Ma che cos’è ‘sta crisi?


(di Giuse Alemanno)

Graduale, scema la timidezza sulle dichiarazioni di ottimismo relative alla fine della crisi economica che ha investito tutti i settori del vivere civile. In verità le grandi fabbriche, le banche e le imprese importanti sono state tuelate dal governo in un modo tanto vispo e tempesivo da destare stupore e perplessità; per i lavoratori ‘privilegiati’ sono state gonfiate le paperelle degli ammortizzatori sociali, il resto è stato affidato alla ventura, o alla malora. Così, alla ripresa settembrina, sono spuntati gli elenchi funebri delle aziende che dovevano aprire ma chiuse rimasero, si sono abbrunati i volti dei lavoratori rientrati rinvigoriti dalle ferie destinati ad estenuanti far nulla e si strozzano tante piccole economie private condannate, perando non risulti offensivo per i mitilicoltori, ad andare alle cozze. Nella mia qualità di lavoratore ‘privilegiato’ sto maturando una paura e, lo dico per chi non lo sapesse, a me la paura fa spavento. Per spiegarmi, però, ho bisogno di un preamblo, come usavano una volta i democristiani evoluti. Il lavoratore ‘massa’ è una entità forte in quanto è in grado di unificarsi in decisioni collettive superiori alla media individuale: la quntità diventa qualità; così un lavoratore ‘massa’ può proiettare la sua volontà nel futuro, dato che l’avvenire appare più importante e fertile del presente. Un lavoratore ‘individuo’, invece, sarà guidato solo dall’urgenza di soddisfare necessità (o mediaticamente indotti capricci consumistici) immediate, completamente in preda alle passioni del momento ed alle criticità del contingente. Come è facile intuire, le più importanti conquiste sociali sono state ottenute sempre dai lavoratori ‘massa’, giammai da quelli ‘individuo’ perchè il lavoratore ‘massa’ è possente, il lavoratore ‘individuo’ è debole. Partendo da queti presupposti temo che sia in nuce un tentativo bieco di trasformazione del mondo del lavoro sopravvissuto a questa crisi: il mondo padronale birbante proverà a mutare i propri dipendenti da ‘massa’ in ‘individui’, portando alle estreme conseguenze ciò che era stato inaugurato dall’epoca della precarizzazione selvaggia. Così sono partiti gli attacchi tesi a disgregare l’unità dei lavoratori, aggressioni con il bastone (le gabbie salariali) e con la carota (le defiscalizzazioni delle produttività). Ho ben chiaro l’uso che si farebbe sui lavoratori del bastone, come dimostrato dagli assalti delle forze dell’ordine agli operai della INNSE di Milano in rivolta; sulla carota solo la decenza mi impone di tacere: arriva dall’epoca pionieristica della Ford americana degli anni ’30 iltrucco capitalistico del miraggio dell’alto salario per mutare un lavoratore ‘massa’ in un gorilla ammaestrato. Questo aspetto è solo un aspetto di ciò che una mente raffinata definì ‘sovversivismo dall’alto’; altri sono le leggi ‘ad personam’, lo sfuggire per ‘lodo’ ai tribunali, l’indifferenza al conflitto di interessi. Ma c’è un altro aspetto, perniciosissimo, che genera in me ancor più preoccupazione; qualcosa che, a distrarsi, può diventare sul serio il grimaldello con cui scardinare la già traballante unità dei lavoratori. Se l’attenzione dei lavoratori si sposta su ciò che una azienda decide di fare in materia di riduzione della produzione e ricorso alla cassa integrazione (dunque, in prospettiva, sul rischio di perdre il posto di lavoro) è inevitabile si instauri la paura del peggio, soprattutto se tale paura è sostenuta abilmente dall’azienda malandrina con riduzioni di produzione e ricorso a rotazioni veloci di cassa integrazione. I lavoratori, in questo modo, diventano attori passivi e spaventati, pronti ad accettare qualsiasi soluzione stimassero salvante. Così anche i lavoratori ‘privilegiati’ sarebbero finalmente alla completa mercè di chi ha palesato da tempo quale risultato si prefigge: la precarizzazione totale del mondo del lavoro e la flessibilità appecorinata dei prestatori d’opera. E’ questa la sfida epocale lanciata al crepuscolo della crisi dal mondo di chi questa crisi ha creato contro chi, invece, questa crisi ha solo subito. Torna alla mente Brenno che calò a tradimento lo spadone sulla bilancia che misurava l’oro romano utile ad ammansirlo: ‘Guai ai vinti!’, strillò il barbaro. Ritengo sia bene si ricordi: i lavoratori per vinti non si sono dati mai. Sui nidi di resistenza sui tetti delle fabbriche lo sanno molto bene.

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Published in: on 25 novembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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