La lucida follia del Cerchio

Mario Mascitelli durante lo spettacolo ai Limoni (ph: Francesca De Sandoli, TdL)

Toc… toc…toc…toc. Pulsano. Battono. Tremono. Scuotono. I rintocchi della follia. Sbatacchiano le tempie, alimentano le domande. Una scena bianca amplifica il dolore del pensare. Un letto, qualche sedia, un tavolino. Toc… toc… toc... I passi, quelli di Luigi Pirandello, resuscitato dalle ceneri della Storia per materializzarsi nel piccolo spazio del Teatro dei Limoni di Foggia. Ed il suo Enrico IV diventa “La stanza della follia”, made in Parma, opera del Teatro del Cerchio.

Toc… toc…toc…toc. Un attore che si trucca, il buio, la luce sparata spartana e dozzinale, volutamente. Un cannone per sconvolgere, per rincitrullire quanti credano che sia giunto, proprio lì, proprio di fronte al palco, proprio di fonte a Pirandello, il momento di pensare. Invece no. Quello della follia diventa un gorgo, Mario Mascitelli, l’attore principale, la forza sovrumana che lo crea. “Io so che, bambino, credevo alla luna nel pozzo e credevo a tutto quello che mi dicevano. Ed ero beato”. Toc… toc…toc…toc. Il tempo scorre nella stanza manicomiale, un anno, due anni, vent’anni. Transitati sul corpo del sedicente Enrico con tutta la potenza dell’inevitabile. La mente vola, si libra nel cielo dell’oblio, complice una caduta da cavallo. Un incidente che non è affatto un incidente. Un atto di terrorismo d’amore. Forse, solo di possesso. Risate con la donna amata, una mascherata a cavallo, le risate con gli amici, la bestia s’imbizzarrisce. E, ad un tratto, un lungo buio. 12 anni, e 8 per progettare la vendetta.

Toc… toc…toc…toc. Novello Dantés, il redivivo si finge folle, gioca con la sua ossessione come una fiera che scherza la preda. E come una fiera rapace ed ingorda individua le debolezze, si maschera e si smaschera. Si confonde per confondere. Nel gioco dei ruoli, si rovesciano le mansioni. Il dottore curante, interroga i suoi carnefici. Lei, bellissima, la Matilde moderna, sbranatrice del suo cuore, gioco e sollazzo, ingrigita da una vita di convenzioni sempre identiche, ma solleticata da quell’uomo tanto particolare ed ora così malato. Lui, che di Matilde è uno strano fagotto, goffo, sbiadita copia dell’aristocrazia che fu, imbrigliato nel giogo del potere, squartato da quel pazzo che lo divora poco a poco. Fino a che la pazzia non li morde entrambi. A punto tale da andare a trovarlo e recitare quelle parti di due decenni prima. Il tutto mentre lui, sanissimo, li asseconda.

E tu ci credi, alla sua pazzia. Credi sul serio che nella sua mente quel folle disturbato sia folle disturbato, certo di essere ancora Enrico IV e non un povero malato recluso in un bianco letto ospedaliero. Ci credi benché abbia visto lo spettacolo iniziare come un vero spettacolo, con uno zoom dietro le quinte, l’attore che si trucca e si concentra sorseggiante chissà quale bevanda. Ci credi così tanto da sentirti superiore, da commiserare la sua sorte sciagurata. Ci credi perché il bianco attorno ti dice che è così e non potrebbe essere altrimenti; perché quel candore pare uno sbianchetto della memoria, l’annullamento di ogni passato recente e la scrittura di un altro passato, questa volta lontano.

Ci credi e non viene da farti domande. Finché è lui, Mario, lui, Enrico, a dirti di non essere veramente Enrico. Finché è lui, con fare strafottente da attore e personaggio, a sbeffeggiarti perché era impossibile non capire. Vendetta che si consuma verso tutti, senza sangue e senza vinti. Toc… toc…toc…toc. Mascitelli è magistrale nella rappresentazione. Qui tramuta un Pirandello in Pirandello. Tutto in lui richiama alla follia, tutto in lui arpeggia fra certezza ed incertezza. E’ incredibile l’immagine di quel re solitario e prigioniero di un incubo che ha un lenzuolo per mantello, sedativi come scettro, un giaciglio come trono, la follia come corona. Strabiliante la capacità di rendere questo povero personaggio un ritratto sublime. Lo aveva fatto già nel (migliore) “Sante Pollastri”, quando aveva reso un bandito un canto alla libertà. Ora lo ha ripetuto.

 

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