L’arte sociale di Ico Gasparri. Per riflettere sulla mercificazione (intervista all’artista)

Ico Gasparri

Un mondo di Cappuccetti rossi e di lupi cattivi, nonne morte e cacciatori troppo lontani per giungere a mettere in salvo le bambinette. Un regno favolistico senza magia, spietato, in cui le tenaglie della mercificazione mordono per far male, spappolare, ridurre a bolo polposo le anime ed i cuori di chi vi è ostaggio. È affabulatore ed illusorio, quel regno. Attrae. Chi lo governa e lo popola, agisce con la calma dell’uomo saggio, con la lentezza estenuante ma esiziale del felino. Scova, punta, assalta, morde.
“Chi è il maestro del lupo cattivo?” è la domanda che permette di ragionare su come opporsi. “Chi è il maestro del lupo cattivo?” è non la soluzione del problema, bensì la sua denuncia. “Chi è il maestro del lupo cattivo?”, prova a spiegarlo Ico Gasparri. Fotografo sociale, artista sociale, uomo in una società non già e non più maschilista, ma economista fino all’osso. “Chi è il maestro del lupo cattivo?” è il titolo che lui ha scelto per raggruppare vent’anni di scatti che ritraggono immagini di manifesti pubblicitari raffiguranti donne. Una mostra ospitata presso la Fondazione Banca del Monte di Foggia, che resterà aperta sino al 29 gennaio.
Si tratta di un’insiemistica visiva spietata, flash su un cammino sociale darwinicamente peggiorativo. Due decenni (la prima fotografia risale al 1990) di mode, di cambiamenti, di eventi, di gusti raffigurati nella momentaneità urlante dello scatto. Nei suoi click c’è l’evoluzione (o l’involuzione) di un sistema economico medievale, fondato sullo sfruttamento del corpo, sulla sua svendita, sulla sua alienazione perversa. Alla mercè collettiva. Corpi dati in pasto alle folle come carne viva e sanguinante ai leoni dell’arena.

Gasparri: “Non si tratta di una semplice mostra o di un lavoro fissamente definito. Il mio è un progetto di militanza sociale che va avanti da vent’anni”.

Oscar Wilde scriveva: “L’Arte è la mia vibrante protesta” in quanto, ammetteva, attraverso l’arte – che nel suo caso specifico era la letteratura – si può non solo descrivere ma anche forzare la realtà e fare in modo, ad esempio, da esacerbare alcune peculiarità servendosi dell’esagerazione tipica della Fantasia. E’ così anche per te?
Con alcune differenze. Essendo le mie mostre il risultato di campagne di tenore sociale, delle vere e proprie denunce, la Fantasia non ha molto spazio. Piuttosto cerco, questo sì, di focalizzare la mia attenzione su alcuni particolari capaci, da soli, di far comprendere alle persone il messaggio che voglio lanciare. Mi spiego: a differenza di un giornalista che, nel condurre un’inchiesta si serve delle immagini e delle parole, io utilizzo soltanto queste seconde. Pertanto, ciò che mi preme, è dare all’immagine stessa una forza evocativa estrema che colpisca. Ad esempio, curando una mostra sulla raccolta differenziata (il titolo della mostra, itinerante è “Riciclo”, ndr), ho voluto porre l’attenzione sulle bottiglie compresse e multi cromatiche. Così facendo, le persone possono riflettersi in queste immagini e toccare con mano che, quello di cui io tratto, è ciò con cui, esse stesse, hanno avuto rapporto diretto.

Chiaro. Ma il riciclo è una cosa viva e pulsante. Mentre l’aver catturato immagini femminili può anche dar adito a qualche incomprensione. Come se tu volessi immortalare la bellezza e non una servitù.
Non è così. L’arte bisogna anche saperla inquadrare nel novero della storia personale dell’artista. Il mio lavoro “Chi è il maestro del lupo cattivo?”, che espongo qui a Foggia, rappresenta una fetta della società italiana. Mette dinanzi agli occhi di tutti il cambiamento dei costumi, il mutamento quasi genetico di un’intera comunità. Vedendo la mostra, si percepisce la mia critica verso questo sistema economico.

Ovvero?
Quello che si serve del corpo femminile per far profitto.

Ma la donna che sceglie di far pubblicità non accetta da sé e per sé di entrare in questo mondo?
Certo. Ma questo non significa nulla. Non è né una spiegazione, né una giustificazione del sistema stesso. Le ditte produttrici, anche quelle che solitamente vengono ritenute le migliori al mondo, non si fanno scrupolo nello sfruttare il corpo femminile. A quel punto, ad essere messo in vendita, non è soltanto un prodotto, ma un intero modello.

La moda che detta le mode…
Al contrario. Quel tipo di moda, quella spiaccicata sulla carta dei manifesti, segue il procedimento opposto. Non detta le mode. Bensì, se le fa dettare col preciso intento di essere più efficace. Va a colpo sicuro. Qui, inoltre, non va dimenticato, parliamo di pubblicità. E lo scopo precipuo della pubblicità è quello di vendere, di fare profitti. Di capitalizzare al massimo un investimento.

Da dove nascono queste campagne mediatiche?
Nascono dalle golosità sessuali, prettamente da quelle degli uomini che, non a caso, sono i destinatari principali del manifesto. Ovviamente dietro ogni mio scatto, dietro ogni mia mostra, c’è uno studio attento della fenomenologia sociale in sé. Ebbene, le pose assunte dai testimonial nelle principali reclamizzazioni, i contesti, le situazioni, le ambientazioni rispondono tutti a canoni precisi. Che, poi, sono gli stessi contesti, le stesse situazioni, le stesse ambientazioni che ritroviamo nei film pornografici. E questo, non accade soltanto al giorno d’oggi, nel 2010, nel 2011, nel 2009; ma è un fenomeno che balla da sempre nella piazza mediatica in quanto pone l’accento sul proibito.

Ma in questo modo non si rischia di artefare il canone di bellezza e, se vogliamo, anche quello della proibizione?
Non la penso in questo modo. Il tabù è sempre visto come qualcosa che va oltrepassato. Semplicemente se ne creerà uno nuovo. In quanto alla bellezza, già ci troviamo di fronte ad un concetto artefatto, ormai. Basti vedere come un esercito di ragazzine si fa scudo della bellezza sfruttandola come maniera per ottenere ciò che si vuole.

Il tabù…
Concetto cruciale, fuoco della mia attività. Io racconto ogni giorno di una barriera che cade, una tacca che si sposta nella definizione del limite. Negli anni Sessanta c’era un limite sostanzialmente immoto. Con l’avvento degli anni Ottanta, l’affermazione di un sistema fondato sul benessere a tutti i costi, sulla vita mondana, sulla rincorsa forzata alla ricchezza, si è avuto uno sprint. Così, oggi, abbiamo pezzi di barriera che crollano sempre più rapidamente.

Ne hai parlato, di questo fenomeno, con i ragazzi?
Ho avuto modo di vistare molte scuole e, accanto agli ovvi comportamenti negativi, c’è anche tanta voglia di sapere di capire. Il progresso e la liberazione da questa schiavitù delle bellezza passa ineluttabilmente per la cultura. E molta della cultura passa dai giovani.

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