A Foggia ci torno due volte all’anno. Lettera di un Foggiano a Pisa

A Foggia ci torno due volte all’anno. Nonostante siano otto gli anni di lontananza, so che il conto non è ancora chiuso, e che, prima o poi, in qualche modo, Foggia tornerà in me ed io in lei. Foggia è una donna picchiata ed incattivita dalla vita. Un mostro creato ad arte, come si creano i mostri con la sottile ferocia quotidiana. Le tre fiammelle vanno spegnendosi sotto l’alito mefitico delle persone che la stuprano costantemente.

Foggia occorre tenerla là, al posto suo, quando vai via. Troppo brutale starci dentro, e non è una questione di chilometri. Te ne accorgi quando te ne vai. Tutti dovrebbero andare via da Foggia per un anno, e tornarci, e tornare a vederla, e “tenerla là”. Chi non lo fa ,forse, non è davvero un foggiano, ma solo un pigro.

Perché se per un poco Foggia ti tocca l’anima con la sua parte marcia, ti senti maledettamente perduto tra le sue gambe di violenza. Foggia è la città più violenta d’Italia. Più delle grandi città, perché il provincialismo serve a inasprire. Più delle terre dove la mafia la respiri ad ogni passo, perché almeno lì sai di cosa aver paura. Sai che puoi morire in qualsiasi momento. A Foggia non sai nulla. Non sai se l’occhiataccia abituale del ragazzino pompato possa essere ragione di rissa, o se vale la pena incazzarti con l’amico ventiseienne senza speranze, che sputtana la sua vita credendo di stare ancora al liceo e che prenderesti a schiaffi se non l’avessi già fatto, che ami maledettamente e che ti fa venire il sangue agli occhi.

Perché la amo Foggia, consunta da retoriche stanchevoli di banali malvagi. Banali e ripetitivi, che il disgusto non viene per loro ma per i loro modi, che si vogliono disgustosamente nuovi perché si grida di più.
Amo la Foggia delle cartacce gettate al cicchettaro, che farsi schifo da soli è un invito alla contemplazione del nulla. Del pierino che si sente bello perché vende i biglietti di festini alla Arcore nella patria del pomodoro. Del migrante schiavizzato nelle campagne, con la città che gira le spalle per non vedere. Dio mio, non vedere. L’amore è qualcosa che fa troppo male a volte, e stai male e soffri, e piangi di nascosto al vedere le notizie terribili. Nascosto al mondo, nel deserto di te stesso.
Non era così. Foggia non era così. Non è la disoccupazione, anche se pesa. Non è una maledizione inevitabile: maledetto è chi fa di tutto per esserlo. Non è neanche la violenza, perché deve avere da qualche parte un baratro d’origine.

È il disagio a se stessi dato dai buchi colmati dal niente. È il soffocante peso di una classe politica che riempie di infette cartacce in ogni dove la città che dicono di voler “pulire”. È la perenne delega ad altri, perché tutti si vuole andare in paradiso e dire poco al prete in confessionale, che la coscienza deve essere sbiancata dal “se la vedono loro, non me ne importa niente a me”. Magari detto in dialetto con l’occhio complice ed il sorrisino, così è più facile non sentire il dolore della morte che avanza dentro. Morte comune, mezzo gaudio.

Non ho ancora chiuso i conti con Foggia, e Foggia non ha ancora chiuso i conti con me. Non sono fuggito: mi sto preparando. E prepararsi significa solamente ed in primo luogo dimostrare che un altro modo esiste, che se occorre buttare la vita almeno va buttata in qualcosa che forse decido da me, e non faccio decidere da altri. Fare la propria parte per non arrendersi a qualcosa che altri hanno dato per inevitabile, con la voglia di voler gridare che è tutto un inganno, che si nuota nell’acquario sporco in cui ci hanno limitati, che la violenza è solo il modo più stupido per dar loro ragione, che Cannone non era più scemo di me.

Maledizione

(L.Ferrante, riproduzione Stato Quotidiano – http://www.statoquotidiano.it/25/02/2011/cannone-non-era-piu-scemo-di-me/43026/)

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