Welcome to Foggia, terra di invasioni barbariche

Lo dico subito e sfondo lo specchietto per le allodole: il problema di Foggia non è il traffico. Nel senso che ciò di cui parlo non è causa di ogni male. Né, di riflesso, la risoluzione del problema in sé sarebbe panacea per renderla un eldorado. Foggia latita da decenni agli ultimi posti nelle classifiche della qualità della vita non solo per la scarsa accessibilità ai servizi, per il bassissimo tasso di occupazione giovanile e femminile, per la poca salubrità dell’aria, per l’inesistente decoro urbano. Foggia latita agli ultimi posti perché egemonizzata da poteri forti che l’attraggono verso il basso, portandola giù in maniera inversamente proporzionale al riempimento del loro portafogli. Foggia, è notorio, è la città del mattone senza calce, dell’appalto compiacente, dell’erezione palazzinara che non contempla la necessità dell’inquilino. I funghi di Foggia sono le case, palazzoni come sfondo di una pianura sterminata.

No, il problema di Foggia non è il traffico, ma la totale assenza di cultura. La cultura, per menadita definizione antropologica, è tutto ciò che accomuna un gruppo di persone insediate su un dato territorio per sopravvivenze, usi, costumi, tradizioni. Il collante etnico di Foggia, ad oggi, è l’inciviltà. Laddove imperano lordura ed urla, impera l’inciviltà. E laddove l’inciviltà è l’unica cultura possibile, trionfano i paradossi.

Domenica mattina: vorrei che qualcuno del cast della versione dauna de “La febbre del sabato sera” girasse, finalmente cosciente dopo una buona levataccia (schiaffi in faccia dall’aria pungente delle sette, caffè ed abbondanti antidolorifici per placare il cerchio alla testa), per parchi, prati, vie e vicoli da egli stesso non lucidamente popolati poche ore prima. Già, il problema di Foggia non è il traffico, neppure le moto delle quattro del mattino, neppure le Uno e le Alfa e le Porsche a ruote sgommanti delle cinque, neppure le autoradio delle sei. E, forse, non è neppure solo l’asfalto di bottiglie, carte, bicchieri e cocci posato come neve. Il problema di Foggia è la mente di chi non comprende il fastidio altrui; di chi si sente in obbligo, per libertà personale, di insozzare laddove, a distanza di un giorno, altri non hanno più la possibilità di stare.

Se le vie di Foggia sono pascolo per foraggiatori notturni, la colpa non è della città, ma di quella parte peggiore dei cittadini che s’arroga il diritto di sfogare le frustrazioni di una settimana di lavoro, di scuola o, peggio, di nulla, nel baccanale indecente di un paio di nottate brave. Un vuoto di pensiero col deficit del non dimostrare un beneamato nulla. Torna alla mente l’analisi cruda fatta un paio di mesi fa dal giornalista inglese Tom Kington (un quarantenne, non certo un tirannosauro) che, sul “The Observer” scriveva: “La nuova generazione consuma più alcool e la voglia, tipicamente italiana, di fare bella figura è sostituita dal vanto di perdere il controllo”. Leggere il dizionario dell’imbecillità, per ulteriore conferma, alle voce “balconing”. Non si troveranno lettere, né parole, ma puzza di rum e macchie di follia e sangue, rumore di ambulanze e sguazzi vani.

Succede dove l’idea soccombe allo sballo, dove si anestetizza il pensiero propagandando miti di benessere. Il sottile gioco del capitalismo di rapina, del potere di consumo, che vieta e parla quel che in realtà vorrebbe si imponesse, ha avuto buon gioco sulla disciplina della civiltà. Ovvio che un ragazzo che crede di star bene bevendo fiumi di birra e gettando via un bicchiere regge il gioco più di una pecora fuoriuscita che si domanda i motivi per cui sia inutile pagare per star bene.

Stamane, stamattina come oggi pomeriggio, pochi momenti prima di pubblicare questo post, come ogni domenica, Piazza Padre Pio, Parco San Felice, tutte le strade secondarie del centro storico, molte aree di cantiere e gli spazi dirimpetto ai pub, erano invase da tappeti di bottiglie, bicchieri di carta e vetro, mozziconi di sigarette, carte e cartoni di cibi consumati.

Come ogni provincialismo che si rispetti, Foggia soffre oggi di una mania di grandezza che non risponde ai canoni che la realtà imporrebbe come veri. Bar pieni e associazioni vuote. Spesso, associazioni piene di quel che i bar stessi diffondono. Non mi interessa la stantia polemica sul paradiso artificiale, la consunta guerra antiproibizionista, l’apertura di un tavolo sulla rimessa in gioco dell’intero sistema civile, ormai naufragato. Mi interessa di una città irriconoscibile, che ha smarrito non solo la sua originaria vocazione del lavoro – per demerito altrui – ma che ha perso anche la voglia di lottare per riacquisirla. Si è contentata dell’esca sul primo amo calato, senza pensare che il mare pullula di plancton e di cibo “mobile”. Meglio foraggiare che cacciare. Meglio pecore che leoni. Meglio tutto, tranne che foggiani. A meno che non giochi la squadra di calcio. A quel punto, allora si, l’onore di un vessillo va difeso. Ad ogni costo. Benvenuti, signori, nel regno delle invasioni barbariche.

ps. prometto di mettere quanto prima le foto. Purtroppo ci sono problemi sul server

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