né dopo. Nessuno ha visto, nessuno ha colto, nessuno ha sentito. Furono i tempi che Foggia capì quanto fosse conveniente smarrire la vista e l’udito.

PANUNZIO E L’EDILIZIA FOGGIANA – Scorsero rapidi quegli ultimi giorni del 1992. Due mesi che dettero avvio ad un’onda lunga, lunghissima, che imposero un nuovo orizzonte sociale sulla città. Un cielo lattiginoso ed appesantito, la cappa del racket. Giovanni Panunzio, tutti sapevano, era stato l’autore di un memoriale che aveva portato all’arresto di 14 mafiosi. Giovanni Panunzio, mentre moriva, portava con sé tutti i suoi no, argentini, pronunciati verso gli estorsori. Due miliardi, gli avevano chiesto. Giovanni Panunzio, e questa fu la distorsione, se l’era andata a cercare.
Tanto più perché, da qualche anno, il clima attorno al mondo dell’edilizia foggiana si era fatto rovente. Eliseo Zanasi, ferito nell’aprile del 1989, si era salvato per il rotto della cuffia; Salvatore Spezzati, colpito al volto dalle pistolettate, esattamente un anno dopo, aveva combattuto fra la vita e la morte, riuscendo a vincere la sua sfida personale. Un ripetersi secondo una ritualità quasi macabra. Un anno dopo l’altro. Fino all’evento che cadde sulla città con il fragore di un boato. Un masso che divenne una frana rapidamente. 14 settembre 1990, Foggia centro, un cantiere. Nicola Ciuffreda, altro costruttore che non aveva accettato di pagare il pizzo, era stato freddato in pieno giorno.

IL MEMORIALE – Forse conosceva il suo destino, ma Giovanni Panunzio era deciso a non farla passare liscia a chi, da anni, continuava a pressarlo. E con i quali, va detto, tentò anche di scendere a patti. Ecco la scelta del memoriale, la voglia di fare qualcosa. Attaccare per difendersi. Sperando che la giustizia facesse giusto un attimo prima delle pallottole dei sicari. Due anni prima di morire, già c’era stata una spedizione contro di lui. Ma la pistola dei boia si era inceppata. E Panunzio scampato.
Oppure non la rinuncia a pagare, ma fu proprio quel memoriale, con le sue conseguenze, a decidere la sua condanna a morte, in contumacia, nel parallelo tribunale dello stato mafioso di Foggia? Panunzio aveva incrinato le maglie dell’omertà, rotto la barriera di silenzio colpevole, aperto uno squarcio nel muro di gomma.
Dal memoriale si giunse presto al processo. E, dal processo, al blitz antimafia. Con la città battuta a tappeto, arrivarono gli arresti. Finirono dietro le sbarre in 14, con l’accusa di associazione di stampo mafioso finalizzata all’estorsione. Nomi di spicco della Società: Antonio Bernardo, Pasquale e Salvatore Campaniello, Raffaele Carella e suo padre Mario, Salvatore Chierabella, Leonardo Corvino (quello con cui l’imprenditore aveva tentato di mediare), Aniello Palmieri, Leonardo Piserchia, Francesco Selicato, Giuseppe Spiritoso. E poi Michele Delli Carri, Vincenzo Pellegrino e Antonio Vinciguerra, scarcerati pochi giorni dopo l’arresto per insufficienza d’indizi.

GLI UOMINI DELLA PAURA – Tutti “uomini della paura”. Tutti criminali che aveva fatto mettere dentro lui, Giovanni il muratore, Giovanni il costruttore, Giovanni il “ribelle”. Che, per un anno, visse come in un incubo. Fino a quegli spari, fino a quegli echi che hanno squarciato il velo del tempo per arrivare fino a noi.

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Figli d’Italia

C’è qualcuno che sostiene una teoria stramboide: prima di giudicare un libro, occorre averne letto almeno 99 pagine. Ebbene, mai come nel caso de “I treni della felicità” (Giovanni RinaldiEdiesse), questa definizione fu tanto sbagliata. Inizia con una telefonata, col trillo vivo di un telefono, e termina con un abbraccio, con il punto esclamativo sentimentale. In mezzo, è un sovrapporsi di respiri, parole, viaggi, vissuti, passati e presenti, foto, pietre e scontri. Manca il superfluo, quel surplus punzecchiante e fastidioso, il rutilare delle parole vane inchiostrate tanto per occupare spazio. Per questo, a Giovanni Rinaldi, di pagine ne occorrono molte, ma molte meno della metà per raggiungere il suo scopo: che è quello di riportare alla memoria collettiva una serie di episodi che, messi insieme, l’uno sull’altro, costituiscono un unicum storico.

“I treni della memoria” raccoglie, nella fattispecie, gli elementi per la ricostruzione del meccanismo solidale messo in piedi dall’Udi. La guerra era alle spalle, il dopoguerra portava a galla vecchie e nuove povertà. Le famiglie stentavano a trovare la quadra. Economica, innanzitutto. Ma anche a riequilibrarsi socialmente. Troppi figli ed un lavoro che, spesso, non rendeva. Furono allora le donne comuniste a dare un aiuto concreto acchè la situazione si sbloccasse. E vennero messi in piedi dei veri e propri viaggi della speranza. Vagoni carichi di bambini spediti a Nord presso famiglie più agiate. Per un pasto caldo, per un cappotto nuovo, per delle scarpe ai piedi. Alcuni tornarono col tempo. Mesi, anche un paio d’anni. Altri decisero diversamente. Giovanni Rinaldi va a riprendere queste storie ammassate per dar loro una nuova dignità storica. Eppure, il suo, non è propriamente un saggio. Piuttosto, ha la forma di un portolano antico narrato con un linguaggio marcatamente militante. È la traccia segnata, di punto in punto, di approdo in approdo, su una mappa che si snoda su più livelli. Moli sono i paesi tra cui l’autore fa da spola incessante per raccogliere le storie che sarebbero dovute confluire nel documentario “Pasta Nera” di Alessandro Piva. Battelli, i treni. Quella sommatoria di banchine e di vagoni, dimore di ricordi, capaci di trascendere il tempo e condurre nel passato.

Un diario che è un moto continuo fra Nord e Sud, fra Puglia ed Emilia Romagna, fra Campania ed Emilia Romagna, fra Lazio ed Emilia Romagna, fra Emilia Romagna ed Emilia Romagna. Pagine per annotare cosa ne è stato di quei bambini. Gianni Rinaldi cerca loro. E li fa parlare. Spesse volte fa in modo che si rincontrino. Eppure sfugge alla sindrome di Moccia. Non ha bisogno di ceselli, di dispensare buonismo a piene mani. Non spaccia panelle di pietismo a buon mercato. E certo che il terreno dell’infanzia è più che minato. Anzi, di fronte al sentire emozionale, si tira indietro, si mette in un cantuccio, intimorito, in disparte. Perché “I treni della felicità” è un libro che non vuole commuovere. Ma far pensare. E ci riesce. Con i suoi aneddoti, le battute, con la riproposizione di datati bigottismi. È un libro che emoziona, muove alla rabbia e muove alla gioia.

Per questo, cortesemente, non definitelo “storico locale”, Gianni Rinaldi. Perché è estremamente di più. È il custode di un passato che odora di pane rancido e stordisce come l’olezzo del sangue orgoglioso affossato dai fucili scelbini sui selciati del Meridione, dietro le povere barricate di carretti. È lo scrigno più prezioso delle gemme umane estraibili dalla Capitanata. Da preservare. E conservare. Con cura.

Giovanni Rinaldi, “I treni della felicità”, Ediesse 2009 Giudizio 4.5 / 5
p.ferrante@statoquotidiano.it

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La memoria in cammino

RENATO GUTTUSO, Portella della Ginestra

QUINDICI città capoluogo più due paesi simbolo come Portella della GinestraGattatico. Due modelli di Resistenza, due forme di opposizione diversa al potere che rende servi. Due storie fatte di uomini e donne, lontane geograficamente ma parallele idealmente. Braccianti di qui, nella Sicilia del profondo Sud, sette fratelli antifascisti lì, massacrati dalla brutalità di un nazifascismo ferito dall’onta della sconfitta.

Da ieri ad oggi, dalle antiche resistenze alle nuove, per non dimenticare che il volgere della storia ha portato con sé non solo glorie, ma tanto dolore, sangue e polvere prima ancora dello splendore dei troni. Nasce così, e seguendo questo registro si dipanerà per cinque mesi, la Carovana delle Memorie. Artefici principali, attori protagonisti, i giovani, ma anche uomini e donne indomabili di fronte allo sfacelo valoriale. D’altronde, impossibile a credere che la società abbia avuto la sua genesi nei reality, che la discussione abbia preso le mosse dai talk show, che i talenti e le conoscenze siano racchiusi unicamente negli schermi e spacciati impietosamente via tubo catodico.
Alle spalle del progetto, un sodalizio inedito composto dalla rete di associazioni Libera, l’Istituto Cervi, l’Unione degli Studenti e il Coordinamento Universitario Link.

Si parte il 25 novembre, si diceva, da Portella della Ginestra. Ovvero dove si consumò il primo eccidio dell’Italia liberata. Portella della Ginestra è, in effetti, l’esempio calzante dello spirito della manifestazione. È la perfetta sincronia delle anime organizzatrici, il sunto valoriale dell’opposizione alle mafie (incarnata da Libera) ed alle vecchie dittature (rappresentato in primis dall’Istituto Cervi). Fu qui, in terra di Sicilia, che braccianti e sindacalisti furono uccisi, il primo maggio del 1947, dalla concussione lurida e vigliacca fra stato di polizia scelbiano (Scelba era divenuto ministro degli interni appena tre mesi prima, il 2 febbraio) e controllo tentacolare mafioso.
Arrivo, nel giorno della Liberazione, il 25 aprile, data dal forte significato simbolico – e non solo – a Gattatico, cuore dell’Emilia reggiana. Il ricordo è tutto per i sette fratelli Cervi. In mezzo, un itinerario che toccherà Torino, Milano, Napoli, Roma, Bari, Lecce, Campobasso, Avellino, Genova, Trieste, Cosenza, Salerno, Padova e Reggio Calabria. L’idea principale è quella di animare delle assemblee studentesche e portare questo tema nelle scuole e nelle università come antidoto all’oblio. Il tutto, permettendo, per mezzo di una collaborazione diffusa e capillare, la confluenza sui luoghi stabiliti, del maggior numero di persone, provenienti anche da province diverse.
Restano a parte, invece, Foggia e la Capitanata, pure nel sessantesimo anniversario, caduto esattamente nel marzo di quest’anno, dell’insurrezione di San Severo che lasciò sull’asfalto il comunista Michele Di Nunzio, 33 anni.

 

Edda, la Po, l’Unifg

È uno dei misteri storici più appassionanti di tutti i tempi. Ma, nel contempo, anche uno di quelli su cui si è lucrato meno. E scritto poco, malgrado tutto. È un mito buono che è resistito alla corsa alla fiction. La nave ospedale Po, affondata al largo delle coste albanesi nel marzo del 1941, torna però sistematicamente a rivivere con le molte esplorazioni archeologiche che si intervallano a lunghi oblii. La fama, la Po, la deve al fatto che, nel giorno dell’affondamento, causa siluramento da parte di una motovedetta inglese, a bordo, oltre al personale medico, vi era Edda Mussolini, primogenita del Duce. Lontana dagli stereotipi, lontana dalle agiografie, lontana dall’aura leggendaria e crociatesca attribuitole di recente dalla narrativa romanzesca, Edda sopravvisse unicamente per l’azione di una fortuna sfacciata. Sola crocerossina a mettersi in salvo, nuotando sino a riva. Persero la vita, quel giorno, 23 persone. Fra di loro, le altre tre volontarie della Croce Rossa. I meriti della Po furono, tuttavia, essenzialmente di carattere medico. Quattordici missioni, 6600 feriti e malati accolti a bordo. Diverse traversate battendo bandiera italiana. Interventi umanitari mentre il mondo si divideva nella guerra più devastante che la storia ricordi. Bella, la nave ospedale Po. Ed enorme. Ricca. Le sue vestigia, rinvenute ad un miglio dalla costa albanese del porto di Valona già nel corso di una spedizione del 2005, sono stupefacenti per integrità. Giù, a 36 metri di profondità, avvolte nella flora marina, le suppellettili sono adagiate sul fondo del mare e gli ambienti sono rimasti quasi intatti. Le imprese della Po sono state, in questi giorni, riportate alla luce da un prezioso articolo apparso sulla rivista di settore “Archeologia Viva”. Il pezzo riporta i risultati delle indagini condotte sull’ex piroscafo Wien (questo il nome con cui, nel 1911, fu varato quando ancora faceva parte della flotta austro – ungarica) dalla società Asso (Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione), ed inserite nell’ambito delle attività del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Foggia. Un notevole risultato, questo, dell’Ateneo dauno. Che, così facendo, consolida il ruolo di leadership all’interno del mondo accademico italiano per interesse archeologico. Grazie ad un’equipe ben organizzata e all’utilizzo di strumentazioni all’avanguardia, la squadra di ricercatori ed archeologi foggiani è riuscita ad accedere all’interno del relitto, spingendosi sino ai ponti inferiori, alla sala macchine ed alla sala operatoria. Il lavoro, come si deduce dalle fotografie pubblicate dalla rivista, è stato qualitativamente impeccabile. La chiarezza del materiale illustrato, infatti, supera di netto la difficoltà logistica della missione. Il punto di abissamento della Po, in effetti, è uno dei più ostici dell’intero Adriatico a causa del fango trascinato sul fondale dai fiumi in frequente piena che sfociano nella baia.

EDDA MUSSOLINI CIANO – Ma la l’interesse va laddove la curiosità batte insistentemente sulle pareti del cervello per stimolarne le sinapsi. E la presenza della figlia del Duce a bordo non può che ringalluzzire la sagacia delle ipotesi e delle storie sul salvataggio di Edda. I motivi del siluramento della nave ospedale Po da parte degli inglesi, rimangono, se non avvolti nel mistero, per lo meno, incerti. Ufficialmente, la nave ospedale, ottenebrata dal buio (erano all’incirca le 23.30) non venne riconosciuta dagli inglesi in quanto il comandante spense le luci per evitare il riconoscimento di altre navi italiane alla fonda nella baia di Valona. Tuttavia, nel tempo, questa teoria è stata ripetutamente sollecitata dalla ricerca storica. Tanto che, anche se più che altro a scopo dimostrativo, il reportage di “Archeologia Viva” riporta in auge un’ipotesi antica. Più verosimile che vera. Più sotterranea, noir, intrigante. Ovvero che, leggendo sulla lista di navigazione il cognome “Mussolini”, gli inglesi credessero di avere a che fare non con la trentenne moglie del Ministro Galeazzo Ciano, bensì con Benito, capo assoluto ed incontrastato del fascismo italiano. Insomma, un atto di eroismo mal interpretato.

LA STORIA – Lunga e travagliata fu la storia della Po. Tanto da racchiudere tutti i vari passaggi della ancora giovane Italia. Venne costruita nel 1911, come piroscafo misto Wien. Stazza: 7289 tonnellate. Era di proprietà del Lloyd Austriaco. Il primo novembre 1918, durante l’impresa di Pola, fu coinvolta nello scoppio della corazzata austro – ungarica Viribus Unitis. La denotazione fu fatale al Wien. Lo scoppio gli arrecò danni gravi, fino a causarne l’affondamento. Recuperato e riparato nel giro di un solo anno, con la trasformazione del Lloyd austriaco in Lloyd triestino, batté bandiera italiana e prese il nome del maggiore dei fiumi italiani: Po. È il 1919. È passato appena un anno dalla tragica esperienza giuliana. Nel 1940, fu requisito dalla Marina del Re e, nel luglio, prese la destinazione d’uso che lo rese celebre: divenne, vale a dire, nave ospedale. In un anno svolse ben 14 missioni, prestando soccorso ad un numero enorme di malati e feriti: oltre 6600 persone. Fino al nuovo affondamento, datato 14 marzo 1941. E, con esso, la fine.

LO LEGGI ANCHE SU http://www.statoquotidiano.it/12/10/2010/lunifg-sulle-tracce-di-edda-nella-baia-di-valona/35750/

E SU http://www.ilsubacqueo.it/relitti/1102-lunifg-sulle-tracce-di-edda-nella-baia-di-valona

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