“Queste terre non le avrete mai”. Il Comune di Foggia non entra a Palude

QUANDO, alle 9.30 spaccate, la campagnola infangata del Servizio agricoltura del Comune di Foggia sbuca dalla curva che schiude la vista al Santuario dedicato alla Madonna Nera, in zona Piana Palude, fra Incoronata e Carapelle, soci e familiari della Cooperativa agricola Silvestro Fiore rafforzano il cordone. Sono in strada, con i piedi inzaccherati, da oltre tre ore. Il sole rosseggiava all’orizzonte e loro già stavano tracciando i solchi. Ovvero, il simbolo della rivolta contadina da una vita per evitare al capitale d’impossessarsi della loro unica fonte di sostentamento.

“ESEGUITE” – L’auto, da cui scende l’avvocato del Comune di Foggia, Massimo Carella, è scortata da due macchine dei Vigili Urbani e da una della Polizia. Di fronte, soltanto un muro umano, inizialmente silenzioso, fatto di rughe, calli alle mani e sedie di plastica. E poi i trattori e qualche automobile, più una rudimentale corda nera ed arancione. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di illustrare le motivazioni che hanno indotto questa sessantina di persone ad essere qui. Basta il loro silenzio e qualche occhiata fugace. La miccia l’accende soltanto una frase, pronunciata dallo stesso Carella: “Eseguite”.

LA STORIA – Quel che bisogna eseguire è quanto di più simile ad uno sfratto. Tecnicamente “l’immissione in possesso del fondo a favore del Comune di Foggia”. Il 23 settembre 1945, recependo un decreto luogotenenziale di un anno precedente, il Prefetto di Foggia tolse le terre incolte ai possidenti ed ai Comuni, per assegnarle, definitivamente, alla Silvestro Fiore (nata con rogito notarile del 27 gennaio ’45). Cioè, a quelli che, da quel momento in poi, anno dopo anno, mese dopo mese, zolla dopo zolla, quelle stesse terre le hanno inondate con il sudore della fatica. Già, perché, all’atto del passaggio, erano semplici acquitrini. O, come conferma inderogabilmente la toponomastica, una palude. Sei anni dopo, approfittando dell’ignoranza dei residenti, molti dei quali non acculturati, il Comune di Foggia (1948), dette origine ad uno dei primi casi di abuso di potere della storia di Capitanata. Come ci racconta Gianni Lannes, che la vicenda l’ha seguita dall’esordio, “il Comune accampò sui terreni un fantomatico diritto di estaglio”, in base al quale “gli agricoltori furono costretti a versare quote annuali di produzione granaria”. Fu quello l’inizio di un lunghissimo contenzioso, che originò incomprensioni e qualche sopruso. Palazzo di Città, dal capoluogo, mise le mani sui terreni della borgata e se ne dichiarò praticamente padrone, sostenuto dal fatto che, il pagamento, fosse una sorta di affitto. Dunque, una confessione di non possesso. Nel 1995, il missino Paolo Agostinacchio tornò alla carica, assoldò l’avvocato Carella ed intimò i contadini ad abbandonare le terre.

TRIBUNALI – Ma non basta al Comune per sbrigare la pratica. La Cooperativa Silvestro Fiore si anima. Si finisce in Tribunale. Come quello di Città, anche il Palazzo di Giustizia dichiara scaduto il contratto di locazione. Contratto che però non esiste e non è mai esistito. Anzi, il Comune non sembra avere in mano neppure l’atto di proprietà di quei benedetti 296 ettari (su cui sono in gioco i nuovi interessi speculativo-affaristici del mattone e dell’industria). Ma una serie di avvocati poco zelanti fanno perdere tempo ai soci. A maggio di quest’anno la pratica fa capolinea in Cassazione (sentenza numero 10452/2011 dep. il 12/05/2011), la quale decide di confermare la sentenza dei gradi precedenti con una significativa variazione: i contadini possono esercitare il diritto di ritenzione. In parole povere, possono tenersi i terreni fin tanto che il Comune non paghi le migliorie maturate su ogni ettaro. Migliorie che, fino ad oggi, nessuno ha mai accettato di pagare. O di calcolare.

RISARCIMENTI – “Mi devono dare 40 mila euro ad ettaro di miglioria”, sbotta a Stato un agricoltore, mentre impreca contro le forze dell’ordine ed i missi dominici di Mongelli. “Queste terre le abbiamo coltivate noi, i nostri genitori, i nostri fratelli. Nostri amici sono morti in questi campi, per questi poderi”. Li indica. Per lui sono tutta la vita. Come la maggior parte della gente di queste parti, ed a differenza di chi viene di buona mattina ad eseguire ordini dall’alto, c’è cresciuto nella terra. E non accetta, nessuno lo fa, che una carta, di punto in bianco, li invasori delle loro stesse vite.

“AVVOCATO, SENTI A ME, VATTIN” – Intanto, attorno alle 10, giunge un’auto della Digos. A bordo, due militari. Proprio nell’apice della tensione. Le barricate di vecchie donne sedute e ragazze con bambini per mano non cedono. Polizia e Comune non sono in grado di agire. Il legale del Comune è in difficoltà. I due uomini della Ps faticano a solidarizzare con lui. Uno di loro conosce bene i dimostranti, li chiama per nome, tenta di calmarli. Carella è nervoso, suda, la camicia si fa madida sotto il sole accecante di una mattina immersa nel grano e nella paglia. Un paio di ragazzi fumano all’ombra della ruota di un trattore. “Io vi mando in galera” sentenzia l’avvocato di fronte all’ostinatezza dei manifestanti. “Portate l’attestato di proprietà!”. “Non ne abbiamo bisogno”. “Sind a mmè avvucà, meglio che te ne vai, brucia la carta e fai finta che siamo stati noi. Diccelo al sindaco, da parte nostra”. “La sentenza!”. “L’atto!”. E’ un botta e risposta infuocato. Volano parole molto grosse.

VIDEOCAMERA E CACCIA ALLA DONNA – Ad una ragazza, che stava per nostro conto realizzando delle riprese, viene intimato dalla Digos di consegnare la videocamera e di fornire i documenti. C’è agitazione. Lei viene difesa strenuamente, poi viene portata via in mezzo ai trattori e fra le auto in sosta. Trema, la ospitano alcuni abitanti della zona. Scatta la caccia all’uomo. In questo caso, alla donna. Minacce di denunce penali, tentativi di spiegarsi. In definitiva, nella concitazione, nessuno aveva inteso nessuno.

“AVETE APPROFITTATO DI NOI” – Per fortuna, di scontri non ce ne sono. Da un lato, rappresentanti di un ente che, come dice a mezze labbra un dipendente della Cooperativa, “nemmeno sa dove sono i terreni che si è venuto a pigliare”. Dall’altro, una folla tenace ben conscia del valore del proprio lavoro. La rappresentante della Silvestro Fiore, Nunzia Petruzzello lotta con tenacia. In prima fila si batte per tener lontani gli esagitati e spiega a Stato, prima di sbatterlo in faccia a Carella che “hanno approfittato dell’ignoranza dei nostri vecchi che non sapevano neppure leggere per tentare di impadronirsi di questi nostri terreni. Non ci sono riusciti allora e non ci riusciranno nemmeno oggi”.

Alla fine, per gli esecutori, non rimane che la resa incondizionata. Torneranno a reincontrarsi fra 2 mesi, il 26 settembre. Così nessuno si lancia in festeggiamenti. C’è del lavoro da iniziare, si è persa una mattinata intera.

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