2 giugno: si vota!

13 maggio 1946. Al voto mancano tre settimane. Il Corriere di Foggia dedica spazio alla descrizione della città. Ecco, pertanto, come il capoluogo dauno si presentava:

Sporcizia e polvere dappertutto. Non è possibile camminare per una via qualsiasi del centro senza essere investiti da nuvole di polvere e senza calpestare sporcizie di ogni genere […] In molte case della periferia, uomini e bestie continuano a vivere in promiscuità. […] In alcuni negozi di generi alimentari è facile notare, per esempio, che i latticini freschi sono sotto il dominio assoluto delle mosche. In diversi bar le stesse mosche ricamano indisturbatamente sulle squisite creme delle paste

Apparentemente i due dibattimenti, quello politico e quello socio-urbano, possono apparire incompatibili fra di loro. In effetti, le condizioni generali della città riflettevano quelle della popolazione.
Una comunità stanca è una comunità sconfortata, delusa, in preda ad una crisi di identità collettiva. Ed una comunità sconfortata è una comunità poco o nulla propensa a scegliere i suoi rappresentanti.
In ogni caso, Foggia si presentava al voto secondo tutti i crismi estetici. Tra le macerie, sotto occupazione alleata, con strascichi polemici e tanto colore donato dai manifesti affissi ai muri urbani.
Occorse tempo e pazienza, si alimentarono e consumarono le divisioni. Poi, giunse il voto.

SCENE DI VITA ELETTORALE – Foggia, facente parte della XXV circoscrizione congiuntamente alla provincia di Bari, alle 6 del mattino, era già in fermento. Un minuto dopo l’altro, le file si rimpolpavano di gente. Due. E divise in base al sesso. Una fila per le donne, una fila per gli uomini. Uomini e donne, raccontano le cronache del tempo, giungevano insieme ai seggi. Poi si separavano. Per una volta, la prima dopo tanto tempo, fu una coda che non dispiacque affatto. C’erano state quella per il pane, quella per l’acqua, quella per il pesce, per i saponi, per la farina. Durante il ventennio (ed anche a guerra conclusa), tutto passava per l’attesa, per la cruenta e terribile razionalizzazione, per lo stento.

L’aria era tranquilla. Il clima mite, addirittura caldo. Qualche giovane, reso furbo dalla necessità, andava vendendo gassose ai crocicchi. Dinanzi ai seggi “le donne si danno più arie degli uomini”. Catapultate dalla Storia nel bel mezzo della piazza del protagonismo, rifiutarono di rimanervi poi al margine.
Fu anche alla loro presenza, va detto, se si mantenne una certa calma all’interno delle sezioni. In tutto il capoluogo venne mantenuta una disciplina ai limiti dell’esemplare. Qualche piccolo disordine scoppiò in Piazza De Sanctis, dove un carabiniere esplose un colpo per aria per far fronte alla pressione della gente. Piccolo fuggi fuggi, poi la tranquillità.

ALTA AFFLUENZA PER LA VITTORIA REPUBBLICANA – Alla fine della prima giornata solamente due comuni portarono a termine le operazioni di voto: Celle San Vito e Tremiti. Altissima sarà anche l’affluenza finale totale della provincia, oltre l’80%, con il 92% a Lucera, mentre le maggiori defezioni si ebbero nei paesi del Gargano e del Sub Appennino. L’attesa, poi i responsi. Gran parte dei giornali, emblematicamente, titolarono: Repubblica e Democrazia Cristiana. Così fu in Italia, così fu nella circoscrizione Bari – Foggia, così fu in Capitanata, così fu nel centro principe ed in tantissimi paesi. La Repubblica, con 12.672.767 voti si affermò sulla Monarchia che si fermò a 10.688.905. L’equilibrio venne confermato. La Repubblica non sfondò al Nord, la Monarchia venne arginata al Sud. E la Capitanata, se la si contestualizza nell’ambito del Mezzogiorno, vide un equilibrio inatteso alla vigilia: alla Monarchia andarono 153.913 voti, alla Repubblica ben 129.538. Meno di 30 mila furono i voti di scarto, su un totale di oltre 180 mila nella circoscrizione. Messo a confronto già con il territorio barese, dove la scelta monarchica prevalse su quella repubblicana per oltre 150 mila voti, il dato della Daunia fu incredibilmente positivo, inconsueto ed inaspettato. Se poi accostato a quelli delle circoscrizioni Napoli – Caserta, Salerno – Avellino, o, tanto per rimanere nella regione, Lecce – Brindisi – Taranto, diviene quasi un trionfo.

NUMERI DAI CENTRI – I risultati nei vari paesi della provincia furono altrettanto altalenanti. Solitamente le due forme istituzionali vennero divise da poche centinaia di voti e addirittura a Deliceto di appena 13 voti (1.573 voti per la monarchia e 1.560 per la repubblica); altre volte il divario fu netto: i casi più evidenti sono quelli di Orsara, Cerignola, dove oltre cinquemila schede sancirono il vantaggio della Repubblica o come a San Marco in Lamis e Sannicandro (oltre 3 mila). A favore della Monarchia votarono, invece, Vieste (4.493 contro appena 862), Vico Garganico (3.621 contro 1.150), Trinitapoli (5.178 contro 1.246) e a Margherita di Savoia (5.304 contro 399).Anche a Foggia la Monarchia sommerse la Repubblica ottenendo 21.246 voti contro 11.110.

L’ASSEMBLEA COSTITUENTE: I VOTI DEI PARTITI – Interessante è anche l’analisi dei voti dati ai Partiti. La Democrazia Cristiana ebbe nettamente la meglio sul Partito Comunista, ottenendo in Capitanata 93.325 voti contro i 66.424 dei comunisti, i 44.143 dei socialisti e i 33.391 dei qualunquisti. Venne sconfitta solamente in pochi centri tra cui, ovviamente, San Severo (comunisti 10.068, democristiani 7.107, socialisti 1.037) e Cerignola dove i comunisti (12.021) ottennero più del doppio dei voti dei democristiani (5.294), sei volte quelli dei qualunquisti (2.414) e più di dieci volte quelli dei socialisti (1.086). In nessun altro caso è possibile riscontrare un’affermazione così netta. Non sorprende, perciò, che, nelle elezioni alla Costituente, il più suffragato in assoluto nella Provincia fu il cerignolano comunista Giuseppe Di Vittorio che ottenne ben 74.809 preferenze personali.

A Manfredonia, dopo la vittoria delle amministrative, i Qualunquisti si riconfermarono primo partito, ottenendo 3.464 voti contro 2.831 della Dc e 2.673 dei comunisti. Tuttavia fu una piccola sconfitta. L’Uq, persa la grande maggioranza dell’aprile, entrò in crisi, iniziando l’inarrestabile parabola discendente a scapito del blocco social – comunista.
A Lucera ad essere ricacciati nella spirale regressiva, furono i comunisti, scavalcati, anche se di appena un centinaio di voti, dai democristiani.

GLI ELETTI – Nove furono gli eletti per l’Assemblea Costituente furono nove: Giuseppe Di Vittorio (nel Collegio Unico Nazionale), Luigi AllegatoGiuseppe Imperiale per il Partito Comunista; Raffaele Pio PetrilliGerardo De CaroRaffaele Recca per la Democrazia Cristiana; Domenico FiorittoCarlo Ruggiero per il Partito Socialista; e il solo Leonardo Miccolis per l’Uomo Qualunque.

SCHEDE BIANCHE – Tantissime, tra le schede nulle, furono le bianche. Poté dipendere dalla inesperienza, come accadde a Foggia dove, disorientata dai 60 partiti presentatisi, una vecchia, raccontava Il Corriere di Foggia“si è messa a singhiozzare in cabina perché non sapeva come regolarsi nel dare il suo voto per… la Chiesa e pel… Re”. Moltissimi furono poi quelli che ritennero di personalizzare la scheda, apponendovi nome e cognome; altri ancora posero il nome del locale Vescovo, di Padre Pio o di De Gasperi; infine ci fu chi, votando la Monarchia, scrisse “VIVA IL RE!”. O ancora dalle incomprensioni scaturite tra l’elettore e i propagandisti come a San Ferdinando, dove i voti validi furono poco più di tremila, oltre duecento schede vennero annullate in una sola sezione, tutte perché “portavano gli stessi numeri al posto delle preferenze, ma non il segno nel quadrettino vicino al simbolo nella lista”.
Dopo il voto, le manifestazioni di giubilo si susseguirono in tutti i paesi. A Cerignola vennero poste corone di alloro al monumento commemorativo a Garibaldi e alla targa della Via intestata a Mazzini, a Torremaggiore sfilò un lungo corteo, a Foggia venne pubblicato dai partiti comunista, socialista, d’Azione, repubblicano, liberal – progressista e dei Combattenti e dalla Camera del Lavoro ed esposto pubblicamente un manifesto tricolore inneggiante alla Repubblica. Il 14, poi, per le vie della città sfilarono due carri allegorici della Cartiera raffiguranti Garibaldi e Mazzini.

GIUBILO – A San Severo, uno dei centri dove la competizione fu più sentita, la festa si trasformò in violenza, segnando l’inizio delle vendette contro i monarchici. Qui, durante la manifestazione popolare in onore della Repubblica, alcuni «elementi sovversivi» come li definì la stampa del tempo, assaltarono la sede dell’ Uomo Qualunque, distruggendola ed asportandone libri, registri, e oltre 30 mila lire in contanti. Non è difficile rintracciare in quei “sovversivi”, un gruppo di esagitati comunisti che, dopo la netta affermazione in città del partito, credettero di esserne divenuti padroni. I socialisti, e in modo ancora più evidente i comunisti, videro nella sconfitta della Monarchia il primo passo verso l’alba del socialismo, verso la gloriosa rivoluzione. Le armi, cariche e nascoste, erano pronte ad essere imbracciate, e la violenza contro i principali avversari politici non fu altro che la convinzione dell’avvicinarsi del momento.

Ma, alla fine, la vita riprese a scorrere normalmente. I vecchi problemi risorsero ed i giornali ripresero a parlare dei soliti disagi. La Costituzione era lontana e l’occupazione continuava. I braccianti, protagonisti delle vittorie dei comunisti a Cerignola e San Severo, tornarono al lavoro più sfruttati di prima. Nell’immediato, il voto del 1946 non ebbe benefici. Le masse, affacciatesi alla finestra della storia, chiusero i battenti delle persiane in speranzosa attesa.

link da http://www.statoquotidiano.it/02/12/2010/il-secondo-risorgimento-a-foggia-xi/38247/

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