C’è una voce che urla. Provate a spegnerla… (Recensione “Antonio Banfo. L’operaio con la Bibbia in mano” – Emmanuela Banfo, Claudiana 2010)

“Non si spegne la voce di Antonio Banfo” scrisse il Comitato di Liberazione Nazionale piemontese il 21 aprile 1945. Ovvero, due tramonti dopo il ritrovamento del cadavere dell’operaio comunista della Fiat Grandi Motori e quattro prima dell’insurrezione generale che avrebbe definitivamente riscattato l’Italia intera dal terrore fascista. Non si spegneva la voce. Si artefaceva, in taluni casi. I prezzolati fascisti torinesi avevano tentato addirittura di far passare la morte di Banfo e quella di suo genero Salvatore Melis come una rivalsa tutta interna ai settori comunisti. Abbozzi di scossoni di un potere impantanato nella fanghiglia del nulla e chiaramente impaurito della sua lapalissiana caduta. Un gigante a metà che a piene mani si serve di quello stesso fango per offendere.

Antonio Banfo non fu un eroe. Non fintanto che rimase in vita. Non lo è diventato neppure una volta morto. A onor di verità, aborriva l’eroismo. Agli eroi solitari, portabandiera di sé davanti alla causa, preferiva i martiri, portabandiera del valore dinanzi a sè. Eppure non è avocabile neppure alla schiera recintata dei martirizzati, Banfo. Piuttosto, fu un uomo semplice. Operaio della Fiat, di famiglia umile, aderente al Partito Comunista sin dal 1921, sindacalista. A trent’anni e più la scoperta della fede valdese. Da quel momento diventò ciò che la nipote Emmanuela ha sintetizzato nell’epigramma del titolo del libro che ha dedicato al nonno:“L’operaio con la Bibbia in mano” (Claudiana 2010 – prefazione di Gian Carlo Caselli).

Mai rinnegare il passato. Anzi, per Banfo la religione si erse a conferma delle sue idee. Un Credo che non sostituiva l’altro. Ma, ad esso, si assommava. Antonio l’operaio divenne il riferimento dei colleghi. Un punto di appoggio politico: animatore delle squadre di Azione Patriottica per conto della cellula comunista della Grandi Motori, il difensore dei dissidenti e degli antifascisti, l’ancora di salvataggio per i destinati ai campi di concentramento.
E, insieme, un conforto morale. Una parola per tutti. E quella fede che lo sorreggeva con forze doppie, triple quadruple. Bastanti per sé stesso, per sua moglie Elvira, per i suoi otto figli, per i compagni, per i colleghi, per i partigiani. Ai colleghi leggeva le Sacre Scritture nei passi più marcatamente sociali, di modo da rendere frasi innocue dinamite pronte ad esplodere fra le mani del maneggiatore.
Un “comunismo religioso” di stretta osservanza duale. Impossibile pensarlo senza l’uno e senza l’altro.

Amico di tutti. Anche dei potenti. Che lo ammiravano, lo rispettavano, con lui si aprivano al confronto. Emmanuela non nasconde le critiche mosse al nonno dal Pci per quelle pericolose vicinanze con i dirigenti di fabbrica. Eppure proprio questi legami di rispetto consentirono a Banfo di salvare molte vite, trattare con il coltello dalla parte del manico. Inflessibile ma senza più violenza.
La mattina precedente alla sua uccisione, quella del 18 aprile, il presunto mandante del suo omicidio (ma la verità è quanto mai relativa), il colonnello Cabras si sentì dire queste parole mentre disponeva la schiera di soldati contro gli operai in sciopero: “Scioperiamo perché la mattina, quando ci rechiamo al lavoro non vogliamo più vedere morti fra le strade”. La condanna a morte di un uomo semplice. Ambasciatore di pace anche nel mezzo della lotta.

Emmanuela Banfo racconta la vicenda del nonno Antonio con emozione quasi distaccata eppure pura. Depurata da condanne e sensi di rivalse. È un dolore pieno di contegno ed una pagina di storia collettiva per lo più sotterrata, nascosta sotto un sasso piccolo piccolo. Non occorre avere forza per sollevarlo. Occorre solo sapere dove cercare.

EMMANUELA BANFO, “ANTONIO BANFO. L’OPERAIO CON LA BIBBIA IN MANO”, CLAUDIANA 2010
Giudizio 3 / 5 – Toccasana per la memoria

LINK SU http://www.statoquotidiano.it/03/12/2010/macondo-la-citta-dei-libri-11/38455/

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