Letterariamente Giro (rec. Il Giro d’Italia fra letteratura e giornalismo)

Nel 1909, in petto all’Italia liberale pulsava il cuore giolittiano. La Patria era una bella idea ma una realizzazione parziale. Non erano bastati i moti popolari, le camicie rosse di Giuseppe Garibaldi e le idee di Giuseppe Mazzini per far di una selva di gente un corpo civile omogeneo, una genìa nazionale. Si salmodiavano le gradi realizzazioni straniere, recitandone teatralmente atteggiamenti e successi. Insomma, lo sforzo del popolo e dei suoi governanti era quello di fare davvero la Nazione che mancava.

Di farla e, soprattutto, di farla conoscere. Diffonderla a quegli stessi attori sociali che avrebbero, a pieno diritto, dovuto conoscerne per lo meno già il copione. O almeno una parte del copione. O almeno il titolo dell’opera. O almeno dell’esistenza dell’opera. Ed invece, nel 1909, l’Italia era un essere informe, acefalo e senza arti. Incapace di camminare ed incapace di maneggiare.

È in questo contesto, in questo meltin’pot di emozioni, linguaggi, dialetti, emigrazioni, povertà, ricchezze, che produce il suo primo vagito una creatura destinata ad andare molto lontano. A camminare come poche. A percorrere la strada a piede nudo e con la sola protezione della gomma lavorata.
È il piccolo roseo volto del Giro d’Italia che sbuca fuori dal grembo di mamma Italia.
È con uno degli eventi sportivi più rumorosi del nostro Paese che si creano i presupposti – quelli veri, concreti, tangibili, diffusi, democratici – per il riconoscimento unitario.

Non a caso, la prima edizione del Giro si generò sotto la duplice e contemporanea azione di Gazzetta dello Sport e Touring Club Italiano (allora Touring Club Ciclistico Italiano) per mettere a fuoco la bellezza artistica e naturalistica del Belpaese. Onde poi evolversi sempre più decisamente verso nuovi lidi, strade asfaltate, fatiche minori. Occorsero tempi lunghi, servì l’intermediazione di due guerre, la caduta di atleti e la distruzione di città. Ci volle la crudeltà per scendere a patti con la bellezza.

Le sofferenze, i sogni, la forza. Tutto è raccolto nel prezioso testo curato da Angelo Varni “Il Giro d’Italia tra letteratura e giornalismo”. Si tratta della raccolta degli atti di un convegno (pubblicati dalla Bononia University Press) svoltosi nel 2009, in occasione del primo secolo di vita della corsa in rosa, promosso dal Comitato Nazionale per i cento anni del Giro d’Italia, dall’immancabile Gazzetta dello Sport, dalla Scuola di Giornalismo “Ilaria Alpi” di Bologna e dalla Fondazione Corriere della Sera. Undici interventi diversi, undici analisi, undici sguardi prospetticamente differenti per illustrare l’evoluzione ma anche le criticità del fenomeno ciclistico italiano.

Una collezione di interventi e di ricordi, grandangolo sulla storia spesso poco considerata dello sport italico e sui suoi riflessi sociali. Eppure sì che il Giro ed il girini hanno goduto, soprattutto all’indomani del secondo dopoguerra, di un’attenzione spasmodica, oppressiva, golosa di giornali e giornalisti. Un’attrazione al limite dell’erotismo informativo. Lo tratta benissimo Andrea Battistini, autore dell’intervento “A ruota libera”. Battistini discetta del Giro raccontato dagli scrittori e dalle peculiarità da questi introdotte nella narrazione. Dino Buzzati ed il suo ciclismo sognato, Achille Campanile ed il suo ciclismo ironico, Vasco Pratolini ed il suo ciclismo sociale, Alfonso Gatto ed il suo Giro sentimentale, Anna Maria Ortese ed il suo Giro problematico, malinconico ed intimista. Tanti cronachisti arrabattati ed improvvisati, alle prese con i disagi della competizione e degli spostamenti; profani sbalorditi dall’immersione nella polvere a tal punto da non volersene e potersene staccare. Nelle loro mani, il ciclismo trasla di senso e di figura. Da sangue e merda diventa lirica raffigurazione delle fatiche dell’uomo alle prese con l’ineluttabilità della vita. Si tramuta in una grossa sudata metafora della Natura e dell’esistenza. Imbrigliati nelle loro parole, i girini si trasformano magicamente in eroi popolari, epici, mitologici. Gli atleti sono novelli Ulisse, i narratori eccelsi Omero. E, come nell’epos greco, ecco prender forma i duelli, le battaglie, le amicizie, la morte. E mentre l’uomo si innalza, la Natura si antropomorfizza. La strada si antropomorfizza. Entrambe vestono le vestigia del nemico da sconfiggere.
E, senza nasconderlo, si trovano a parteggiare spudoratamente per questo e per quello. Ammiccano alla classe del campione ma amoreggiano con le fatiche del gregario; nei loro occhi campeggiano le immagini stentoree degli assi, ma è con i “proletari” del Giro che simpatizzano.

Nelle analisi dei vari saggisti raccolti da Varni, il ciclismo si lega inestricabilmente con il passato più eroico. Claudio Gregori, nella fattispecie, ardisce nel paragonare gli elementi caratterizzanti del Giro quelli del mito: epos (“i partenti sono come gli Argonauti”), seduzione (“Il Giro trasforma la cronaca in favola”), totemismo (“è bandiera nazionale”), commozione (“è dramma”), fede (“La salita è calvario ed ascensione”), canto (“Non c’è mito senza cantore”), educazione (“è lezione di vita. Ci trovi il dolore e la speranza, il sacrificio estremo e l’egoismo”), cavallo magico (il “destino” della bici “è il volo”).

Ma, come ogni carattere somatico, è destinato ad evolvere con la specie. Il quinto dito è stato rappresentato dall’avvento della televisione. Con la presa del potere mediatico da parte della scatola catodica, e la naturale e conseguente fine della diarchia carta stampata – radio, muore l’evocazione, la fantasia, la sorpresa. Defunge quell’aspetto cruciale che aveva fatto dei due elementi mediatici l’essenza stessa del ciclismo. La fatica immaginata, anche esagerata. Con le immagini, la mitizzazione si ridimensiona. Negli sforzi contenuti, gli eroi tornano sulla terra. Più uomini degli uomini, ma comunque uomini. In particolare, il “Processo alla tappa” di Sergio Zavoli (1964) ha dato il colpo di grazia all’immaginifico, pregiudicando mortalmente il costrutto epico del ciclismo. Ma, come ammette il seppur critico Aldo Grasso (in “Giro-girotondo: il Giro in tv”), senza la televisione “il ciclismo sarebbe solo una vecchia storia da raccontare”.

Fatta di strade sventrate dalla guerra. Eppure sono state quelle carovane colorate di maglie rose, di Coppi, di Bartali, di Chiappucci, di Bugno, di Indurain, di Pantani, di soprannomi funambolici ad evitare la noia catodica. Ed è la connotazione originaria che impedisce al Giro, malgrado la tv, di conformarsi sugli standard dei reality, di assuefarsi alla malattia delle produzioni Endemol, a rigettare pacchi da aprire ed identità da individuare. Perché al centro resta la bicicletta, quel mezzo livellante che ha rappresentato la prima forma di moto libero, divertimento borghese ed utilitarismo proletario (Alberto Malfitano). Malgrado il doping, malgrado la sovresposizione. Malgrado la televisione.

INTERVENTI. “A ruota libera. Gli scrittori al Giro d’Italia” – Andrea Battistini; “Letteratura e ciclismo” – Ezio Raimondi; “Giro-girotondo: il Giro d’Italia in tv” – Aldo Grasso; “Miti ed epica al Giro” – Claudio Gregori – “L’immagine del ‘campione’ nella costruzione giornalistica” – Alberto Preti; “I primi giri e il racconto del territorio italiano” – Alberto Malfitano; “Il racconto del Giro nei primi decenni del ‘900” – Claudio Santini – “Le cronache del Corriere e della Gazzetta tra fascismo e dopoguerra” – Giuseppe Savini; “La stampa meridionale al Giro d’Italia” – Francesca Canale Cama; “Il mutarsi del racconto giornalistico di fronte all’avvento della televisione” – Mirko D’Adamo; “Gli effetti della cronaca televisiva” – Mario Proli

ANGELO VARNI (a cura di), “IL GIRO D’ITALIA TRA LETTERATURA E GIORNALISMO”, BONONIA UNIVERSITY PRESS, 2010
Giudizio: 4 / 5 – Storia

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