La classe operaia va all’inferno

Alla fine della fiera, chiuse le urne e chiusi i seggi, è andato tutto esattamente come ci si attendeva alla vigilia. O quasi. I favorevoli al diktat per Mirafiori hanno prevalso. Di poco, ma tant’è. 54% contro 46%.

Tutta la gerarchia feudale della Fiat e del Paese, tutti gli assertori del patto di non belligeranza (contro il capitale) non faranno sconti. “Basterà anche soltanto un voto”. Sono arrivati quelli degli impiegati a salvare Marchionne. Già perché, nel cuore della fabbrica, sul vero campo di battaglia, le truppe cammellate dell’eroe dei due mondi erano state molto ingloriosamente sopraffatte dall’onda rossa di Fiom e Cobas.

C’è voluto l’intervento degli uffici; l’uscita dalla fabbrica, dal caldo, dal disagio, dall’unto, dal pericolo di malattie è stata la chiave del successo. Nichi Vendola ha detto: “Per Marchionne la vittoria più amara, per la Fiom la sconfitta più gratificante”. Poca cosa. L’apologia della bella sconfitta non era quella stessa che Nichita, per sé, aborriva? E’ una forma distorta di trainig autogeno made in fabbrica che non  fa bene a nessuno.

Non fa bene al mondo operaio che ha la necessità di ritrovare se stesso nel novero del conflitto sociale contro il capitale. Vecchiume ideologico? Niente affatto. Piuttosto, riciclo positivo e necessario quando, nel pattume, sono volontariamente stati gettati i diritti, la democrazia. Parcheggiati in quegli enormi spazi per i pullman al di fuori delle fabbriche, ammonticchiati sopra cumuli e cumuli di sangue versato sulle strade, sconfitte e vittorie. L’uomo forte della Fiat vuole riportare l’orologio della Storia indietro nel tempo, a quell’era in cui c’era chi poteva tutto e chi nulla. Vuole tornare al caporalato industriale, ripristinare il divieto di dissetarsi durante la fatica. Stirare le pieghe del tempo per scovarvi il pericoloso virus sindacale ed eliminarne le tracce. Marchionne ha comprato il favore di cinque sindacati su sette. E, comunque, non è stato capace di mettere a sedere l’orgoglio operaio rinascente.

Un orgoglio pesantemente scalfito da questa compravendita. Si è giocato al massacro interno, alla morra cinese delle ragioni, dove incredibilmente il più sciocco e credulone ha fagocitato il lottatore. Perché la responsabilità non è soltanto di Marchionne. Ma anche dei soloni interni. Dei sindacati, innanzitutto. Prendete Uil e Cisl. Ebbene, la loro messa a disposizione del padre padrone, il loro accettare chini le frustate benevole del capo sovverte la natura stessa del proposito sindacale, ribalta la logica della difesa del lavoro per sposare, bavosa, quella della convenienza del momento. E’ una sposa che accetta una cavalcata a vita piuttosto che un matrimonio fondato sull’amore e sul rispetto. Non sapendo che, il corpo scolpito e stentoreo dello stallone che la sottomette, prima o poi, appassirà, flaccido a tal punto che neppure il Viagra potrà farci nulla. A quel punto si troverà sola ed insoddisfatta, con un piede sull’uscio della camera da letto smunta ed uno su quello dell’appartamento. Sempre sotto schiaffo del ripudio.

Ma anche degli stessi interni. I risultati di Mirafiori ci presentano l’alba di un nuovo conflitto (cromatico e non solo) fra colletti bianchi e tute blu. Con i primi a decidere della sorte dei secondi. Forti del loro peso e della loro sostanziale garanzia, poco più di 400 impiegati hanno sovvertito il voto espresso da quasi 5000 operai. Questa è la democrazia, daccordo. Questo il sistema scelto ed accettato da tutti, Fiom compresa. Ma che le veci dell’ago della bilancia vengano impersonate da quanti, in fondo, risentiranno men di tutti delle conseguenze della marchionizzazione, è per lo meno bislacco. Eppure sì che, loro, dovrebbero essere la parte “migliore” dell’azienda. Quella più istruita. Quella, si diceva un tempo nel profondo Sud, “studiata”. sarebbe bastato, forse, che l’avessero letto quella sottospecie di accordo sottoposto al laser del voto. Sarebbe bastato non dar retta agli echi di chi diceva: “O con il sì oppure andiamo via”.

Perché la delocalizzazione, gli “studiati” dovrebbero saperlo, è più che avviata. E non solo verso il freddo polacco o il belvedere rivierasco croato. Marchino Marchionne, tanto forte del paese di Pulcinella quanto prono in quello dello Zio Sam, ha iniziato a portar via, destinazione Detroit, le menti più brillanti dell’azienda italiana. Sta facendo letteralmente a pezzi la progettazione, stracciando come carta da culo la componentistica Fiat, (s)vendendo – per niente sotto banco per chi sotto il banco ci guarda – piani come quello delle macchine elettroniche ed imbarcandosi, di contro, i Suv.

Domanda: in un paese in cui il mercato delle auto è ai minimi storici, in crollo verticale (17% nel 2010 rispetto all’anno precedente e – 19% soltanto nel mese scorso), mancano piani d’investimento ed il prezzo d’acquisto delle famiglie scema mese dopo mese, chi potrà mai permettersi l’acquisto di un Suv? E, conseguentemente, a chi giova il nuovo piano di marchionne? Di certo, non agli stabilimenti italiani. Di certo, non a Mirafiori. Di certo, non agli impiegatucci modesti. Forse a qualche sindacalista corrotto e venduto.

Lezioni di Storia (rec. “Lezioni sul Novecento”, P. Scoppola, Laterza 2010)

Esistono i millantatori, ed esistono gli storici. Pietro Scoppola è uno di quelli che non vorresti morisse mai come portatore sano, sanissimo, di una dose estrema di verità, lucidità, passione. Quando, nel 2007, è entrato anche lui nella schiera di coloro cui ha dedicato una vita intera, gli studi storico-politici del nostro paese hanno, di colpo, subito il colpo. Perché Scoppola non era capace di ripetere, per due volte, lo stesso discorso. O, per la precisione, sottendeva, a discorso diverso, ideali e valori identici.

Scoppola era un docente universitario talmente umano da sembrare un nonno. Con l’austerità di un nonno, il rispetto di un nonno, la saggezza di un nonno. Giudicava e non sbagliava. Scoppola non era semplicemente uno studioso, ma una traccia di memoria nel mezzo del revisionismo andante suonato dall’orchestra di Piazza Della Loggia, della sinfonica della Stazione di Bologna, dal trio di Ustica ed il duo del Moby Prince.

Ecco perché, recuperare Pietro Scoppola, le sue bacchettate ai colleghi, ai politici, ai partiti, ma anche quelle inferte ai semplificatori della verità (a coloro, per dire, che da un giorno all’altro derubricavano le formazioni politiche dalla Resistenza a vecchiume da spazzar via i da accantonare sotto i tappeti) è, oggi, un atto di piccola resistenza quotidiana. L’ha fatto, ad esempio, la casa editrice Laterza appena l’anno scorso. Riprendendo alcune lezioni tenute dallo storico nella Sala Aldo Moro della Sapienza di Roma, ha rimesso in circolazione quei batteri positivi di cui Scoppola ha infettato muri, pareti, banchi. Nasce così “Lezioni di Storia” (Laterza 2009). Come l’attività normale di uno studente fuori corso, con una sbobinatura.

Bastano poche pagine per rendersi conto che si tratta dello Scoppola migliore, quello che, a contatto con i giovani, nell’emergenza di non far svanire nelle nebbie del nulla i valori democraticamente più puri, sferza il revisionismo ed i revisionisti. Falsi maestri della Storia, in effetti protagonisti politicamente interessati. Perché se è vero che la Storia, e soprattutto certa Storia (leggi antifascismo, leggi resistenza, leggi Costituzione, leggi movimenti contadini ed operai, leggi stragi di Stato) non ha mai avuto bisogno di fare il tagliando per testarne la verità, è pur vero che di meccanici che l’hanno intesa smontare e rimontare, motore al contrario e trazione invertita, ci sono stati. Eccome. Scoppola, come Galilei, li cita, li scandaglia, li squassa. Senza boria, senza paroloni, senza additarli. Scoppola non fa nulla, non si serve della confusione o di alchimie revansciste, né di furori di piazza o di baracca. Solo, lascia intuire. E, nell’intuizione, lascia capire.

Nelle sue parole, e tra le pagine, si materializzano gli elementi chiave del Novecento.

La lezione su “Identità nazionale e Resistenza” è un galateo italico, l’epifania di quel che dovrebbe essere l’Italiano ma che l’Italiano non è, perso fra velinismi, giustizialismi infiniti e dibattimenti velleitari.

Quella su “Costituzione e Costituente” l’abbecedario della contemporaneità, il modello in base al quale intagliare la società dell’oggi (ma qualcuno l’ha smarrito). È qui che Scoppola raggiunge il suo apice, intavola l’esegesi della democrazia leggendo fra gli anfratti dell’antifascismo. È qui che smitizza chi, a torto, si è automitizzato: abbatte senza remore morali quanti hanno letto la Resistenza in virtù di un interesse di parte, di una semplice e crudele resa dei conti personale. Ne fa non solo un momento, pur esistente, di lotta civile, ma il trait d’union fra l’esperienza bellica agli sgoccioli e la stesura della Carta Costituzionale. Lo interpreta, aulicamente, come “momento morale” e associa la fase armata a quella non violenta.

Nelle pagine sulla “Tradizione marxista e doppiezza comunista”, esalta Antonio Gramsci (che considera la “parte originale” della fazione comunista italiana), interpreta i dubbi di Togliatti (doppio sì, ma vero artefice della democrazia), ridimensiona il Partito Socialista; come in quelle su “La Democrazia Cristiana” non può esimersi dal criticare l’assuefazione di una parte del mondo scudo crociato alla Chiesa (senza generalizzare l’esperienza collettiva, sostanzialmente più laica che clericale).

Infine, giunge all’oggi, all’attacco berlusconiano alle istituzioni, allo smantellamento della Costituzione, alla Lega secessionista ed a un centrodestra confuso che confonde ed ipnotizza un’intera generazione di elettori dimentichi di ben altre esperienze politiche.

Strano a dirsi, perché forse non era suo intento: ma leggendo Scoppola viene quasi il magone per la Prima Repubblica.

Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010

Giudizio: 4 / 5 – Eterno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: