∞ L’Italia di Giorgio ∞


Immaginate un armadio. Chiuso, sbarrato, ante contro una parete romana. Immaginate che quell’armadio serri molti dei segreti peggiori delle stragi naziste. Immaginate che le carte ivi contenute contengano la chiave per leggere le fucilazioni, le tribolazioni dei liberatori, i nomi dei loro aguzzini. Immaginate che, lì dentro, si accorpino storie fra di loro opposte e diverse, afflati di giustizia da un lato, di vendette dall’altro. Immaginate che ci vogliano decenni perché, finalmente, quelle carte escano fuori. Immaginate tribunali, processi, torturati e torturatori, mandati internazionali.

L’armadio della vergogna è la base di partenza del lavoro di due studiosi, Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Che, interrogando le carte, hanno tratto fuori una storia. Quella di Giorgio Marincola, l’unico “mulatto” della guerra di liberazione italiana, combattente azionista. Un’esperienza dalle fortissime connotazioni romanzesche, quella di Giorgio, alias tenente Mercurio, alias Renato Marino. Una vita di flash accecanti. Nato a Mahadei Uen, Somalia Italiana, da padre militare e mamma somala. L’Italia, appena bambino. Pizzo Calabro e l’infanzia. Il mare, il pianoforte, le corse con i bambini di pelle diversa. Poi Roma, la maturità, l’insegnamento di Pilo Albertelli (giustiziato alle Fosse Ardeatine), la scelta antifascista, Giustizia e Libertà, il Partito d’Azione, la resistenza. Viterbo, Roma liberata, ancora addestramento in Puglia, partigiano a Biella. Il rastrellamento della Serra, l’arresto a Zimone nel gennaio 1945, ed una nuova avventura: Biella, Torino, il campo di concentramento di Bolzano. Compagni torturati ed uccisi. La liberazione dal lager, la liberazione dell’Italia dal nazismo, la voglia di non arrendersi, la Brigata Cesare Battisti di Molina di Fiemme, la morte a Strementizzo, in un bosco, nell’ultima strage tedesca in territorio italiano. Colpito alle spalle. “Alla scapola sinistra”, reciteranno i verbali immediatamente successivi a quel 4 maggio. Esecuzione.

Una narrazione di vita tenuta a riparo dagli occhi della gente per decenni di Storia del Novecento. Quasi tutto ciò, questa sede di emozioni, sentimenti e valori di speranza, fosse il potenziale generatore di una caterva di virus capaci di rodere il sistema dall’interno, senza timori, senza paure. Quasi fosse troppo destabilizzante diffondere la voce di una verità storica che parla di italiani venduti allo straniero e somali dediti all’onore di Patria.

Per questo e per altri motivi, non è facile reperire fra gli accordi della sinfonia italica la storia di Giorgio. Nell’Italia imbellettata di trucco e rumori assordanti, nell’Italia che si è rifatta il naso per non sentire il tanfo di rancido che il suo corpo sprigiona da ogni poro, da ogni fiume inquinato, da ogni terra svenduta, da tutto il sangue contadino versato, laddove si preferisce una marocchina che riproduce il solito gioco di assuefazione piuttosto che un somalo che, per questo paese, per la sua libertà, ha dato la vita, non c’è spazio per i sogni (Isabella, sorella di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, è stata ripudiata dalla famiglia e costretta a dormire nelle stazioni. Suo figlio, nipote di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, ha dovuto caritare il permesso di soggiorno nella gabbia delle Questure).
In questa Italia puntellata di sepolcri imbiancati, in cui si vende a basso costo, giorno dopo giorno, il rito del consumo e dello squallore politico, si celebra un compleanno un po’ più netto di quelli precedenti a suon di nuovi eroi: divise violente, personaggi subdoli, mercenari caduti per un guadagno netto di qualche decina di migliaia di euro, gentaglia con tacchi e spalline. Che, ineluttabilmente, ripudiano e scacciano dal rovello della storia e dal pantheon nazionale quegli esempi altrimenti totalizzanti per la purezza dei valori.

E così li si scaccia, li si annienta, si incenerisce anche la loro memoria, si seppelliscono i loro nomi sotto ondate infuocate di proclami e di celebrative parate. Per fortuna che c’è ancora gente come Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Loro, capaci di estrarre dalle macerie di noi stessi, quello che di buono è insito nelle vene del Paese. Con la grande siringa della Storia hanno saputo trarre in provetta quel Dna resistente di nome Giorgio e di cognome Marincola.

Carlo Costa-Lorenzo Teodonio, “Razza Partigiana. Storia di Giorgio Marincola”, Iacobelli 2008
Giudizio: 5 / 5 – Auguri Italia

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