La legge di Omar parte seconda… La recensione

Diciamolo: Omar Di Monopoli è un genio. Con quella fissa per Faulkner, quell’aria trasandata, quella sua scrittura barocca più prolifica di un dizionario di sinonimi e contrari. Per chi ha letto “Uomini e cani” ed ha pensato ad una meteora. Per chi ha spolpato “Ferro e fuoco” ed ha ritenuto che, in fondo in fondo, anche Paganini, una volta sola, nella sua vita, si sarà pur ripetuto. Per tutti loro, “La legge di Fonzi” è la risposta più pura, netta e fottutamente sporca che ci potesse essere. Il nuovo libro del trentanovenne autore di Manduria ha chiuso la trilogia western partita quattro anni fa. “Orecchiette western”, si potrebbero tutti definire. Con la sua scrittura di genere, Omar Di Monopoli non ha (gioco di parole più che voluto) inventato un genere. L’ha semplicemente applicato all’unica entità geografica italiana dove indiani e cow boy non sfigurerebbero: la Puglia.

Questa volta torna in Salento, in un piccolo paese tanto inventato quanto possibile: Monte Svevo. Per stessa ammissione dell’autore, “epitome di tutti i paeselli invisibili” che puntellano la regione. E lo popola di un’antropologia rustica, esacerbandone i vizi fino, talora, a ridicolizzarli, a fumettizzarli. I protagonisti de “La legge di Fonzi” sono la copia fotostatica di quello cui i pugliesi anelano e che non possono essere, sputata concretizzazione di una morfologia affermatasi come antonomasia.

Un po’ “Aspettando Godot”, un po’ “Mezzogiorno di fuoco”, è “La legge di Fonzi”. Sullo sfondo di una Puglia a colori si srotola la vicenda di un paese in cui è atteso il ritorno di Nando Pentecoste, alias Manicomio, ex boss della Sacra Corona Unita. Con sé, Manicomio ha portato via, in prigione, tutti i segreti di una comunità collusa fino al midollo con la malavita, che sul malaffare ha incentrato potere e (quel poco) di ricchezza ma che altro non è che una sommatoria arida di omuncoli. Tutti, adesso, intenti ad aspettarlo. Una cricca di disonesti, gretti, ignoranti, spietati prosecutori di una mentalità retrograda. Di Monopoli ne fa degli emblemi, li erge ad esempi. Crea attorno a loro e su di loro una simbologia ricorrente: lo sfasciacarrozze, il ladruncolo, i bulli di paese, il boss ed il suo codazzo, l’ingegnere, la “maciara”, la gioventù spenta ed arresa, i politici corrotti, il prete di paese. L’autore ci gioca, li plasma, li muove. Li rende umani e spietati a suo piacimento, gli dà vizi (tanti) e virtù (poche, pochissime, quasi nessuna). Ma sfugge, Di Monopoli, alla retorica della speranza. Le sue creature non ne hanno. Se sbagliano non hanno possibilità di redenzione. È il sistema che non lo permette. E, per conto suo, lui, l’autore, resiste alla tentazione di disegnare per ognuna di loro una via di fuga; e non le illude circondandole di un ambiente più amichevole. Al contrario, sono sospese in un contesto ostico, di perenne controra. I richiami sono quelli della letteratura di genere del Sud degli Stati Uniti, vero. Ma è impossibile non ravvisare traccia dell’avversità contestuale dei luoghi di Garcia Marquez. Il caldo permanente, il frullare dello scirocco che spazza e brucia e affanna gli uomini come formiche caotiche al di sotto di un’enorme lente impugnata da Dio. C’è tutta l’afa dell’estate salentina, nelle pagine di Omar Di Monopoli, la cattiveria rabbiosa di un calore senza uscita. C’è il Salento crudo, il Salento altro, il Salento dialetto e pistole. Quello dove non si balla e non si canta. Quello dove non si beve vino per frullare ancor più vorticosamente al ritmo di una consunta pizzica, dove non si contano i giorni di mare, ma quelli che mancano acchè si plachi la bocca infuocata della stagione secca. Il Salento western. Dove però non ci sono i buoni che arrivano a salvare gli assediati, ma solo tanti, tanti cattivi. Ulivi in vece dei cactus, bar in vece dei saloon, biliardo in vece di poker, muretti a secco in vece delle staccionate dei ranch, pecore e cani in vece di bufali e cavalli.

Da leggere. Tutto insieme, tutto d’un fiato. E da consigliare a tutti, regalare, far girare.

La recensione, con altre e con i libri consigliati, di settimana in settimana da me e dalla libreria Ubik, la potete leggere anche su http://www.statoquotidiano.it/25/09/2010/macondo-la-citta-dei-libri/34920/

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