Vik, l’anti eroe

Forse, delle tante circolate, la frase meno appropriata su Vittorio Arrigoni è una circolante sul socialnetwork facebook. Sulla foto di Vik, kefiah e cappello, aria navigata da Corto Maltese grunge, campeggia la dicitura “orgoglio italiano”. Un appellativo che, di questi tempi, non può certo essere considerato un bel complimento. A targhe alterne, sono francobollati indistintamente come eroi della Patria, martiri della giustizia, portatori di pace, eroi civili figuri che, con questi principi, hanno ben poco a che vedere.

Meglio, allora, mantenere distinti i campi. Vik è Vik. Un marinaio volontario e generoso, né lupo né pecora. Un uomo, non certo un eroe. Tutt’altra cosa, Vik, dagli eroi. La sua tempra era quella del buono. Nelle immagini che lo ritraggono sorride sempre, si accompagna agli ultimi, ai cuccioli degli ultimi, alle macerie degli ultimi. Vittorio Arrigoni, “Capitan Findus”, come lo aveva ribattezzato il giornalista de il manifestoMichele Giorgio, aveva fatto una scelta di civiltà. Nel senso che si era posto dietro la trincea della giustizia con, in testa, soltanto l’elmo della verità. Indosso, la casacca dell’apolide.

Vik, dalla Striscia, aveva raccontato il massacro dell’operazione “Piombo Fuso”. L’unico. E da non giornalista, per giunta. Segno che non occorrono distintivi di categoria per raccontare la verità. Nessuno, in Europa, poté vedere quello che l’esercito sionista, con l’appoggio degli Stati Uniti, stava infliggendo ai civili palestinesi. Da quelle giornate sotto le bombe, a contatto con il fosforo bianco, l’esfoliante dell’umanità, che brucia dall’esterno per disintegrare l’interno, da quelle corrispondenze giornaliere, venne fuori Restiamo Umani. Un testo storico, tradotto in spagnolo, inglese e tedesco. Un Vangelo secondo Giustizia.

Vik era un palestinese. Dalla Striscia non poteva che andar via così, chiuso in una bara. Gaza lo aveva adottato. E lui aveva adottato Gaza. Le sue corrispondenze giornaliere, diffuse via rete attraverso un blog crudo e preciso, narravano di una cronaca ben diversa da quella ufficiale. Con il globo impegnato a voltare le spalle alla decenza, Utopia raccontava di bambini massacrati, di bombardamenti, di violazioni dello spazio aereo. Sempre con la sua fugace rapidità essenziale, con quello spirito laico e semplice che gl’impediva di vestire l’armatura del crociato senza macchia. Con i suoi racconti delle giornate dalla Striscia, Vik si era procurato l’indignazione del mondo intero. Nel 2009, un sito di estrema destra americano, evidentemente sotto il controllo dell’Aipac, la lobby israeliana del Paese di Barak Obama, aveva posto sul suo capo una taglia. Lo volevano morto. Lui, che non è morto nemmeno ora.

Vik era arrivato a Gaza appena un anno prima queste minacce, nell’unico modo possibile: violando il blocco navale israeliano sulla Striscia. Venne catturato dall’esercito di Re Davide, rispedito in Italia. Si rimise in mare solo dopo qualche pugno di giorni, con tutta la sua folle sagacia che, fino all’ultimo, ha fatto di lui un utopista concreto. Da allora, un amore fedelissimo. Un amore da “finché morte non vi separi”.

Lo hanno ucciso, pare, i salafiti. Una costola ribelle ed inquietante di Hamas. Si dice. Vik, di Hamas, era considerato un fiancheggiatore. In verità, fuori dal linguaggio complottistico in uso presso i vigliacchi, Vittorio Arrigoni appoggiava apertamente Hamas. In epoca ed a latitudini di presunta democrazia, l’Occidente, l’anomalia della Striscia è palese. Gaza patisce la fame, un embargo che sottrae ai palestinesi medicine, cibo, beni di prima necessità, cemento per l’edilizia (le case crollano, sotto le bombe, molte sono ridotte a groviera che, in confronto, Mostar pare il Paese dei Balocchi), finanche le pericolosissime matite colorate, per aver, nel 2006, votato in maniera sbagliata, dando il consenso proprio ad Hamas contro i fantocci di Fatah. Inutile dire che, qualora il Sudan, Cuba o l’Iran avessero anche soltanto tentato un’alleanza di Nazioni per buttar giù, a suon di armi, il governo degli Stati Uniti, o di Israele, governi regolarmente eletti, la comunità internazionale avrebbe gridato all’attentato alla democrazia, affisso al muro dell’attualità manifesti roboanti di persecuzione, pericolosi terrorismi politici e religiosi in rinascita, dannosi Lazzari che si sono alzati per camminare contro il mondo civile con un rigurgito di bolscevismo.

Vik, alla storiella dell’estremismo islamico, non ci ha mai creduto. Presumibilmente, non ci credeva neppure con quella benda che, sugli occhi, gli raggrumava il sangue. Presumibilmente, neppure quando, negli ultimi sussulti della vita che volava, strangolata, aveva contezza della fine. Chissà, poi, se davvero è quel che sembra. Chissà se, sul serio, dietro le mani che gli serrano i capelli, i fucili spianati, le corde mortali, le bandiere nere del fascismo islamico che garriscono con sottofondo musica inquietante, ci sono questi sedicenti gruppi. Salafiti o altro che siano. Al soldo di sceicchi. O di eserciti stranieri.

In quelle scene, diffuse in tutto il mondo, Vik era fedele alla sua umanità. Restava umano, impaurito come un umano. Sapendo, a differenza di Quattrocchi, che un italiano muore al pari di un palestinese, di un finlandese, di un cileno, di un coreano: con la paura negli occhi e lo spavento nel cuore. Per questa vita così breve ed abbagliante, messa a servizio di un’idea non fine a se stessa, della verità assoluta e rombante, come una moto nel mezzo del deserto. No, Vik non era, non è un orgoglio italiano. Non può esserlo. L’orgoglio delle pistole puntate contro i padri, l’orgoglio delle feste con cori ed Osannah agli imputati sulla soglia dei tribunali, l’orgoglio di comparse e di puttane, di nani e ballerine, di ragazze pittate come vecchie baldracche per spillare un soldo di più vendendo un grammo di dignità all’offerente di turno. Non per forza al migliore. No, Vittorio non era, Vittorio non è orgoglio italiano. Vittorio è Vittorio. Prima, un umano. Ora, un cadavere.

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