Corso Garibaldi, Foggia… “Lasciate ogne speranza voi chi pedalate”

Il cartello dov'è? (Stato Quotidiano)

Era una volta una striscia di cemento ed asfalto cromata di rosa salmone. Un pezzetto di aria pura fra case diroccate, autobus troppo vicini ai marciapiedi, qualche cinema in frantumi, pizzerie dalle gestioni ciondolanti. Era uno stralcio chiaro di diritto sostenibile, una rivendicazione di diversità contro il monopolio crescente dell’auto. Era uno sforzo di essere, senza esserlo sul serio.

Foggia provava ad acquisire un tocco di serietà metropolitana mentre operai insolenti le mettevano le mani addosso tingendola di nuovi colori. La pista ciclabile di Corso Garibaldi è diventata, al contrario, l’esempio opposto. La democrazia mobile posta a servizio dei baroni rombanti, tramutata in oclocrazia delle gomme e della plastica inconsistente dei paraurti. È quel che sarebbe voluto essere e non è mai stato. Una progettazione (anche se breve) finalmente razionale, in una città che, la ragione, l’ha avuta seppellita sono mucchi informi di appalti lascivi, inconsistenti urbanizzazioni. E poi case, case e case. Vuote o piene a metà; palazzine tristi come tristi sono gli alberi immaturi e spogli affogati nel grigio delle mega periferie urbane. Un tocco di tronco fra tantissima desolazione.

Corso Garibaldi. In mezzo, in teoria, la strada. Una corsia per le automobili, una corsia riservata a taxi e mezzi pubblici urbani. Ai lati, come bretelle, un ampio camminatoio, bello come pochi altri in città, con alberi e fiori in primavera. Le corsie ciclabili sono al liminare del marciapiede, non più terra di marcia, non ancora strada. Due corsie, marciapiedi opposti. Una, la prima, che parte da Via Capozzi ed interseca Corso Garibaldi, può essere percorsa unicamente in direzione Palazzo di Città; la seconda, all’opposto, si conclude in Via Fuiani.

Antonio Dembech, che ci accompagna nel vagone delle opere incompiute, presidente della volenterosa associazione dei Cicloamici (quanto è duro essere ciclisti a Foggia…), non dubita che, questa, sia “la migliore delle opere ciclabili disegnate ed immaginate dalle amministrazioni”. Tranne che per il fatto di essere isolata, binario morto in mezzo al deserto. Una pista che non è sicuro che inizi ma che, di certo, finisce. Una lingua sottile e breve che non si raccorda con altre piste ciclabili. Tre, forse quattrocento metri di nulla. Viavai, vasconi oziosi che non sono né ad uso né a consumo dei ciclisti. Anzi, tanto poco considerata che, ad un certo punto, qualcuno vi ha anche rimosso il segnale che ne indicava la presenza. Nessuno dei due sensi di marcia inizia con un avviso. Neppure Dembech sa spiegarselo. Racconta di una storia incerta, di quando “abbiamo segnalato alle istituzioni questa mancanza, questa rimozione” che “ci ha fatti dubitare sull’esistenza o meno della pista ciclabile”.

Che invece c’era. Precisamente, c’è ancora, anche se bisogna affidarsi ai nasi fini. Va intuita fra il selvaggio pullulare di verdi metallizzati, grigi cromati, neri inzaccherati, gialli sporcati. In verità, la parte che sale verso il Palazzo di Città, non fosse per ‘improvvisa ed improvvida interruzione, sarebbe anche in decenti condizioni. Giova il fatto che la mobilità automobilistica si concentri sull’altro fronte. Un parcheggio fuori norma rischierebbe di intasare irrimediabilmente il traffico. Eccola, pertanto, libera e sgombra, frequentata da ciclisti e da una carrozzella. Si va, si scorre. Tranquilli tranne nel punto in cui, d’un tratto, una spezzata l’incrocia con la strada. Più che gli automobilisti, sono i fossi, veri e propri crateri, a destare preoccupazione. Ogni qualvolta il cielo decida di regalare abbondanza di precipitazioni, s’ingigantiscono quelli presenti e se ne aprono di nuovi, facendosi varco fra l’asfalto cedevole.

Ma è l’altro fronte, quello opposto, ad indurre a male parole i ciclisti. Nessuna segnalazione, un giornalaio che la usa come terreno solido per ta tze bao e cassette di riviste. Ogni metro un ostacolo. Contiamo 22 auto in sosta nel volgere di poche centinaia di metri. C’è chi è a prendere un caffè, chi fa un salto in banca, chi va in cerca documentazione per le stanze del Comune. Nessuno, di 22, accende neppure le frecce d’emergenza. Due ruote sul marciapiede sulla pista ciclabile) prima violazione al Codice della Strada, due ruote giù dal marciapiede, comunque in sosta vietata (e sono due violazioni in una). Di conducenti non c’è ombra. I pochi centimetri di larghezza non hanno modo di esprimere la loro funzione. È come il corpo di un atleta in un vestito troppo largo: lascia all’immaginazione. Dembech c’ha fatto il callo e non si scandalizza. Con lui, la figlioletta. Va in bici, casco in testa e manco l’idea di essere realmente altro rispetto a quei motorizzati sprezzanti. “È così tutti i giorni”. In effetti, ci torniamo più volte, a più orari. Ed il panorama cambia di poco. Va meglio soltanto la domenica, scuole chiuse ed esercizi commerciali a riposo.

Proviamo a fermare un Vigile Urbano che, alla richiesta di spiegazioni, fa segno che non ha tempo da perdere: “Non so che dirle, provi lei a dirglielo”. Ci arrendiamo e, onde non urtare la sensibilità, evitiamo di dire che lo stipendio, nelle loro tasche, entrerebbe apposta. Più in là, una signora in macchina, finestrino abbassato, ci prende a male parole: “Là è isola pedonale, qua è pista ciclabile, là è divieto di sosta. Che dobbiamo fare per prendere i soldi al bancomat 5 minuti? Andare sulla luna?” (Traduzione dal dialetto stretto e mondata da ingiurie) Proviamo ad insistere, a dire che lì è anche zona rimozione, che lei non avrebbe piacere se qualcuno parcheggiasse sul suo balcone.

Un camion sulla pista ciclabile (St)

Peggio. “Andate a lavorare”. Appunto. Un uomo, più avanti, ha appena messo l’allarme centralizzato, che noi segnaliamo l’infrazione. “Un caffè, sono sveglio da stamattina. Tanto non passerebbe nessuno comunque. Sono tutti parcheggiati sulla pista ciclabile”. E sorride, affabile. Come dire: uno più, uno meno non sarà causa di finis mundi. C’è anche un camion. È fermo da mattina presto. Tutto il giorno, tutti i giorni. C’è anche un coraggioso che zigzaga fra le auto. Non si arrende. “Non vado sulla zona pedonale perché questa è la zona su cui devo stare”. Stoico.

[Piero Ferrante con la collaborazione fattiva di Tony Dembech, presidente dell’Associazione Cicloamici Foggia]

Puntata prima del reportage sulla mobilità sostenibile foggiana. Th Stato Quotidiano (http://www.statoquotidiano.it/11/03/2011/43938/43938/)

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Pane, fragranza della Storia


Un titolo che è come una preghiera. A recitarla, Predrag Matvejević. “Pane nostro” che sei nei libri, vien subito da continuare. Merito alla Garzanti, per aver captato, ancora una volta, la grandezza dello scrittore bosniaco dopo il salato “Breviario Mediterraneo”. Sotto la lente analitica di Matvejević, qui, è il pane. Come lì lo era stato il mare. Pure, un filo non interrotto: pane e mare finiscono per essere complementari, per scambiarsi gli odori; vicendevolmente si regalano l’uno all’altro, si influenzano, si accoppiano in un grumo storico indissolubile. Ma anche pane e strade, pane e deserto, pane e monti. In quanto, il vero contrattare antropologico è quello fra pane e mondo. Perché facendosi cibo nelle case, nei forni, nei fuochi, nel forni, nelle strade, sulle pietre, il pane introietta i gusti che sono gusti collettivi. La mollica s’impossessa delle nenie arabeggianti del Medio Oriente, si impregna della sacralità dei conventi umbri, ellenici, cirenaici, si impana nella sabbia africana.

Seguendo le rotte del pane, seguendo la sua storia, Matvejević, in “Pane Nostro”, narra leggende umane e divine, miti e civiltà. Il pane, in tutte le sue forme, diventa un eroe pulsante, coraggioso, errante. Come Ulisse, viaggia di sponda in sponda, senza sosta. Perigliosi viaggi e soste in Terre lontane gli danno nuovi sapori e nuovi odori. E di fronte a questo mitico zingaro, l’autore si spoglia di ogni superbia e si fa umile. La sua preghiera rimbomba fra le pareti del tempo e dello spazio, rimbalza fra lirismo ed enciclopedismo. Come un Dio, come Dio, come ogni Dio, anche il pane si fa trascendente ed al tempo stesso carnale, vero, vivo. E come un Dio, il pane ha la sua storia che si perde nella coltre del tempo, nelle spire fumose del dubbio, dell’incerto, quasi fosse proibito saperne troppo. Come un Dio ha i suoi accoliti, i suoi seguaci, i suoi discepoli, i suoi credenti. L’uomo che lo crea e lo plasma dalla terra nera al seme, dal seme alla spiga, dalla spiga al frutto, dal frutto alla farina, dal farina al forno, in fondo non è altro che un ossequioso credente. Un concentrato di speranza legato indissolubilmente all’atmosfera ed alle bizze della meteorologia, costretto dal governo degli elementi naturali ad ottenere il massimo prodotto dalla fatica del lavoro nei campi. E come un Dio, il pane ha anche i suoi tempi. La panetteria è cattedrale laica. E, come quella sacra, punto di raccordo di voci ed incontro di viandanti e cittadini, di viandanti e pellegrini, di straccioni e notabili. Che, prima di assaporane il gusto, ne possono già godere l’odore.

Leggere “Pane nostro” è fare un continuo sforzo masticante. Esplode nelle narici un tripudio profumoso, sotto i denti la sensazione autentica di essere in preda ad un’estasi sensoriale che rasenta la lussuria. E, nella tensione al pane, in questo continuo desiderio di averlo e di addentarlo, si torna bambini. Finanche, ci si fa altri bambini, corpicini di altre epoche e di altri luoghi. E di queste esperienze, il pane è consustanziazione, minimo comun denominatore dei ricordi, pratico facimento. Così, suscitandoci con il pungolo lettarario, Matvejević ci racconta il “dramma” del pane, copione di fatiche e di dolore. Che, nonostante questo, lenisce ciò che tocca. Che sia nero o fragrante, che sia rancido o fresco, è toccasana per le pance.

E la storia che ci racconta, del pane, del frumento, della farina, è storia plasmata di leggenda, narrazione, viaggio, vita, pace e guerra, scontri e incontri; è storia impressa nella fede e nella fame; è storia divina, beata, santa, magistrale, simbolica, numerica, esemplare; storia fisica, tattile, di lavoro, sudore, genti, strumenti, stagioni, sfruttamento; è la storia che si affigge alle porte del tempo, si immerge nelle epoche , si incammina per le vie di Damasco e della Giordania, nei monasteri copti di Grecia ed Egitto, si in scrive alla Bibbia ed al Corano come al Talmud; storia declinata al maschile ed al femminile, interdetta ai meschini, schiusa invece alla schiera degli ultimi; storia identitaria ed insieme egualitaria. Insomma, una storia infinita, narrata con tutta la pazienza di cui solo Predrag Matvejević è capace.

Predrag Matvejević, “Pane nostro”, Garzanti 2010
Giudizio: 4 / 5 – Gustarlo con cura

Maurizio Crozza – 6, Ballarò 8 marzo 2011

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