Finalmente “Finalmente Godot”

Manca solo Nikzad. La foto è di Giusy

Sette spettacoli ed un ottava rappresentazione già calendarizzata per il prossimo giorno dell’Epifania. Un successo di pubblico che induce a parlare di botto. “Finalmente Godot”, piece scritta, diretta e portata in scena dalla compagnia Teatro dei Limonidi Foggia, oltre ad essere un’opera bellissima, intensa come poche altre in circolazione sui palcoscenici foggiani, è una macchina del consenso. Sentimentale fino al magone, emozionale fino alle lacrime. Thomas Becket non avrebbe saputo dar seguito migliore alla sua celeberrima composizione dell’attesa.

Sì, l’attesa. Sua Maestà l’attesa. Lama a doppio taglio, pugnale a serramanico senza manico. Colpisce coloro che l’ attendono, affonda in loro gli artigli ruvidi della follia, nella carne viva imprime il segno dell’instabilità. Tenta e costringe nel contempo. Ed eccoli lì, Estragone – LosavioVladimiro – Galanoancora imbrigliati nelle maglie del tempo, in balia di una nave ingovernabile. Solitari, disperati, scombussolati. Vite nelle vita dell’altro, partigiani arruolati nelle schiere della vita contro la morte che avanza. In un posto anonimo e quanto mai attuale. “Il palco”, questo il suo nome. Laddove i riferimenti in termini di ore sono scanditi dallo sversamento dei rifiuti. Le lancette sono le macerie dell’uomo, i quadranti cartoni usati e plastica ammucchiata, gli orologi i segni della stanchezza sui volti dei protagonisti.

Un quadro allucinato in cui i due, Estragone e Vladimiro, si muovono altrettanto allucinati. Attendono per non attendere oltre. Un giorno dopo l’altro. E l’ultimo che diventa un perenne penultimo. Una reazione a catena. Anello dopo anello si perde nelle nebbie fumose ed indistinte dell’infinità. Tetra, svuotata della speranza ed intrisa di illusione.
Si attende per non attendere oltre. E, nell’attesa, Estragone e Vladimiro si arrovellano per truffare il calendario intessendo una fitta ragnatela di azioni e giochi sconclusionati. È la celebrazione del fare, la cura opposta all’immobilità. I due, nel fare, ansimano. E nel voler fare, fanno nulla. Fanno per la sola ragione del fare. Fanno per la ragione del disfare per fare ancora. Arrovellamenti, contorcimenti, rotazioni circensi di esistenze ridotte al lumicino.

 

Finché l’aspettare, di volta in volta, si traveste da aspettativa. Di fronte al servitore del maestro Godot (Francesco Nikzad), quotidianamente latore del messaggio di rinvio dell’appuntamento fissato. Di fronte a quel vecchio ubriaco, malandato, incanutito riversato nel parco dell’attesa con l’ennesimo carico di immondizia. In lui rivivono le speranze dei protagonisti. In lui si riflettono le loro stanchezze, la resistenza infiacchita, l’incapacità di far fronte alla verità effettiva, l’incredulità alle parole. Per Esatrgone e Vladimiro, il tempo non è stato cura, ma malattia. Li ha incattiviti, desensibilizzati, uccisi. Uccisi, desensibilizzati, incattiviti. Cercano vendette nella morte, soddisfazione nell’annullamento corporale. Riversano le loro fatiche indosso ad ogni essere umano. Anche addosso all’inatteso (sorprendentemente Godot).

Nella scrittura di Leonardo Losavio, i protagonisti sono anime disilluse, scosse da anni, decenni, forse secoli di fame, sete, bisogni insoddisfatti, mete mai raggiunte. Epicentri di un terremoto abitudinario. Sono venti del nord senza più forza; denunce senza più prove; atleti senza resistenza anaerobica. Sono vittime che giocano il gioco della carneficina. Ma che nel gioco provano ancora rimasugli di sensi di colpa. Sono carni ciniche ed impaurite, voci isteriche e cuori sventrati. “Immagini dell’attesa e dell’atteso”. Carte d’identità senza più identità; fotografie che non rappresentano alcuna immagine; respiri senza più fiato.

L’arrivo di Godot (un magistrale Giuseppe Rascio) li coglie alla sprovvista. Li scuote senza cambiarli. Prima ci credono. Credono a Godot. Poi non credono più. Smettono di credere a Godot. Ma, in effetti, a loro non serve Godot. A loro serve un Godot. Qualcuno che li rassicuri, che non li svegli. Anzi, che doni loro quella proprietà di sognare di cui le notti agitate dall’attesa li ha privati ineluttabilmente.
Il Godot arrabattato e dimentico di sé stesso che si trovano di fronte è la negazione stessa di ciò che loro immaginavano. Paradosso nel paradosso, Esatragone e Vladimiro acquistano lucidità ed orgoglio nel rangente esatto in cui avrebbero soltanto dovuto abboccare all’amo teso, aggrapparsi alla corda.
Colpa di un Godot in maniche di mutande a camicia di forza, un po’ Totò, un po’ Chaplin, assurdo e ballerino, assurdo e mingherlino, assurdo e lamentoso.

Nei suoi pianti, in una serie di mosse previste alla perfezione in un copione senza pecche, i due sopravvissuti leggono le risposte che vorrebbero. Interpretano a loro vantaggio, prima di montare la rabia e coltivare sogni di vendetta. In un climax ascendente, lo spettacolo sale nei toni: da commedia si fa dramma. Avvolge e travolge lo spettatore. Non si può esserne esenti. La maestria di “Finalmente Godot” sta nella capacità attoriale di prendere per mano la platea portandola a scavare nel mezzo di quei rifiuti in cui loro stessi, gli attori, i protagonisti, i personaggi, scavano senza sosta alla ricerca di indumenti e novità. E nell’abilità (di scrittura e recitazione) di mantenere sempre vivo e valicabile quella striscia terrana che divide follia lucida e realtà caotica. Con ovvie ricadute positive sul pathos.

“Finalmente Godot” è comico, triste, disperato, urlante, cinico, sentimentale, folle, consolante, provocatorio, solleticante, fantasioso, crudele, dolce, cruento. Becket ne sarebbe orgoglioso.

(prossimo – ed ultimo spettacolo – il prossimo 6 gennaio. Per prenotazioni, rivolgersi in teatro, Vico Giardino 21, Foggia)

 

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