Il sonno dell’eroe sovietico

L’immagine di cornice del mio blog è dedicata a lui. Tra i tanti eroi occupanti dell’oggi, lui è stato, invece, un liberatore. Poco celebrato all’estero, oggi quasi dimenticato nella Russia di Putin. Abdulkhakim Ismailov, uno dei tre soldati sovietici ritratti nella foto nell’atto di issare, nel maggio del 1945, la bandiera rossa sul Reichstag, è morto ieri nel villaggio di Khassaviourt, in Daghestan, una piccolissima quando sperduta ed ignota regione del Caucaso russo. Aveva 93 anni. Il suo nome è sconosciuto, dicevo. E la retorica dell’alleato d’oltreoceano non ha mai giovato tanto nel perpetuare i gesti di questi piccoli grandi uomini che aprirono i cancelli di molti campi di concentramento dell’Est Europa e che marciarono sino a Berlino per scalzare il regime nazista.

Scompare un altro pezzo importante della storia rossa. Un partigiano anche lui, a suo modo. Soldato coraggioso e leale, Ismailov. Perfetto difensore dell’indipendenza sovietica dalle manovre zariste ed imperialiste. Oltre che, ovviamente, da quelle tedesche. A ventidue anni arruolato nell’Armata Rossa, a venticinque combattente a Stalingrado contro la croce uncinata, qualche tempo fa, non molto, per la verità (al tempo dell’orrendo Elsin), era stato dichiarato eroe dell’Unione Sovietica. I suoi occhi si chiudono su un mondo ben diverso da quello da lui immaginato e le sue vecchie mani, quelle che ressero tutti i sogni nell’immagine di una bandiera color fuoco ardente, si stendono oggi senza aver potuto toccarne l’effettiva realizzazione.

A lui, adesso, non resta che dedicare un passaggio di una poesia di Vladimir Majakovskji, certo che, nell’ansimo della marcia, a piedi per i sentieri caucasici, nella neve polacca, sotto il pallido sole d’Europa, Abdulkhakim abbia avuto il cuore infiammato dello stesso sentimento: “Vedete, il cielo s’annoia delle stelle! Senza di lui intrecciamo i nostri canti. Ehi, orsa maggiore, esigi che ci assumano in cielo da vivi! Bevi le gioie! Canta! Nelle vene la primavera è diffusa. Cuore, batti la battaglia! Il nostro petto è rame di timballi”.

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