Scempio olimpionico comunale. Reportage dalla piscina abbandonata

La gradinata della piscina (Piero Ferrante, St)

Foggia – A VOLERCI ridere su (ma anche a ben guardare), si potrebbe dire che l’unica caratteristica vagamente olimpionica della piscina in endless progress di Via Galliani sia la lordura. Senza pari. Come il degrado che l’avvolge. Un mostro periferico e dimenticato, nato, negli anni Novanta, per stupire, rimasto invece monco e chiosato alla maniera foggian style, con una lastra di oblio e tanti saluti. A bloccare i lavori fu il ritrovamento di alcune testimonianze archeologiche e l’imposizione dei vincoli da parte della Soprintendenza.

SCUSE – Soffocata fra il boschetto della Villa Comunale ed il teatro Mediterraneo – altro bell’esempio di spreco edilizio di cui parleremo nei prossimi giorni -, la struttura è composta di un vascone all’aperto con annesse tribune ed una serie di locali oggi al limite della riconoscibilità. Ufficialmente, è uno dei mille luoghi “state alla larga” del capoluogo dauno. Connotazione ufficiosa ma di comodo, tanto utile a chi ne ha fatto un dormitorio, quanto alle impalpabili amministrazioni comunali (da Paolo Agostinacchio in poi, giù fino all’attuale Governatura Mongelli).

Il water (Ph: amici della Domenica)

SILENZIO DI TOMBA – Sulla piscina è calato un silenzio di tomba praticamente ancor prima della conclusione dei lavori. Alcuni foggiani credono sia la parte non riuscita del “Mediterraneo”, i più giovani ne ignorano l’esistenza, qualcuno crede addirittura sia stata abbattuta. La verità è che, se l’avesse vista, Paolo Rumiz, giornalista di viaggio de La Repubblica, ne avrebbe fatto l’immagine simbolo della sua inchiesta estiva: “Le case degli spiriti”.

IL RISCHIO DI ENTRARCI – Anche se non ci sono spiriti in Via Galliani. Solo, qualche disperato che ne ha fatto una casa. E, prima ancora, qualcuno che ne ha estirpato la funzionalità, tramutandola in una sorta di cartone vuoto. Il risultato è un luogo desolato e desolante, sventrato, pugnalato al cuore da chi ne avrebbe potuto e dovuto usufruire. Un luogo tutt’altro che inaccessibile, va detto. Basta spingere con il minimo delle forze il portone grigio e giallo che affaccia sulla biglietteria del Teatro all’aperto limitrofo, squallido anche nella cromia, per accedere ad un universo muto. Un silenzio che incute più d’un timore. Attorno, nell’arco di almeno un chilometro, c’è ben poco. Viale Fortore è al di là del Mediterraneo, Via Galliani è poco frequentata ed anche l’ultimo avamposto del parco urbano è al riparo. La solitudine è vera ed inoppugnabile e come ogni solitudine si presenta nel suo abito arso. Quel poco di prato annesso alla struttura è più un’intuizione che un dato di fatto plausibile. Claustrofobico. A pochi passi dal cancello, percorrendo un piccolo sentiero, la struttura in mattoncini marroni che accoglie i locali. Che sia abitata lo si capisce immediatamente. Una bottiglia d’acqua minerale (ce ne sono tante all’interno) che promette giovinezza eterna, fa bella mostra di sé su un misero tavolo. Da una delle vetrate che affacciano al’interno, si scorgono finanche dei letti, con tanto di coperte e lenzuola.

Qualcuno ci dorme... (Amici della domenica)

L’INTERNO – Tutto il divertimento (si fa per dire) sta nell’arrivarci, ai punti d’osservazione. Le piante secche sono spine vegetali, al tatto graffiano la pelle. Sotto il sole a picco il lucertolaio urbano è non dissimile da un deserto. Ci sono sterpaglie arse, fra le sterpaglie roba rubata date alle fiamme, tra la refurtiva, biciclette vecchie almeno una decina d’anni la cui estetica è ferro carbonizzato. Un piccolo sentiero in brecciolino ci accompagna a quello che deve essere uno degli ingressi. Se si tende l’orecchio, l’unica risposta alla sollecitazione dei sensi è un mare di indifferenza. Per accedervi, qualcuno ha pensato bene di farsi strada a forza di mattoni, lasciando in terra molta della vetrata frantumata. Occorre prudenza. La stanza, una decina di metri quadri, è ben tenuta. Le pareti sono pulite, neppure una scritta, la pittura sembra fatta di nuovo. La porta è in legno, cardini senza una grinza, maniglia tutto sommato pulita. Neppure una ragnatela negli angoli del soffitto. Pochi metri, il panorama muta. Gli ambienti restano tutto sommato decorosi. C’è un lungo corridoio su cui s’affacciano tante stanze. Si procede con calma perché la sensazione proietta la mente ai western, alle trappole, ai canyon, le gole, le frecce, le imboscate. Ma i timori da Roncisvalle fuggono con il cammino. Tutti i climatizzatori sono stati letteralmente divelti ed abbandonati a terra. I fili elettrici sono scoperti. La monotonia costruttiva ha fatto sì che si aprano, sul corridoio, stanze tutte identiche. Il tempo, al contrario, ha giocato a renderle uniformi nell’utilizzo: nessuno.

IL BAR – A metà percorso con la prima porta che si apre giunto in faccia al senso di percorrenza, sulla destra, un atrio più vasto. C’è un bancone che è azzardato dire devastato ma non è nemmeno usufruibile. Alle spalle, attrezzatura varia da cucina, forno-frigo-vetrina. Poche decine di metri e, camminando per il corridoio, s’oltrepassa uno stipite. C’è un pannello elettrico nuovo nuovo, sfuggito alla metodica distruzione riservata ai termosifoni-climatizzatori. Non c’è traccia di sporcizia sui muri mentre nell’aria si captano segnali di vita. Le stanze sono deserte, certo. Ma è questa l’ala che, dall’esterno, lascia intravedere le tracce abitate. C’è anche un bagno. L’odore è riprorevole. Uno dei water è intasato e sporco. Il fetore è da mal di stomaco. Probabilmente, nel progetto iniziale, questi sarebbero dovuti essere gli spogliatoi.

Il corridoio. Sulla destra, si aprono le stanze; sulla sinistra, dalle finestre, ci si affaccia sulla piscina (P.F, St)

LA PISCINA – Lungo una delle parti corridoio, quella dove non s’aprono le stanze, i finestroni danno sulla vasca vuota. L’acqua non c’è mai stata, ma d’inverno, dopo le piogge abbondanti, ristagna. Adesso non è che un deposito di erba, alberi e materiale da risulta alto circa tre metri. Le gradinate grigio tufo, vuote, hanno un qualcosa di post moderno. O, peggio, di post bellico.

BOLLENTI SPIRITI – Determina dirigenziale del Comune di Foggia numero 74. Data: 13 maggio 2011. Procedura numero 689. Dirigente: Fernando Biagini. I numeri ed i nomi non sempre dicono tutto. In ogni caso, all’interno di questa determina c’è scritto ben di più di quanto indichi l’oggetto. Infatti, ufficialmente, si tratta della liquidazione dell’onorario di un anonimo professionista,Vincenzo Anselmi. Ma, sotto le righe, se ne deduce ben altro. Ovvero che, grazie al “Progetto di riqualificazione urbana Foggiattiva”, nel 2006 Corso Garibaldi avrebbe ottenuto oltre 700 mila euro dalla Regione Puglia. Fondi, questi (da integrare con un bonus obbligatorio di 73 mila euro, in tutto 773 mila euro, dunque), assumibili dal portafogli munifico, d’invenzione vendoliana, “Bollenti Spiriti” e destinati, appunto, al “recupero funzionale ed alla ristrutturazione di due strutture” (sic!). Ovvero, l’anfiteatro di Parco San Felice (mecenate: Agostinacchio, fra le critiche di un’intera città che resistette a lungo al tentativo di ridimensionare a cemento l’unico polmone verde del capoluogo). E, appunto, la piscina comunale olimpionica di Via Galliani. Per la realizzazione materiale del progetto, il Comune di Foggia crea una fantomatica Unità Operativa-tecnico-amministrativa-gestionale esterna (con determina dirigenziale 584/2008, poi modificata 1535/2008), di cui Anselmi è esperto gestionale.

Di “Foggiattiva” si trova traccia, ancora una volta, nei documenti. A darne riprova, sono le determine dirigenziali, ma questa volta della Regione Puglia. La 057/dir/2007/0050, siglata dal Dirigente delle Politiche giovanili dell’ente barese, è quella che dona il denaro a Foggia. E che, ufficialmente dà il via libero a Foggiattiva. Vale a dire, alla creazione di “un centro d’aggregazione e inclusione giovanile basato sulla realizzazione di un centro servizi diviso per aree tematiche”. Il Comune specifica addirittura le aree: “area di collocazione musicale, redazione giornalistica, magazine cittadino e contact center”. Nulla di tutto questo è stato, in un lustro, realizzato.

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Foggia, ti amianto

29 giugno 2011: Amianto integro (la foto ci è stata fornita da Tony Dembech, scattata da Raffaello La Contana)

Foggia – NELL’ESTATE rovente dei rifiuti non poteva mancare l’amianto. Ripulita in superficie la città, sgombrate le vie del centro grazie all’intervento dei nuovi mezzi (finanziati dalla Regione Puglia), ma ancora distante il piano di differenziata che il sindaco Gianni Mongelli stima possibile nell’arco di un biennio (tanto per avere florido materiale per un’eventuale rielezione, che non si sa mai), il problema è spostato sulle periferie. In particolare, destano preoccupazione le condizioni delle aree più nascoste alla vista.

CRONACHE DAL TRATTURELLO – Come, ad esempio, le strade che conducono fuori città (o, viceversa, accolgono nel capoluogo dauno). Ricettacolo di animali, deposito di materiale inerte di natura elettrica, ferrosa e legnosa, sono le nuove frontiere della spazzatura alla foggiana. La peggiore delle situazioni, ovvero la più preoccupante, è quella che si ritrova su un lembo del tratturo Foggia – Incoronata. Varie vicissitudini occorse sin dalla sua inaugurazione hanno riportato questa parte di Foggia all’onor delle cronache con una impressionate ciclicità. Prima i furti degli alberi, poi un primo incendio e la spazzatura che si accumula, infine un nuovo incendio e la rincorsa di

29 giugno, guaine abbandonate (foto fornita da Tony Dembech e scattata da Raffaello La Contana)

Cicloamici ed Amici della Domenica per portare acqua alle piante assetate. Passata la tranche più consistente delle ferie, la situazione resta più che mai preoccupante. Uno scatto risalente allo scorso 29 giunto e pubblicato on line da un cittadino del capoluogo mostra di un deposito abusivo di spazzatura. Fra vetri e guaine in plastica dei cavi di rame sottratti chissà dove (ora le fiamme li hanno divorati, ma ve n’erano a centinaia, forse migliaia), regnano sovrane lamine enormi di amianto. L’imbarazzo non lambisce neppure i palazzi del potere. A distanza di quasi due mesi, e malgrado le continue segnalazioni inoltrate agli Uffici ed all’Ufficio relazioni con il Pubblico da alcuni soggetti associativi della città, quei pannelli continuano a fare bella mostra di sé.

DEMBECH: “L’AMIANTO SI SGRETOLA!” – Lo segnala, a Stato, Tony Dembech, presidente dei Cicloamici. “La situazione peggiora”, denuncia. Capire il perché non è difficile. Il passaggio di bici e pedoni, consentito, e quello di moto e scooter, non consentito, ha infatti inciso in negativo sul materiale inerte. Immerso nell’odore di bruciato che impera nell’estate rustica della periferia foggiana, l’amianto ha patito questo viavai di gente al punto che, oggi, i lastroni sono completamente sbriciolati. “Il pericolo – accusa Dembech – è che, divenuto leggero, l’amianto vaghi con il vento, posandosi sui campi coltivati a grano ed ortaggi dei dintorni”. Rischio, questo denunciato da Dembech, tutt’altro che peregrino. Nell’arco di pochi chilometri, in effetti, hanno sede località considerate di pregio per la produzione cerealicola.

L'amianto spappolato (St)

DISASTRO – Un sopralluogo sul posto, poi, aiuta a capire come l’emergenza sia ben più grande. In pochi passi sono concentrati sportelli di frigoriferi e congelatori, guaine in plastica, tubi arrugginiti, cartoni, vetro in quantità, tronchi di alberi estirpati da non si sa quale zona del Tavoliere e decine di copertoni. L’odore di cenere è netto, il fetore di escrementi e piscio è marcato e nauseabondo, specie in prossimità di un muro in cemento limitrofo al tracciato ciclabile e pedonale. L’ultima volta che Dembech c’è stato, lo scorso 11 agosto, sacchi di spazzatura erano stati dati alle fiamme, per un’attività di incenerimento autoprodotto che scavalca anche le leggi della Marcegaglia e getta nell’aria quantità di diossina non certificata.

VIGILI NON INTERVENGONO – Inutile, a quanto pare, invocare l’intervento delle forze di sicurezza urbana. La Polizia Municipale, avvertita proprio dal presidente dei Cicloamici, si è tirata fuori dai giochi già diverso tempo addietro, ammettendo la propria incompetenza in merito, dichiarandosi non disponibile a transennare la zona e non autorizzata alla rimozione dei lastroni (che, chiaramente, meritano di essere maneggiati con cura e smaltiti una volta per tutte). Picche anche dal Comune, che aveva promesso un “intervento” ma poi effettivamente statoci.

Le guaine in fumo (ph: Tony Dembech)

SOLAZZO: “PERICOLO ORMAI NORMA” – E mentre l’amianto si sfracella e la città si ripopola, torna la domanda su che fine abbiano fatto i propositi di differenziata. I cassonetti, vecchi ed ammaccati, non sono finalizzati all’impiego (oltre a non essere neppure un belvedere, ridotti a sgargherati carrelli e bruciacchiati parallelepipedi anneriti). “Il timore – si spaventa Michele Solazzo, portavoce del Comitato contro gli inceneritori di Foggia – è che l’eccezione finisca per imporsi in quanto prassi e che le zone più recondite si tramutino in discariche non autorizzate ma comunque consentite”.

Piazza Padre Pio, piazza alcoolica, tappeto di bottiglie

Rotola... (ph: Piero Ferrante)

Foggia – IL CHIOSCO che vende birre e superalcolici in tempo estivo, la domenica, è chiuso. Sconta i bagordi del solito sabato all’insegna dell’ebbrezza alcolica. Quel che resta dei giardinetti di Piazza Padre Pio, come ogni dannata domenica mattina, è un tappeto di inciviltà, aggravato da una calura che spaesa. La notte, rombano le moto fino all’alba. Il loro ritrovo è qui, in questo largo spazio che si apre fra stradoni e palazzoni. La vita notturna incomincia molto tardi, non prima di mezzanotte. La birra scorre a fiumi e le urla sono il minimo che ci si possa aspettare. Qualcuno pretende di vederne il gusto della libertà, il sapore della democrazia, il frutto del proibito sbocciato nel cemento. I residenti non hanno lo stesso point of view. Qualcuno ha confermato a Stato di essere pronto a presentare degli esposti in Procura. “Il tempo di rimpinguare l’archivio delle foto”.

“MEGAFONO CARTACEO” – In effetti, basterebbero le immagini del mattino per lasciar dedurre quel che accade a notte fonda. Il chiosco ha tentato di far la voce grossa con un amplificatore modesto: un cartello bianco con su scritto a pennarello “Si prega di utilizzare gli appositi contenitori”. Già con il sole il picco, a mattina inoltrata, coperto com’è dall’ombra e dalle fronte, facciamo fatica ad identificarlo. Lo troviamo perché ce lo hanno segnalato. Altrimenti, farci caso è impossibile. Figurarsi con i fumi della sbornia e la voglia di sfasciare il mondo a suon di Keglevich e Jack Daniels. C’è chi pensa sia un passo avanti. Ma c’è chi proprio a voltare occhi e naso altrove non ce la fa.

Quando si dice uno spazio accogliente... (PF, St)

BIMBETTI – La zona è sommersa da centinaia di bottiglie. Verde, arancio, marrone, avorio. Plastica e vetro, indifferenziatamente. E’ rischioso camminarci con scarpe aperte. Molte bottiglie, scaraventate in aria, sono planate in terra sottoforma di frammenti. Eppure qualche indomito ragazzino ha il coraggio di giocarci a pallone. Due bimbetti, uno con la maglietta del Milan ed uno a torso nudo, usano le bottiglie come pali delle rispettive porte. Ma l’audacia è di pochi. Per questo, per la maggior parte, resta tutto com’è. I capannelli domenicali degli anziani in bicicletta che discutono di politica e giocano a tressette sono sempre più rari. Giugno, luglio ed agosto sono date off limits, meglio rimanere in casa.

DIVANO IN FIAMME – Nei pressi di un cassonetto, qualcuno ha addirittura tentato di incenerire un divano. Uno dei braccioli, quello di destra, è arso, un buco nero scavato dal calore delle fiamme. Una delle poltrone in pandane è riposta giusto nel centro della più fiorita delle aiuole. Non è opera di barbone, ma congettura di mente annebbiata. A pochi metri, una coppia di ragazzi prova a leggere una rivista. Lui si guarda in giro: la loro panchina è come le altre, un fortino circondato da un muro di cristalli.

Marcellino tanto vino (Pf, St)

MARCELLINO W IL VINO – I sentieri in pietra grigia, qualcuno in salita, altri pianeggianti, sono cosparsi di ricordi notturni. Nell’aria, l’appiccicaticcio odore di cicche spente e alcolico scadente. Ci sono chiazze di vomito negli angoli appartati, cartacce e sigarette spente che nuotano come corpi inermi nella tonda fontana color del fango. E’ incoronata di buste ed altre bottiglie. Sono a gruppi di venti, di trenta, l’avvolgono come uno scialle. Eserciti adesso brillanti che per tutta la notte si sono insinuati nelle campane verdi e poi nei cassonetti del conferimento della plastica, nei pertugi delle fognature sottostanti i marciapiedi, nei cartoni abbandonati. Tre bottiglie trasparenti sono ai piedi di uno dei bambini oranti del monumento dedicato al frate di Pietralcina e regalano un quadretto insolito, ghignante e leggermente blasfemo. L’apparenza è di un Marcellino (poco) pane e tantissimo vino che rende grazie all’Onnipotente per il dono della fermentazione alcoolica.

“INCENERIAMO LORO” – Per testare lo stato d’animo, proviamo a tendere l’orecchio ai discorsi dei passanti più indignati, con la scusa di prendere nota di altro. Le vecchiette ancora calde della benedizione incolpano i giovani, le coppie maledicono i commercianti, i ciclisti si fermano, accostano e scattano foto con il cellulare polemizzando a distanza con l’ordinanza comunale appena confermata (entra in circolo sociale ad ogni momento festivo, l’ultima volta durante le vacanze natalizie) che consente ai locali pubblici di tener su la serranda fino alle tre, e poi arriva quello con la soluzione pronta circa l’incenerimento dei teppisti per evitare quello della spazzatura che tanto è uguale. Lo sentisse la Marcegaglia, forse il progettino lo tirerebbe anche giù in un paio di mesi.

Lo strano (ed inquietante) caso del bene confiscato ai Lanza


CLAUDIA Cignarella è scorata. Nella sua voce il gusto acre della delusione. “Quanto tempo perduto”, dice a Stato. Il 6 luglio sarà trascorso esattamente un anno da quando il Comune di Foggia ha proceduto a liberare il bene foggiano di Via delle Orchidee, zona Salice, dalle grinfie dei Lanza. Un caseggiato che non è un semplice agglomerato di stanze ma una villa imponente con più appartamenti. Ed una miriade di destinazioni possibili. In teoria, uegli spazi un tempo appartenenti ad una delle famiglie più in vista della criminalità organizzata foggiana dovrebbero essere adibiti oggi ad una “Casa dell’accoglienza”. Nome del progetto che il Noos di Cignarella ha presentato al Comune di Foggia nell’ambito del bando (finanziato e promosso dalla Regione Puglia) Libera il Bene. Iniziativa unica in Italia, finalizzata alla riconversione e al riutilizzo dei beni confiscati. Nel progetto, realizzato in concorso con altri corpi associativi (Abc, Crescere, Genoveffa de Troia, Girasole, Layland, Salute onlus, Sport MasterOne) ed in collaborazione con il Cna, l’obiettivo, utopico, di creare uno spazio contro il disagio. “Allestire, attraverso una collaborazione ad ampio respiro, una struttura pullulante di vita per soggetti svantaggiati”.

LA VICENDA – La storia comincia nel marzo 2010. C’è la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Regionale. A fari spenti, l’anonimo Mongelli si muove e recepisce il bando. Il 24, Claudia Cignarella e le altre associazioni depositano la loro idea, a cui viene dato il benestare un paio di mesi più tardi. Tutto pronto ma manca un particolare: la fruibilità del bene. Secondo le disposizioni regionali, per poter accedere ai fondi (750.000 euro il tetto massimo finanziabile per ogni progetto, cui il Comune avrebbe dovuto contribuire partecipando con il 10% delle spese), l’obbligo è la disposizione dello spazio al successivo 30 giugno. Sindaco, giunta e dirigenti cincischiano. Le associazioni spingono per sbloccare l’impasse e mettono a disposizione dell’Ente di Corso Garibaldi tutto quanto possibile per evitare dilazioni.

LE OPERAZIONI DI SGOMBERO SETTE GIORNI DOPO LA SCADENZA DEL BANDO – Ma non basta. Il bene viene fatto sgombrare soltanto il 6 luglio. Una beffa. Sono passati sette giorni appena dalla scadenza fissata dal bando. La domanda più ovvia ed opportuna: per quale motivo? L’interrogativo fa il giro delle associazioni. Di bocca in bocca fino a Libera, vero e proprio “sponsor morale del bando” e da anni impegnata nel tentativo di recupero e riconversione dei beni confiscati. Mimmo Di Gioia teme “che, sotto, possano esserci altri interessi”. Daniela Marcone chiede solo che “dopo un anno qualcuno si degni di dare una risposta a Claudia Cignarella”.

LA DELIBERA DI GIUNTA – Il 9 novembre 2010, con delibera di Giunta n.143 (nell’era della trasparenza, non presente in rete), Palazzo di Città prova a darne una. Dopo insistenze della Cignarella (e la garanzia di autonome ristrutturazioni), il bene del Salice viene dato in gestione al Noos. Il governicchio Mongelli approva la proposta e stila anche un modello di convenzione. Non resta che firmare. Ma la sigla delle parti non arriverà mai. Il bene intanto è rimasto a marcire. Giorno dopo giorno, chiaramente, il pericolo che venga occupato abusivamente aumenta. In più, la legge 109/1996 prevede che, scaduti i 365 giorni, se il Comune non ha provveduto alla destinazione del bene, il prefetto nomina un commissario con poteri sostitutivi.

Accadrà? Non si sa ancora. Ma, mentre le trattative con il Comune sono in corso e mentre le viene assicurata la certezza della convenzione, Cignarella scopre che l’Ufficio Politiche Sociali di Corso Garibaldi, a fine 2010, ha chiesto finanziamenti (Pon sviluppo 2007 – 2013) proprio per progetti da attuare su quel bene. Bypassando con abile dribbling le associazioni ed aprendo chissà quali scenari. E quando prova a chiedere spiegazioni, prima negano, poi la rimpallano da ufficio ad ufficio, infine la rassicurano dicendole che, nel progetto Pon è contemplata la presenza del Noos. Strano, visto che nessuno si è preso mai la briga di avvertirla in merito. Ed anzi, ancora il 31 marzo scorso, in occasione di uno dei presidi simbolo della legalità foggiana (il ricordo dell’omicidio di Franco Marcone), Gianni Mongelli ha provato a tranquillizzare gli animi, imposto un “fermi tutti” e promesso di sbloccare la situazione entro “la fine di giugno”.

AGGIORNAMENTI: Dopo ripetute insistenze da parte mia e da parte di alcune associazioni del territorio, fra cui anche Libera, il sindaco aveva accettato d’incontrare Claudia Cignarella. Il colloquio, cui avrebbe partecipato lo stesso Mongelli e l’Ufficio Politiche Sociali, fissato per il 23 giugno, è stato fatto saltare misteriosamente un’ora prima con una chiamata gelida e formale indirizzata alla presidentessa Noos.

Stato Quotidiano, 2 luglio 2011

Se questo è un uomo. Scene dall’inferno di un villaggio sconosciuto (Stato Quotidiano, 21giugno 2011)

Gli estintori utilizzati come pali (R.P.)

Borgo Mezzanone – C’è soltanto un buco a rimarcare la distanza fra lecito ed illecito. Lo ha applicato qualcuno dei ragazzi che vivono alle spalle del Cara di Borgo Mezzanone, con una tronchesi, in una rete di metallo. Quel buco ha violato la zona rossa della dignità. È da un anno, ormai, che un centinaio di uomini vivono in una sorta di villaggio arrangiato (non ancora modo, non più Cara) del Borgo più polveroso d’Italia. Sono africani, per la maggior parte sub sahariani. Ma c’è anche qualche palestinese, messo in mezzo dall’Intifada e dalla brutale opera di sterminio di Israele. Tutti uomini. Giunti in Italia con un fardello di pochi stracci ma un carico pesante di sogni. E quelle promesse garantite dalla televisione. Come non credere alla patina luccicante della pubblicità? Come distinguere le battaglie dei precari dagli spot imbelli degli shampoo?

“L’AFRICA E’ MEGLIO DELL’ITALIA” – Rischiare, per loro, vale la pena. A posteriori, certo, qualcuno non lo rifarebbe. Come M.: “L’Africa è meglio dell’Italia”. Sta raccogliendo i soldi per cercare di tornare a casa. Lui, come tanti, ha attraversato il Mediterraneo come una merce. Un sacco di patate che se cade in mare, in fondo, è lo stesso. Altro che affondamenti. La loro vita, qui a Mezzanone, sta andando giù peggio che in un gorgo. Le loro speranze si chiamavano permesso di soggiorno, asilo. In breve, meno di due anni, si sono resi conto che sei fortunato se già riesci a mettere in bocca un tozzo di pane raccattato dopo una mattinata di caritatevoli suppliche per le strade di Foggia.

UNA GIORNATA SENZA PRETESE – Già, Foggia. Gliel’hanno raccontata come fosse Detroit. Ogni mattina, questi uomini si svegliano, varcano il buco nella rete, montano sull’autobus, i più fortunati inforcano le bici e corrono in centro. “Inseguiamo il lavoro”, dice un gambiano. E così la loro vita va avanti da mesi. Visibile eppure invisibile. I nomi che portavano incollati al loro paese, qui, a Borgo Mezzanone, a Foggia, in Puglia, non contano più. Non hanno più un senso. La loro persona violata dal verme dell’oblio. Non hanno documenti per rimanere in Italia. Quelli che hanno sono scaduti. Non vogliono essere clandestini. Hanno tentato il rinnovo. Per loro significa vivere per lo meno con una zavorra meno pesante. Ed invece, l’unica carta che hanno in mano è un foglio di via permanente che soltanto la compiacenza solidale, per fortuna, sterilizza.

IL LAVORO – Lavoro manco a parlarne. La stagione del grano non la conti neppure. Ci sono le trebbiatrici, le braccia meccaniche fanno tutto al posto dell’uomo. Non chiedono contratti o normalizzazioni, le macchine. Le compri una volta e sono a norma per sempre. Quella dei pomodori, poi, si prospetta lunga. Per qualche tempo è stata la croce e delizia dei migranti. Insieme garanzia di qualche spiccio giornaliero e tormento fisico con pochi eguali. Malgrado conoscano la durezza del lavoro, V. ha già parlato con qualche possidente. Da lui sono arrivate soltanto brutte conferme. “Senza documento non mi fanno lavorare”, confessa a Stato. È il solito cane idrofobo che prova a mordicchiarsi la coda spelacchiata. Senza lavoro non esisti, senza esistenza non lavori. Il ciclo in cui si sono auto immessi è tutt’altro che virtuoso. E non se ne vede l’uscita.

IL CAMPO – Tanto più perché la rabbia monta. Alla difficoltà di un lavoro, si aggiunge la percezione dell’orgoglio calpestato ma anche la necessità di mantenere garbo. E, soprattutto, condizioni di vita al limite del terzo mondo. Un ragazzo di poco più di 30 anni (dal Ghana alla Libia, dalla Libia a Lampedusa, infine a Foggia) ci mostra le baracche bianche in cui trascorrono le giornate. Tuguri raccapriccianti e disordinati, residuati delle guerre italiane degli anni Novanta. Da casa a casa, fili di ferro o corda con i panni stesi ad asciugare, lavati sotto le docce umili, in comune per gruppi. I fili della corrente entrano all’interno attraverso i canali di scolo delle acque reflue. Come antenna della tv usano scheletri di ombrelli in disuso. Non c’è acqua. Di fronte alle case, uno stradone in cemento armato rovente sotto il sole della Capitanata che le separa dai cassonetti sempre pieni. Mai una volta, in un anno, l’Amica ha pensato di fare un salto da queste parti. D’altronde, non esiste nessuno, qui. Ed allora si procede ad ardere, un fuoco per evitare che i topi intossichino la vista e si nutrano dei miseri avanzi di percolato. Non serve. I ratti sono abituee del campo. Lo sono i serpenti, lo sono le zecche, lo sono gli insetti. Le zanzare le trovi anche alle quattro di pomeriggio, o alla mattina. Ci sono anche diversi cani che hanno figliato. Piccoli maremmani bianchi si aggirano rincorrendo il pallone con cui i più giovani cercano di rallegrare le giornate. La porta, due estintori piazzati giusto nel pezzo di una piazzola artificiale orrenda, tutta grigia, che i quasi 40° di giugno sbiadisce in una visione ondulante.

Chiamarla vita è un oltraggio. tanto che non lo è. Basta chiedere in giro, anche nei palazzi del potere. Tranne qualche associazione di cuore, nessuno è a conoscenza di questa parte di mondo. E molti sono convinti che le espulsioni siano provvedimenti che aiutino i migranti a ritrovare un senso nel loro paese, a star bene, a ricominciare. Per spronarli a ricostruire quello che decenni di capitalismo predatorio e bellico hanno devastato.

Festa per l’acqua 2011, Foggia 9 giugno, Piazza Cesare Battisti



Per “Artisti per l’Acqua “ hanno aderito:
Rosa Claudia Altieri, Leo Vito Avezzano, Marina Calmo, Francesco Ciavarella, Maria Grazia De Rosa, Generoso d’Alessandro, Francesca De Sandoli, Lucia De Santis, Roberta Fiano, Assunta Fino, Alessandro Forcelli, G.A.A.S., Stefania Guerra, Sergio Grillo, Laboratorio Sperimentale Indipendente–Teatro dei Limoni, Nicola Loviento, Luistar, Gabriele Mansolillo, Silvana Martino, Marco Maruotti, Marina Niro, Raffaele Niro, Mario Raviele, Umberto Romaniello, Michele Sepalone, Francesco Stoppi, Antonella Tolve, Salvatore Luca Tota, Wild Rat Film

Per i ciclisti Via Arpi è un inferno. Macchine e nessuna rastrelliera

Foggia – SE ci si mette a pensare, allora non ce ne si esce realmente più. Perché le domande sono ben più di una. Riassumendo: come mai in una via che, ad intermittenza, è chiusa al traffico e che si fregia di poter e di voler essere il volano della resurrezione della storia della città di Foggia, manca ogni sorta di ausilio per le biciclette? No, la domanda è curiosa. Tolta la pretesa di sostenibilità, l’inutilità della sottolineatura dei vantaggi pleurici dell’intero comparto abitativo; tolte finanche tutte le ragioni concrete per le quali basterebbe un solo secondo, uno solo, per dire si alle due ruote e no alle quattro, se non si capisce che l’unica maniera per salvaguardare l’impatto estetico ed etico della vena storica del capoluogo, Via Arpi, è l’eliminazione totale dei gas di discarico e di quell’inutile ferraglia policroma che ci incaponiamo a chiamare auto, saremo sempre a livello zero.

LA VIABILITA’ IMPOSSIBILE. Livello a cui, ad oggi, Foggia giace. Via Arpi, una strada lunga 800 metri, condita di chiese, piazze, esercizi commerciali, una sede universitaria e svariate associazionistiche. Via Arpi si diceva, un agglomerato di domus nullius. Un fiume in pietra perennemente ostruito, un fluire rumoroso, un inutile arteria grigia. Stretta, ma talmente stretta che la viabilità ne è visivamente impossibile. Ed invece è una discarica a cielo blu di macchine. Macchine in transito, macchine sui marciapiedi. Macchine ferme in corsie, macchine che scavalcano altre macchine appoggiandosi con due ruote sul marciapiede. Macchine parcheggiate nelle piazze loro interdette. Macchine finanche dirimpetto alla cattedrale, con buona pace di ipotetici dissuasori e pali talmente tanto inutili da consentirvi il passaggio di camion, furgoni e suv. E, ovviamente, motorini.

WWW.PROIBIZIONE. FG. Tutto questo, sia ben chiaro, sarebbe derubricabile all’indirizzo della decenza urbana http://www.proibizione.fg. E, in effetti, lo è. Piazza De Santis, per esempio, è assolutamente no fly zone per motori di qualsivoglia i tipologia. Per non parlare di Piazzetta Santa Chiara, Piazza Baldassarre e Piazza Nigri. Di auto, per imposizione della segnaletica, non dovrebbe esserci neppure la sagoma. Men, women, child uber alles. Ma, si sa, specie a Foggia, non necessariamente la pratica deve corrispondere all’impostazione teorica. E quindi è vero l’opposto. Ed ogni buco è trincea per un parcheggio. Che tanto più disturbante è, tanto meglio riesce nell’intento.

TUTTI I RISCHI DELLA BICI. Questo, ma non le bici. I velocipedi no, non devono avere altra possibilità che quella incresciosa del niente. Ogni ciclista, su via Arpi, deve tramutarsi in un essere mitologico. Metà Patrick De Gayardon dei tempi migliori (prima della modalità homelette) e metà John Nash. Rapido nell’azione e nel pensiero. Impossibile, infatti, percorrerla placidamente, impedendo al cuore di impazzare come una batteria di Mike Portnoy. Resettato per forza di cose l’obbligo di ciclare ad un metro dal marciapiede. A stento ci arriva ad essere larga un metro, Via Arpi. Nei tratti peggiori, con le macchine in corsa e l’inevitabile doppia fila (più presente nell’immaginario dauno del progetto moldauno e della provenienza federiciana anche del box doccia di casa propria), la percorrenza è sinceramente rischiosa. Ed allora vale la pene scendere di sella e farsela a gambe, bici trattenuta con mani sul manubrio.

TUTTI CONTRO IL PALO. Però il vero dramma, quello che attanaglia ad esempio Tony Dembech, è l’altra faccia della medaglia. Complementare. Ovvero, la totale assenza di rastrelliere e posti per le bici. Non una piazza che ne possegga una. C’è la Facoltà di Lettere, centinaia di studenti, e neppure un posto per le bici. C’è la Cattedrale (anche se, poi, sarebbe meglio dire, c’era una volta la Cattedrale) e nemmeno uno spazio pensato per ospitare le due ruote. C’è la Fondazione Banca del Monte, il Museo, il Conservatorio. Ci sono negozi e locali, le chiese e gli ipogei. Ci sono due scuole elementari, c’è il mercato Arpi, quello che affaccia sulla parallela Via Manzoni. C’è tutto questo piccolo mondo attivo e di parcheggi per incatenare quel congegno faticoso e gommato che Albert Einstein paragonava addirittura alla vita, neppure uno straccio. Si disegnano così panorami involontariamente olandesi. Come ad Amsterdam, i velocipedi si incollano l’un l’altro e, tutti insieme, alle tubature esterne per il gas, ad un cartello stradale, ad un tubo per lo scolo dell’acqua reflua. Catene ai telai ed ai raggi perchè altra soluzione non c’è. E, qualora anche ci fosse, rischierebbe di scompaginare i meccanismi sottili della due ruote.

UNIFG. Le più vicine rastrelliere sono quelle di Palazzo di Città e di Palazzo Dogana. Una dozzina di posti sono anche in Largo Civitella. Ma lo sfascio e la sporcizia sono abbondanti e nessuno vorrebbe avvicinare le mani a tanto rottame e lordura. Ed allora, viene da chiedersi, cui prodest? A chi giova tanta sciatta non curanza? Qualche tempo fa, i Cicloamici Fiab tentarono una forma estrema di collaborazione con l’Università. Finiti i tempi d’imperio di Antonio Muscio e con Giulio Volpe in sella all’ente di Via Gramsci, diventava lecito attaccare il bocchettone della normalità alla pompa della speranza. I contatti fra Ateneo e Fiab si moltiplicarono, anche alla luce dei progetti rilanciati dall’ente in Via Arpi, con un restyling curato alla meno peggio. All’Unifg, Dembech propose le rastrelliere migliori in circolazioni. E, per giunta, tra le meno dispendiose. Ovvero, le “Verona”. Nome scaturito dalla città di produzione, la cui sensibilità fu talmente grande che, la fabbrica ed i suoi ideatori scelsero di fare un atto di democrazia: non misero su il brevetto. Ognuno può produrre come, quando e quanto vuole.

Ovviamente non è bastato. Troppi, evidentemente, i 600 euro necessari per ogni gruppo da 6. Almeno, questa la verità addotta dalla segreteria del Rettorato. Non se ne fece nulla. Con i risultati che vediamo. Vale a dire, nessuno.

[Con la fattiva collaborazione di Tony Dembech, Presidente dei Cicloamici Fiab Foggia]


Link: Reportage mobilità sostenibile Foggia, Stato Quotidiano, puntata n. 7

Biciclettando per le terre di Federico

Please, enter (St)

Foggia – SOTTO il sole del Tavoliere, l’area verde ed azzurra che, un tempo, dovette essere orgoglio dell’imperatore Federico e sollazzo degli Angioini, pare ancora più piana del reale. Sterminata. Tanto grande quanto grande doveva essere il fascino che esercitava, nel Medioevo, agli occhi increduli e sbigottiti di nobili e filosofi, di Santi e camminatori, di tentati e tentatori. Siamo grossomodo in località San Lorenzo in Carmignano. UN nome glorioso. Che, quasi quasi, provoca qualche brivido. Scava che ti scava, i proprietari delle villette semi-abusive (se non altro per i ripetuti pugni negli occhi che sferrano alla decenza) sorte in queste zone, hanno trovato “ninnoli” fin troppo simili a reperti. Qualcuno li usa come ferma porte, qualcun altro le tiene negli spiazzi.

Spreco made in Foggia, dove l’urbanizzazione coatta e forzata impone la sua santa spada sulla spalla indignata della Storia meno recente. E’ vecchio, il refrain. Ergo, inutile.

IL PANTANO CHE FU. In quella piana depressa, compressa fra strade e raccordi, fra ferrovie e piloni grigi in costruzione, in quella piana dove vagò il cuore di Re Enzo, il sole del Duecento, ma anche qullo del Cento, del Mille e chissà di quanti altri secoli e millenni addietro, si rifletteva sulle acqua del Pantano. A dirla così viene da pensare ad una pozzanghera laida e fangosa, popolata d’insetti e null’altro. Ed invece era lì che, con tutta certezza, il Puer Apulie, lo Stupor Mundi, il Saffenkoenig – come l’aristocrazia illuminata tedesca aveva ribattezzato Federico, il Re dei Preti – dava sfogo ai suoi ozi. Nella domus solaciorum dauna, in quell’angolo così simile ai sollazzi siciliani e tanto arabeggiante. Lì, la proiezione fisica del potere, tutta federiciana, s’allentava in una morbida estetica del gusto. Intellettualmente stimolante e così bella che, ancora durante il regno di Roberto D’Angiò, malgrado le costruzioni sveve stessero cadendo in rovina, nobili e non solo, rischiavano la pelle per cacciarvi anche solo una volta. Si narra, lo dice anche Hasselhoff, che lo stesso Tommaso d’Aquino, bramasse sostarvi anche solo per un tempo limitato. Per vivere lì, circondato tra le mura fatte erigere dall’Imperatore morto a Fiorentino, anche solo una parte del suo tempo di pensatore. Fra la fitta vegetazione popolata di daini ed uccelli, animali selvatici, con tante piccole isolette su cui si ergevano le più modeste case della servitù della corte itinerante dello Svevo.

IL TRATTURO. Di quella poesia perfetta, non resta che un modesto abbozzo di natura. Tanto più adesso che, qualche intempestivo intervento umano, l’apertura delle paratie della diga di San Giusto, l’otturazione dei canali della bonifica, hanno ostruito il defluire delle acqua al mare. Ed eccolo ritornare quel pantano che fu gloria del passato. Piantato nel grande prato, ormai spoglio, Masseria Pantano deruta come sfondo patetico, anche una parte del tratturo ciclabile (per quel che ci interessa qui) che unisce Foggia con il santuario dell’Incoronata. In verità, per questa settimana, ci concentreremo su questo primo tratto, per focalizzare la nostra attenzione su questa parte di città che, appunto, va da Masseria Pantano alla circonvallazione cittadina.

La storia non si cancella: il Pantano (St)

5645 PASSI. L’imbocco del tratturo, al termine di Via Ghandi, è un sintomo, un preludio, una predizione di quanto regna all’interno. Piloni in cemento e rifiuti, carte svolazzanti come bandiere tese al vento che danzano nell’aria e s’afflosciano, in un caschè doloroso, fra gli steli delle margherite in fiore. Alte come persone, resistenti come partigiani urbani contro lo spadroneggiare edilizio. E’ un colpo di colore, una botta di vita che risponde il suo al degrado. L’ambiente è pasoliniano. Palazzine di periferia stanno a braccetto con cantieri esfolianti. Stradoni più inutili di un freezer al Polo Sud. Un cartello, forse l’unico suppellettile attualmente in buono stato di conservazione, recita le rime dei tratturelli: Foggia-Ordona-Lavello e Troia-Incoronata. “Lunghezza Km 10,50=Passi 5645”.

A due colori (St)

TERRA DEL FURTO. Poi, ad eccezione di un primo tratto discreto, allungato come una lingua grigia tra erbe e fiori, un panorama che, a destra come a sinistra rende orgogliosi di vivere in pianura, senza pendii a fare ombra ed a provocare asma d’ansia e costipazione, la catastrofe. Quel che è natura, e che lo sarà ancora per poco, dato che, proprio in questi pressi, è in costruzione l’ambiziosa Cittadella dello Sport, progetto all’interno del quale, per oscuri misteri edilizi foggiani, svettano anche due strutture residenziali (c’è da dire che, nei pressi, c’è un invenduto da far accapponare la pelle), si riduce a brandelli. Non più i pesci e gli uccelli, i daini e le cicogne (da qualche tempo avvistate in queste zone), ma scarti. La bici la prendi e la lascia. Si è costretti a salire e discendere. Ci starebbe bene, qui, un tragitto con i fiocchi. Ed invece è sterrato, dossi e fossi e sassi. Le guaine dei cavi trafugati da tutta Foggia e provincia, eccole finire qui ed esservi cremate in un atto che nulla ha di religioso. Se lo ci si ferma ad ammirare, e lo si fotografa, crea un contrasto che fa spettacolo ed insieme tristezza. Il verde dei campi, l’azzurro dell’acqua, il bianco e nero delle ceneri. E’ un odore acre di fumo. I cavi sono stati appena bruciati, il lavoro è recente. E’ sapore della beffa. Insieme, scarti di mattoni foratini, mobili da bagno, rimasugli di cucine in disuso.

QUELLA PROSTITUTA DI MATTONI. Tornando verso la città, Pantano sbattuta in faccia, sbilenca ai bordi della visuale, pare una prostituta dal rossetto sbavato e truccata capestramente, frettolosamente, indegnamente. La pista-tratturo-strada-sterrato-chissachediamineè è un sentieri di guerra. Le lucertole sgusciano , rapide di fronte alle ruote gommate. Ti scortano, come volessero avvertirti: “Non andare oltre”. Ogni quattro, cinquecento metri, bisogna scendere. Una bici da passeggio, di quelle classiche, non potrà, in queste condizioni, avere l’onore di percorrere questo straccio di città. Che, tra l’altro, visto l’utilizzo non deve neppure essere particolarmente sicuro. Di certo, non è strada da crepuscolo o da mattina presto. Figurarsi di notte.

Paesaggio pasoliniano (St)

INFINE, IL CANTIERE. Ed allora monta la rassegnazione consapevole che sì, violenza è anche questo. Questi pneumatici abbandonati a decine tra il fogliame, questi cavi di plastica, questa mobilia, questo legno che, a sua volta, dovette essere albero di chissà quale altro pantano, in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Alla fine, passo dopo passo, si sbuca nei pressi di un cantiere. La terra non è più terra, ma per metà asfalto, per metà terriccio. battuto per consentire ai camion di caricare e scaricare. Probabilmente nel mezzo di questo parco che non è più Pantano, non è più dimora imperiale, non è più neppure se stesso.

[Con la fattiva collaborazione di Tony Dembech, associazione Cicloamici di Foggia]

STATO QUOTIDIANOhttp://www.statoquotidiano.it/15/04/2011/biciclettando-nelle-terre-dello-stupor-mundi/46510/

E sono cinque…



E sono cinque. Cinque morti dal’inizio dell’anno per mano di armi da fuoco. A cadere in un agguato, questa sera attorno alle 21.30, Claudio Soccio, 20 anni, operaio del verde pubblico, raggiunto con colpi di armi da fuoco in Via Lucera, dove abitava con la madre. Il giovane aveva dei piccoli precedenti penali per reati contro il patrimonio.

Secondo una prima ricostruzione, il ragazzo era alla guida della sua automobile quando è stato affiancato dai killer e colpito da una prima raffica di proiettili. Raffica bissata quando Soccio è sceso dall’auto per provare a sfuggire alla morte. Cosa che, purtroppo, non è stata. Non è il primo omicidio all’interno della famiglia. Il fratello di Claudio, Leonardo, è stato ammazzato, con modalità del tutto simili, 8 anni fa.

Per il momento, gli inquirenti non hanno ulteriori informazioni. Nessuno, infatti, sembra aver udito nulla, malgrado l’orario.

Tragiche le scene in Via Lucera. Sotto il corpo crivellato di colpi dagli assassini, e coperto da un modesto lenzuolo blu, l’asfalto pieno di sangue. Sul molto, tante macchine ed un centinaio di curiosi assiepati dietro le transenne. Sconvolgente la scena della madre che, straziata dal dolore, urla al cielo per la morte violenta del figlio, il secondo, perso nell’arco di meno di due lustri per le stesse becere cause.

Campo degli Ulivi invaso dalle blatte

Campo degli Ulivi (ph: radicaliliberi.wordpress.com)

Foggia – TRE container sono andati via solo pochi giorni fa, presidiati dai residenti. Non ne arriveranno altri. E non arriveranno, soprattutto, altre persone. Per Campo degli Ulivi, dieci anni dopo, sembra giunto il momento della svolta. Pare. Pare che lì, dietro l’angolo, s’intraveda la possibilità di un cambio di vita. A breve ma neanche troppo. In un paio d’anni, ci rivela una fonte confidenziale molto vicina al Comune di Foggia, tutte le famiglie saranno trasferite altrove. Precisamente divise fra diversi alloggi individuati dal Comune di Foggia fra una zona immediatamente contigua (laddove, per conto della “Silvia” si sta allestendo anche la cittadella dello sport) ed una alle spalle del centro commerciale “Mongolfiera”.

NESSUNA MANUTENZIONE. Pare. Ma, intanto, la vita nel Campo è tutt’altro che semplice. Quando piove e fa freddo, si dilata il problema dell’umidità. E, con il caldo alle soglie, il problema è quello dell’afa. Un’aria irrespirabile di polvere e detriti che i condizionatori messi a disposizione da Palazzo di Città, attenuano appena. Anche e soprattutto perché i residenti lamentano un totale disinteresse da parte delle amministrazioni. In verità, si tratta di una storia vecchia ed arcinota. Quel che è grave e che sfugge, e che oggi molti lamentano con noi di Stato, è la mancanza di manutenzione. Una manutenzione promessa e mai effettuata, quella sui condizionatori. “I filtri – ci rivela Carmela, una delle prime a giungere a Campo degli Ulivi, che risiede nel primo dei container che si incontrano – li puliamo da soli. Dobbiamo arrangiarci”. Ma arrangiare una vita che rimane all’oscuro dalla comunità non è facile.

UMIDITA’, FEBBRI REUMATICHE, ASMA. L’altissimo tasso di umidità (ci sono intercapedini del soffitto che, specie in inverno, lasciano che l’acqua entri senza neppure bussare) determina una gran quantità di febbri reumatiche e malattie respiratorie. Molti bambini, e non solo, sono affetti da asma. E le stesse febbri reumatiche causano problemi al cuore, in primis insufficienze mitraliche. Occorrerebbe fare attività fisica, praticare uno sport. Ma i soldi sono quelli che sono e nessuno, crisi alla mano, è disposto a fare sconti. Foss’anche per motivi “umanitari”. In mano, una documentazione corposa fatta di referti medici e certificati, di ricette pediatriche. Nel cuore, invece, lo sconforto. E la certezza desolante che le cose, dovesse continuare così la vita quotidiana, non potranno che peggiorare. “Purtroppo – ci dice una giovane mamma – le pediatre ci prescrivono sempre le stesse identiche medicine le quali, ad un certo punto, non fanno nemmeno più effetto sui nostri piccoli”.

Le blatte (Ph. R.P.)

LE BLATTE. Tanto più perché, a primavera ormai andante, si depositano, su questo lembo estremo di periferia, altri pesi. Gravosi colpi di maglio che appiattiscono e comprimo e pressano una vita ad un ammasso di problematiche teoricamente scavalcabili. Come, ad esempio, l’invasione degli insetti. E’ come se un Dio silenzioso, burocratico ed insensibile avesse voltato la testa da una parte diversa da questa, rivolgendo lo sguardo chissà quanto distante, verso lidi migliori e meno turbanti. Permettendo, in tal modo, che le blatte invadano i container.

SPRECO DI CIBO. Le uova si sono schiuse. E, a decine, convivono con le famiglie dei baraccati. Racconta la giovane mamma di cui sopra che “già l’anno scorso mi hanno invaso la cucina, le ho trovate fra la pasta, nel pane. Ho dovuto gettare tutto”. E con quello che costano le derrate, non deve essere stata una decisione presa a cuor leggero. Ma sarebbe sciocco correre rischi inutili. Tanto più perché le blattodee, o faluche, sono considerate fra i principali responsabili della trasmissione delle più importanti malattie al mondo. Come piccoli aerei dell’insanità, nei loro voli trasportano virus, batteri, cestodi, protozoi, nematodi e depositano nel cargo enorme del corpo umano epatiti, dissenteria, salmonellosi, poliomelite, malattia del legionario, asma.

I “PRIGIONIERI”. Non c’è da scherzare. E la situazione è tutt’altro che sotto controllo. Appena giungiamo a campo degli Ulivi, Carmela ci mostra due barattolini, di quelli degli omogenizzati. In uno, tre blatte, nell’altro una quarta più grande. Le ha catturate tre giorni fa. E, pure in condizioni di totale mancanza di ossigeno, sopravvivono come nulla fosse. Carmela ci scherza, ci ha fatto l’abitudine. Riunite attorno un gruppo di altre donne, ci dice giocando che “stasera le infilo nel panino e le mangio, magari sono anche saporite”. O così, oppure c’è sinceramente da essere infuriati contro chi, in effetti, ha dimenticato che in questo ammasso di pietre e sabbia ci sono delle persone, vive un’umanità ai limiti del consentito, relegata ai margini del tempo e dello spazio, in bilico fra salute e malattia 365 giorni su 365. Ogni anno. Ed anno dopo anno, moltiplicati per undici.

Referto del P.Soccorso (ph:R.P.)

IL CASO DI ERSILIA. Casi allucinanti, quelli di Campo degli Ulivi. Già, perché, ad esempio, nella notte fra sabato e domenica scorsi (2-3 aprile), una signora, Ersilia, è dovuta ricorrere alle cure emergenziali del Riuniti di Foggia. Nottetempo, coricata in quella proiezione di normalità che è la sua baracca, così identica alle altre, una blatta le è prima atterrata su una guancia, poi le ha penetrato l’orecchio. Dolore, rumore forte, un cammino con quelle zampette fin quasi al timpano, il rischio che potesse penetrare nel cervello causando danni ben peggiori ed irreversibili. Infine, la corsa al nosocomio del Capoluogo dove i medici hanno prima tentato di estrarre il corpo dell’insetto con una pinzetta (fra le urla della signora). Poi, le hanno letteralmente allagato l’orecchio, in estrema ratio prima di intervenire con un taglio fra orecchio e mandibola. Operazione che, per fortuna, non è stata necessaria. Tre giorni di prognosi e la sensazione che, da quella notte, le cose non saranno più eguali. Tanto più perché i bambini sono tanti ed è per loro che le mamme e le nonne sono in apprensione. Salmonellosi e dissenteria, colpissero un infante, ne potrebbero mettere in pericolo anche la vita. “Siamo spaventate” ci dicono. E glielo leggi negli occhi, in quell’anelito di normalità che scuote, stordisce, commuove.

LINK: http://www.statoquotidiano.it/06/04/2011/campo-degli-ulivi-invaso-dalle-blatte-i-residenti-li-mangiamo-con-il-pane/45753/

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