Foggia piange Paolo Borsellino

A sinistra, Marcello Sciagura (Aico), a destra Salvatore Borsellino (St)

Foggia – IN alto il quadernetto. Rosso. Come l’agenda scomparsa di Paolo. Più in basso, nel cuore, la forza di una verità troncata, arrestata di fronte alla diga erta dall’esercito di castori romani con sede nei palazzi del potere. Salvatore Borsellino si scioglie così nell’abbraccio di Foggia, con la semplicità di un gesto che chissà quante volte avrà ripetuto. E chissà in quante altre biblioteche, centri sociali, circoli aggregativi, scuole. Si scioglie al culmine di una testimonianza sentita, emozionale. Di cuore in alcuni tratti, di stomaco in altri. Tutta la rabbia dei ricordi concentrata in meno di un’ora di monologo a tinte fortissime.

“SIAMO MORTI CHE CAMMINANO”. “23 maggio – 19 luglio 1992. Stragi di stato. Misteri da svelare” nasce con questa intenzione, per volontà di Aico ed Acli; più che un semplice convegno. Piuttosto, un contenitore di storia, di verità, di giustizia. Come una testimonianza, come una goccia, l’ennesima, ad erodere il muro di silente indifferenza che ruota attorno ad uno dei periodi peggiori, forse il peggiore, di certo il più oscuro, della Prima Repubblica Italiana. La Dc, i servizi deviati, le bombe, la trattativa Stato-mafia, Totò Riina, Binnu Provenzano, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Nicola Mancino e Luciano Violante. Soprattutto, l’omertà, le verginità ricostituite alla luce dell’antimafia di professione. E quella frase di Borsellino, Paolo, non Salvatore, quell’intervista in cui, con un principio di lacrime ad offuscare lo sguardo speranzoso, il magistrato sussurrava, riferito a se stesso: “Convinciamoci che siamo cadaveri che camminano”.

CINQUE ANNI DI MEMORIA. Il testamento morale. Quello che, come in una staffetta, è passato nelle mani di suo fratello. Per cinque anni, dopo l’omicidio del giudice palermitano, Salvatore Borsellino ha infilato le sue parole sotto i cuscini dei potenti, nelle pieghe dei giovani, negli anfratti della società. In ogni parte d’Italia, ovunque lo chiamassero. Un lustro che, oggi, ricorda paradossalmente con una certa nostalgia come il momento in cui ha sentito la verità in procinto di emergere. Chiara, limpida, argentina. Lì, schiantata nella rabbia della gente. Racconta, Salvatore, che “dopo la morte di Paolo sono andato in giro per dare a Paolo la voce che Paolo non aveva più”. Ed in quella missione, nell’indignazione di una Palermo che esponeva lenzuoli per urlare un disperato bisogno di antimafia, trovare un senso nuovo. Soprattutto, “la speranza che stesse per realizzarsi il sogno di mio fratello”. E che “si stesse realizzando proprio grazie alla sua morte”.

LA MORTE. Il fratello del giudice parla di morte con la naturalezza con cui si parla del pane, dell’acqua, di una giornata di pioggia in autunno. 18 anni dopo è normale che, sulle corde vocali, si sia creata una specie di callo che allevia il dolore. Anzi, Salvatore Borsellino reinterpreta la morte, la rilegge come un punto finale. Inchioda l’uditorio alla sorpresa ed all’impegno quando, da fedele, dice che “ringraziai Dio per la morte di Paolo se la sua morte avesse voluto significare la sconfitta definitiva del sistema mafioso”. Perché, in fondo, “mio fratello avrebbe certamente dato la vita per questo fine”.

LE LACRIME BAGNANO ANCORA VIA D’AMELIO Sul viso di qualcuno iniziano a scendere anche delle lacrime. La ferita aperta dal Semtex in Via D’Amelio è tutt’altro che rimarginata. Su un maxischermo scorrono le immagini di quel giorno che è stato il vero spartitraffico della Storia recente dello Stivale inzaccherato di sangue. L’asfalto sventrato, le carcasse di Fiat anni Ottanta bruciacchiate, vetri distrutti, muri arrossati dalla vita che fugge dal corpo. Scorrono le immagini di quella che, ringhia a muso duro Borsellino, “è non solo strage di mafia, ma strage di Stato”. Poi prende a sgranare il Rosario che non redime il peccato di silenzio colpevole delle istituzioni. Sono solo nomi: “Piazza della Loggia, l’Italicus, il rapido 904, la Stazione di Bologna”. Ma dietro ci sono storie strane ed inquietanti, connessioni evidenti e non solo menate di giornalisti d’inchiesta o comitati di familiari delle vittime. E fustiga vecchi e nuovi protagonisti di quel teatrino degli orrori che l’indecenza si limita a chiamare, con estremo sforzo di cordialità e formalità, politica. In primis chi, da quella stagione delle stragi, ha approfittato del vuoto politico: Silvio Berlusconi: “Il nostro Presidente del Consiglio – si meraviglio Borsellino – ha detto che ci sono Procure che sperperano i soldi pubblici per vecchie storie. Ma le lacrime non si sono ancora asciugate sul selciato di Via D’Amelio”.

LA DELUSIONE. Sforna delusione, Salvatore. In questi anni, il dolore l’ha segnato. Dopo il quinquennio 1992 al 1997, ha trascorso dieci anni in silenzio. Lontano dalle testimonianze, lontano dalla gente, muto ed assente, scorato e “senza speranza”. Lacerato dalla voglia di verità e impietrito dall’impotenza del cittadino semplice. Ricorda i tempi in cui la mafia veniva negata, quel frangente in cui la Chiesa la considerava “un’invenzione dei rossi per mortificare la nostra bella Sicilia” e Vito Ciancimino praticava una sorta di trading collettivo di convincimento finalizzato ad inculcare ad una comunità intera la falsità della propaganda giustizialista. E constata che quei tempi sono anche oggi. Nelle negazioni del sindaco di Milano Letizia Moratti, nel furore di Roberto Formigoni che inveisce contro Vendola che rinfaccia la presenza della ‘ndrangheta negli appalti meneghini, nei Prefetti che storcono la bocca e girano il capo dalla parte opposta. Parla espressamente di “quattro regioni (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia) che sono state sacrificate dalla Nazione alla mafia per tramutarle in un bacino elettorale sicuro, da sfruttare per governare altrove”.

L’AGENDA. Soprattutto, torna sulla questione dell’agenda di suo fratello Paolo. Quella che ha dato il nome ad un movimento popolare profondamente opposto al sistema criminale e mafioso. Quella che, per usare le parole di Gioacchino Genchi, è “la scatola nera della seconda Repubblica” e che, rincara la dose Borsellino, “è nelle mani di qualcuno ancora adesso”. Qualcuno che “la utilizza come strumento di ricatto politico incrociato”. Come una “minaccia”, una pistola alla tempia, una garanzia d’impunità. Come la carta del Monopoli: “Esci gratis di prigione”. Solo che, in questa sporca storia di fine millennio, ci sono tante bare e poche sbarre.

Link: Stato Quotidiano

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