Figli d’Italia

C’è qualcuno che sostiene una teoria stramboide: prima di giudicare un libro, occorre averne letto almeno 99 pagine. Ebbene, mai come nel caso de “I treni della felicità” (Giovanni RinaldiEdiesse), questa definizione fu tanto sbagliata. Inizia con una telefonata, col trillo vivo di un telefono, e termina con un abbraccio, con il punto esclamativo sentimentale. In mezzo, è un sovrapporsi di respiri, parole, viaggi, vissuti, passati e presenti, foto, pietre e scontri. Manca il superfluo, quel surplus punzecchiante e fastidioso, il rutilare delle parole vane inchiostrate tanto per occupare spazio. Per questo, a Giovanni Rinaldi, di pagine ne occorrono molte, ma molte meno della metà per raggiungere il suo scopo: che è quello di riportare alla memoria collettiva una serie di episodi che, messi insieme, l’uno sull’altro, costituiscono un unicum storico.

“I treni della memoria” raccoglie, nella fattispecie, gli elementi per la ricostruzione del meccanismo solidale messo in piedi dall’Udi. La guerra era alle spalle, il dopoguerra portava a galla vecchie e nuove povertà. Le famiglie stentavano a trovare la quadra. Economica, innanzitutto. Ma anche a riequilibrarsi socialmente. Troppi figli ed un lavoro che, spesso, non rendeva. Furono allora le donne comuniste a dare un aiuto concreto acchè la situazione si sbloccasse. E vennero messi in piedi dei veri e propri viaggi della speranza. Vagoni carichi di bambini spediti a Nord presso famiglie più agiate. Per un pasto caldo, per un cappotto nuovo, per delle scarpe ai piedi. Alcuni tornarono col tempo. Mesi, anche un paio d’anni. Altri decisero diversamente. Giovanni Rinaldi va a riprendere queste storie ammassate per dar loro una nuova dignità storica. Eppure, il suo, non è propriamente un saggio. Piuttosto, ha la forma di un portolano antico narrato con un linguaggio marcatamente militante. È la traccia segnata, di punto in punto, di approdo in approdo, su una mappa che si snoda su più livelli. Moli sono i paesi tra cui l’autore fa da spola incessante per raccogliere le storie che sarebbero dovute confluire nel documentario “Pasta Nera” di Alessandro Piva. Battelli, i treni. Quella sommatoria di banchine e di vagoni, dimore di ricordi, capaci di trascendere il tempo e condurre nel passato.

Un diario che è un moto continuo fra Nord e Sud, fra Puglia ed Emilia Romagna, fra Campania ed Emilia Romagna, fra Lazio ed Emilia Romagna, fra Emilia Romagna ed Emilia Romagna. Pagine per annotare cosa ne è stato di quei bambini. Gianni Rinaldi cerca loro. E li fa parlare. Spesse volte fa in modo che si rincontrino. Eppure sfugge alla sindrome di Moccia. Non ha bisogno di ceselli, di dispensare buonismo a piene mani. Non spaccia panelle di pietismo a buon mercato. E certo che il terreno dell’infanzia è più che minato. Anzi, di fronte al sentire emozionale, si tira indietro, si mette in un cantuccio, intimorito, in disparte. Perché “I treni della felicità” è un libro che non vuole commuovere. Ma far pensare. E ci riesce. Con i suoi aneddoti, le battute, con la riproposizione di datati bigottismi. È un libro che emoziona, muove alla rabbia e muove alla gioia.

Per questo, cortesemente, non definitelo “storico locale”, Gianni Rinaldi. Perché è estremamente di più. È il custode di un passato che odora di pane rancido e stordisce come l’olezzo del sangue orgoglioso affossato dai fucili scelbini sui selciati del Meridione, dietro le povere barricate di carretti. È lo scrigno più prezioso delle gemme umane estraibili dalla Capitanata. Da preservare. E conservare. Con cura.

Giovanni Rinaldi, “I treni della felicità”, Ediesse 2009 Giudizio 4.5 / 5
p.ferrante@statoquotidiano.it

LEGGI SU http://www.statoquotidiano.it/30/10/2010/macondo-la-citta-dei-libri-6/36639/

Sotto attacco dell’idiozia

“FATTI SENTIRE DIVERSO […] IDIOTA da quando sei nato la tua vita è pilotata, da gente di merda che ti fa essere idiota, Vespa Fede Montanelli ogni giorno abbabbiat’, nu juorn’ aret’ a n’at’ fin’ a che si schiattat’ cu stampat’ ‘ncopp’ a faccia, stu sorris’ idiota, idiota, idiota, …”

“La deplorevole deriva di un giornalismo di parte che sfocia nella violenza. Decisamente da condannare e censurare. Un’intervento davvero inspiegabile di cui non si avvertiva proprio la necessità, soprattutto in un momento buio come questo (l’articolo non sembra neanche sfiorare la satira)…
Uno scivolone che, ahimè, …rappresenta una vera vergogna per l’intera categoria dei giornalisti… Poi, ci meravigliamo degli accadimenti di cronaca avanti come oggetto la violenza (i serbi a Genova, l’infermiera rumena a Roma, il tassista a Milano, ecc).” – MATTEO PALUMBO, FB-RADICALILIBERI, 28.10.2010

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“Se scendessimo al loro livello, dovremmo augurargli di imbattersi in un energumeno che rifili loro un paio di cazzotti. Chissà se affronterebbero il tutto con la stessa grottesca ironia. Europa, quotidiano del Pd, e Stato Quotidiano, giornale del Foggiano. Due fogli accomunati dalla stesso tono divertito per l’aggressione subita dal portavoce del Pdl Daniele Capezzone (nella foto). Il primo ieri riportava in prima pagina la battuta di tale «Robin»: «Capezzone, chiedi a Belpietro. Gli si è appena liberato un ottimo caposcorta». Il secondo ha addirittura ospitato un editoriale in cui si sanciva la soddisfazione per il pestaggio argomentando: «Capezzone è uno che se le tira».” – REDAZIONE DE “IL GIORNALE” (FAMIGLIA BERLUSCONI), 29.10.2010

http://www.ilgiornale.it/interni/chi_si_diverte_pugni_capezzone/29-10-2010/articolo-id=483287-page=0-comments=1

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“Definire articolo queste scempiaggini e’ ridicolo. Ben oltre i limiti della querela x ingiuria, e cmq niente giustifica la violenza. In un paese libero e democratico nessuno va preso a pugni x quelli che dice e che fa. Attacco da brigatista” SALVADF, STATOQUOTIDIANO, 29.10.2010

http://www.statoquotidiano.it/27/10/2010/e%E2%80%99-autunno-capezzone-coglie-castagne/36491/

 

p.s. per noi Capaminchione resta questo: http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Daniele_Capezzone

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