Macondo e Radicaliliberi contro l’aggressione a Michele

Sarebbe troppo semplice giudicare l’aggressione a Michele come un atto suscitato dalla concitazione. Sarebbe banale. Significherebbe dover dimenticare l’età delle persone. Bisognerebbe non credere più che, ad un certo momento, smette d’essere l’età delle colpe ed inizia a sorgere quella delle responsabilità.

Perché fra colpa e responsabilità c’è la stessa differenza che corre tra il pensiero inconsapevole e la sua realizzazione. La prima, la colpa, non ha regole. E non le ammette. È spontanea, come l’erezione di un adolescente. La seconda, la responsabilità, richiede riflessione. Consapevolezza di se stessi, intelligenza dei propri limiti, capacità di dosare la propria voce e finanche i propri silenzi.

Non ha senso, di fronte ad una vigliaccata di stampo mafioso, permeata del solito sistema della predominanza dell’uomo sull’uomo, la stupida ma ostinata convinzione che la forza bruta trionfi sulla saggezza, neppure fare ricorso alla più sacra delle rappresentazioni democratiche, la Costituzione. Non ha senso parlare di articolo 21, di libertà di pensiero e di stampa, di esprimere le proprie opinioni e congetture, che, nel caso di un giornalista, significa mettere nero su bianco il proprio lungo lavoro di documentazione. Significa tramutare in parole, con tutto il peso della gente che hai di fronte che ti scruta come fossi un animale raro, giornate intere di lavoro e di redazione. Telefonate, incontri, fatiche.

Quello di Di Biase è un atto infame compiuto ai danni di un ragazzo che ha scelto di non restare nel proprio guscio protetto, ma di metterci la faccia. È una strampalata visione della verità. Quella che impone le mani sul resto, quella che pone la violenza davanti alla riflessione, che impedisce all’uomo di essere uomo e lo tramuta solo un po’ più in bestia.

No, questo atto di Di Biase non ha nulla a che vedere con la Costituzione, con i morti su in montagna, con i martiri della libertà, con i nonni sacrificati ai piedi della Patria. Piuttosto è la ripetizione monotona di uno stanco modello sociale in cui deve vincere a tutti i costi chi il coltello ce l’ha dalla parte del manico.

Di più. Questo atto di Di Biase non ha nulla a che vedere con la bella battaglia di Sanitaservice. Peggio, rischia di svilirla, di far avere ricadute negative su tutta la cosa, sui lavoratori in lotta che cercano dignità. Quella stessa dignità che lui, vergognosamente, ha perso.

 

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