Il papa di Foggia, la dignità, le istituzioni in silenzio

La scena del delitto (copyright: Stato)

Foggia – UN CIELO plumbleo che non promette nulla di buono. Per la giornata, nata strana. E, metaforicamente, per l’anno 2012. L’anno dei Maya e del decennale dell’Euro. L’anno che potrebbe, per la prima volta nella storia, sancire il default del Comune di Foggia. Ma queste sono altre storie, tutte importanti ma tutte centrifughe. Presagi.

Un cielo plumbeo e pesante. Il cielo sotto cui si è svegliata Foggia. E una sensazione arresa che è diversa dalle precedenti. “Hanno ucciso Giosué Rizzi“. Lo dice la televisione. Lo ripete la radio. Lo dicono i giornali. Lo vomitano i siti. Prende posizione il mondo di facebook. E allora è vero, hanno ucciso Giosué Rizzi. Non lo scrittore (Rizzi aveva scritto un libro, “Giudizio e Pregiudizio”, a quattro mani con Angelo Cavallo), non il pensatore (quello cui i media continuavano a dar voce e le librerie spazio, nell’ira funesta del presidio foggiano dell’associazione Libera), non il pittore (diploma artistico conseguito in carcere, aveva cercato, “il riscatto nella pittura”) e nemmeno il blogger (http://www.giosuerizzi.it era il suo mesto sito, per nulla fantasioso, per nulla frequentato, per nulla commentato, per nulla sottoscritto). Hanno ucciso Giosué Rizzi il pregiudicato. L’attentato è stato ordito contro il ‘Papa’ (così lo chiamò Salvatore Annacondia, un pentito di quelli tosti, mica Cappuccetto Rosso).

Foggia si sveglia, il giorno dopo, con tante domande che ballano nelle strade, e con le paure ammucchiate ad ogni svolta. Chi ha ucciso Rizzi? Perché hanno ucciso Rizzi? Una vendetta dritta dritta dal passato, ricordo di quei tempi in cui il pittore-barra-blogger irrompeva nei locali pubblici per uccidere gente? Oppure la realizzazione concreta del fatto che le teorie dei giustificazionisti ad oltranza, dei comprensivisti, dei teoreti del ‘si ma ora è cambiato’ sono delle cantonate? E dunque, Rizzi non è mai uscito dal gruppo, al contrario di Jack Frusciante?

Lavoro per gli inquirenti, per i tribunali, per i pm. Forse, lavoro per la Dda. Le ipotesi non hanno mai fatto bene alla giustizia, concorrendo soltanto a spargere avanzi di pesce su un corpo attorniato da gatti e di per sé già maciullato. Perché Foggia ora è questo: un corpo in dissoluzione, e i sensi in attesa, sospesi a mezz’aria. I più cinici, in attesa di sapere. I più sognanti, in attesa di un cambiamento. I più speranzosi, in attesa di una reazione, foss’anche soltanto una nota scritta, da parte di un’amministrazione che, fino ad oggi, ha sempre rinunciato a prendere posizione sul tema (onde poi dare colpa alle deficienze di comunicazione). I più pessimisti, in attesa del prossimo morto, come nello stile delle guerre di mafia.

In un’intervista rialsciata qualche tempo fa, il ‘biografo’ del Pontefice criminale foggiano, Cavallo (che, vale la pena dirlo a scanso di equivoci, è estraneo a tutte le vicende), disse: “Credo che Giosuè non abbia nulla di cui pentirsi. Ha scontato i reati commessi e dichiarati, ha scontato il reato non commesso, che afferma nel libro [di cui sopra, ndR], cioè la strage del Bacardi che a suo modo di dire gli ha rubato i migliori anni della sua vita. […] siamo abituati ad una sorta di regola che pretende i pentiti da una parte e gli irriducibili d’altra parte. Forse esiste una terza via di chi non rinnega il suo mondo di riferimento (38 anni di carcere) ma allo stesso tempo trova una passione che fa sognare il futuro. Nel suo caso è l’arte”. Qualcuno, dunque, non deve aver gradito i suoi quadri. Per Foggia, per la gente, speriamo che sia così. Intanto, vorremmo tornare a sognare e vivere senza paura, senza l’angoscia di una nuova scia di sangue. Senza altre mattine plumbee da apocalisse culturale.

Questo, i cittadini lo devono a loro stessi: liberarsi di quel senso di tronfia superiorità reciproca che ingenera violenza. E la politica lo deve ai cittadini, perché non si può soltanto chiedere (soldi, sacrifici, comprensione). A volte giunge il tempo di concedere. E non ci sono giustificazioni, crisi, Corte dei Conti, verifiche o municipalizzate che tengano. E’ tempo di stringersi attorno alla legalità a tutti i costi. Le amministrazioni locali, i loro uomini, devono iniziare il girotondo, condurlo. Devono richiamare alla dignità collettiva. O crearne una, se proprio l’abbiamo dimenticata.

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