Arpinov-hell… L’inferno a due passi da casa

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4 MESI IN MEZZO… MALGRADO LE PROMESSE, NEL CAMPO NOMADI DI ARPINOVA POCO O NULLA E’ CAMBIATO… ECCO I PEZZI PUBBLICATI SU L’ATTACCO IL 25 LUGLIO ED IL 10 NOVEMBRE 2009…

LUGLIO 2009

Dodici famiglie, tutte foggiane, da quattro anni sono relegate nel dimenticatoio civile della città. Ai bordi di Foggia, località Arpinova, svolta a sinistra pochi metri dopo il Parco Archeologico di Passo di Corvo. Proprio laddove sopravvivono, o vivacchiano se lo si preferisce, oltre seicento rom. Di cui, dato impressionante, duecento bambini. Ieri il caldo era di quelli atroci. Il sole della Capitanata, quello che fa crescere il grano e porta a maturazione i pomodori, non si faceva scrupoli nel giocare al ruolo dell’impietoso sulle baracche, i container e le roulotte di Arpinova. Quarantadue gradi all’ombra quando sono appena le 10.30 del mattino. Basta entrare nel campo recintato per rendersi conto dello stato d’abbandono in cui versa questa parte di città. E questo pezzo di cittadinanza. Gli italiani sono in baracche di ferro l’una addossata all’altra. Al sole s’arroventano e diventa impossibile finanche passagli accanto. Ad un primo, rapido sguardo balza subito agli occhi una struttura che è più grande delle altre. Era il vecchio refettorio dell’originario campo nomadi. Da oltre quattro anni, dopo che il Comune ha trasferito qui le famiglie (si torna indietro con gli eventi fino al marzo del 2005), è stato diviso con artigianali muri in cartongesso. Casa divisa da casa. E, all’interno delle case, stanze divise soltanto dagli stessi artigianali metodi. Ognuno s’è adattato alla meglio. Forse, sarebbe più opportuno dire alla meno peggio. Dopo una diatriba con Palazzo di Città, alcuni residenti sono riusciti per lo meno ad ottenere i climatizzatori. Che, tuttavia, spesso, quando la temperatura s’innalza a livelli insostenibili come sta accadendo in questi giorni, rischiano di saltare. I sovraccarichi sono frequenti. D’estate e d’inverno la corrente salta facilmente. I black out arrivano a durare alle volte fino a tre, quattro ore. Negli ambienti climatizzati la situazione non è delle peggiori. Lo scenario, di contro, cambia nel momento in cui ci si sposta negli altri spazi domestici. Il caldo diventa insostenibile, l’afa attanaglia il fiato e la sopportazione viene messa a dura prova. Qualcuno dei residenti, indirettamente, fa capire di non credere più alle false promesse. Né alla stampa: “Oggi ne parlate, domani ve ne siete già dimenticati. Voi, come il sindaco e la cittadinanza”. Le condizioni igieniche del campo sono pessime, al limite dell’umana concezione. Diverse volte sono state inoltrate richieste al comune. I pozzi neri sono stracolmi, il liquame straborda dappertutto, invadendo il campo. Le erbacce crescono dappertutto fungendo da facile ricettacolo per gli insetti e da rifugio per animali di varia risma: dai serpenti ai ratti. I bambini, tanti, giocano nel mezzo dei cortili esponendosi ad inevitabili rischi. In qualche episodio è accaduto anche che alcuni piccoli di etnia rom siano stati morsicati dalle serpi. Dal lato “italiano”, molte sono anche le donne incinte. In generale, tuttavia, è difficoltoso differire lo spazio sulla base delle divisioni etiche. Soltanto una rete metallica, una spartana cancellata messa di traverso, segna grossolanamente il confine. Dopo l’incendio del 19 dicembre 2007, quello che provocò la morte di un bambino di tre anni, incenerì una parte del campo e causò il sequestro dello stesso per circa sei mesi, i nomadi sono stati costretti a spostarsi più vicini alle baracche dei residenti italiani. “C’è – denuncia a l’Attacco Aldo Viola, il portavoce degli abitanti del luogo e leader delle lotte per la casa – una vera e propria promiscuità. Ormai non comprendiamo più nulla di quello che sta accadendo”. Tuttavia, non si può dire che ci siano rivalità, conflitti o inimicizie tra i gruppi di abitanti. Anzi, italiani e non sono perfettamente integrati. Sebastiano, il portavoce dei rom, ci accompagna in giro per (e nelle) le roulotte del campo. Chiacchiera fitto, si ferma, discute con Aldo Viola. Indica 26 dei 48 container qui già installati dal Comune di Foggia. Volano anche parole dure contro la vecchia giunta, contro alcuni assessori, come Francesco Paolo De Vito, che avevano promesso tanto e che, invece, stanno contribuendo a far accumulare ritardo su ritardo. “O sbloccano la situazione oppure noi sfondiamo le porte dei container ed entriamo”. Nell’interno delle roulotte il caldo è insopportabile. Una cappa di afa ed umidità. Non c’è acqua, non c’è neppure la luce. Non ci sono i climatizzatori. La gente è ferma, seduta su sedie sfondate, all’ombra di qualche albero. Il vento di scirocco che spazza Foggia alza la polvere che arriva dai campi limitrofi. In terra, i tombini sono per lo più aperti. Vere e proprie trappole. I residenti hanno tentato di porre rimedio alla situazione adagiandovi delle tavole di legno, dei mattoni forati, materiale di scarto vario. Tuttavia, soprattutto nei pressi dei nuovi container, ne rimangono molti a cielo aperto. E non funzionanti. È la zona che tutti chiamano il “bagno delle donne”, una struttura in pietra grigia, anche questa senz’acqua, con cinque porte bianche. Il servizio è chiaramente insufficiente per soddisfare le esigente dell’intero campo. Oltre al fatto che, mancando l’approvigionamento idrico, non è funzionante. Così, tutto il pavimento, ed anche all’esterno della struttura, è tutto un pullulare di escrementi. Il tanfo che si alza è nauseabondo. Sebastiano guarda, ci obbliga a fermarci. “Mi piacerebbe che il Sindaco o chi per lui si fermasse qui anche solo per un’ora. Sempre che ci riesca”. Ed invece è difficile credere che l’amministrazione conosca fino in fondo i problemi di questa parte di mondo.

Mentre assistiamo allibiti allo spettacolo indecente dell’incuria istituzionale, siamo attorniati da bambini scalzi, da donne incinte, da uomini curiosi. Un capannello di gente che non attende che di dare voce alle proprie frustrazioni, di divenire protagonista del proprio destino. Ci parlano con determinazione. Chiedono a noi di intercedere affinché la situazione si sblocchi. “Non chiediamo chissà cosa – argomenta un ragazzo – Molti di noi sono nati in Italia. Perchè non possiamo avere almeno i diritti di base?” L’italiano che parla è perfetto. E si lascia andare anche al dialetto con una semplicità disarmante. “Ho vissuto quindici anni in una casa famiglia, poi sono tornato in mezzo alla mia gente. Per rimanere senz’acqua?”

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OGGI

Lo si legge nei loro occhi e nella spietata tristezza che pervade la voce. Hanno perso ogni speranza di venire a capo della situazione. O almeno, sanno che la loro attesa non sarà breve come promesso da Palazzo di Città. Disperano perché a maggio avrebbero dovuto avere tutto; a luglio, quando l’Attacco già si recò sul posto, non avevano niente; oggi soltanto qualcuno di loro vive degnamente. È l’amaro destino dei profughi del campo di Arpinova. Dei quarantotto container garantiti, soltanto ventiquattro, attualmente, sono stati dissigillati, aperti ed abitati da altrettante famiglie. Gianni Mongelli e la sua giunta, in visita solo qualche mese fa tra le buche ed il fango, ne hanno promessi dieci supplementari. Saranno trentaquattro, in tutto. La teoria non chiederebbe che l’impianto. Ma la pratica è la dimostrazione dell’incapacità di far fronte alle esigenze di una parte di città che pullula di bambini nati a Foggia e quasi tutti malati per colpa del freddo e della pioggia di questi giorni e di queste ore. A distanza di quattro mesi dal nostro reportage, come sotto la calura di fine luglio, sono ancora quasi tutti lì, piedi scalzi, molti senza cappotto, a giocare negli acquitrini. Si avvicinano, incuriositi. Tre bambine al massimo di tre anni maneggiano come bambole pietre e mattoni; i bambini pezzi di legno raccolti da una sorta discarica a cielo aperto collocata giusto di fronte ai container nuovi. È in questo largo spiazzo che dovrebbero essere impiantati i nuovi. Il Comune aveva promesso l’esecuzione dei lavori di urbanizzazione. La fogna c’è, anche se le due strutture in pietra adibite a bagni non ne sono servite. Ma l’urgenza rafforza lo stomaco. La gente li utilizza comunque. Solo perché non può farne a meno. Ed il risultato è una grande latrina chiusa da quattro mura. Come quest’estate, avvicinarsi è problematico. L’olezzo è troppo forte e vento e freddo non fanno fronte alla drammaticità della situazione.

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L’acqua non serve tutte le roulotte. In alcune vivono famiglie anche di nove, dieci componenti. Fare una doccia è impossibile. “A stento – ci dice una donna – abbiamo l’acqua per cucinare”. Ma al di sotto dei tappeti che molti usano come pavimento, le piogge hanno creato dei veri e propri acquitrini. Già, perché per vivere c’è bisogno di spazio e, addossati alle roulotte sono stati ricavati degli spazi in legno. Sono le donne quelle che stanno peggio. Ci conducono all’interno, tra mosche ed umidità. In una di queste in cui entriamo ci sono due gemelli di tre anni. Anche in “casa”, malgrado ieri mattina l’aria fosse clemente, portano il cappotto.

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Tutti nel campo pensano a loro, ai bambini. Per fortuna, il servizio navetta messo in piedi dal Comune funziona ancora. Molti sono in classe. Altri genitori sognano per loro un futuro nelle aule, insieme con gli altri bambini italiani. Ma fino a che punto il desiderio non è che un’utopia? Un ragazzo di 27 anni, macedone, spiega che la maestra di suo figlio, sette anni, li accusa di non badare alla loro pulizia. Si stupisce: “Noi vogliamo tenerli puliti, ma come si fa? Chi lo dice alla maestra che noi, italiani, non abbiamo neppure l’acqua per lavare i nostri figli?” Mostrano il permesso di soggiorno per farsi titolari dei diritti. Per lo meno di quelli di base. “Come si fa a vivere così, fratello?” dice rivolgendosi a noi. Racconta quasi in lacrime che, pochi giorni fa, ha rischiato di dare fuoco alla sua roulotte nel tentativo di accendere una stufa. “Dopo le dieci di sera, le nostre roulotte sono come un frigorifero”.

I bambini. Un altro giovanissimo padre ci mostra la comunicazione di “un assistente” che cura la figlia. Si legge: “Controllare la cisti operata perché Suki sente dolore quand’è seduta”. Ma curare è un lusso che da queste parti non ci si può permettere. “Non abbiamo soldi”. Ed il resto lo fa la paura della legge. Che non violano neppure, non essendo clandestini.

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Mentre il mondo grida alla pandemia diffusione dell’H1N1, le condizioni igienico – sanitarie del campo nomadi di Arpinova sono altrettanto allarmanti. La Croce Rossa non arriva da queste parti. I medici se ne tengono alla larga. Finanche l’Opera Nomadi, cui è affidata la gestione, è immobile. Ci sono donne diabetiche allo stremo, bambini malati di cuore e tantissimi sono  i casi d’influenza. A ciò si aggiunge il fatto che i pozzi neri non vengono spurgati da mesi e, nei pressi, l’aria è impestata ed antipodica rispetto alla salubrità. Di fronte, la vita è quella scombussolata di tutto il resto del campo. Le donne lavano i piatti  all’esterno degli spazi abitativi, in lavabi artigianali con appena un fiotto d’acqua che esce da una pompa, puliscono e detergono tappeti in gomma con olio di gomito per impedire alla polvere di entrare con il vento. A poca distanza passano ratti e alcuni bimbi giocano con grossi cani. Poi il cielo si annuvola ed inizia a piovere. E tutti tornano all’interno. Chi nei container, chi nelle roulotte.

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Published in: on 10 novembre 2009 at 22.29  Comments (1)  

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One CommentLascia un commento

  1. mi sembra di leggere le pagine strappate dal romanzo di pasolini “ragazzi di vita”, in cui
    sembra davvero una pagina sottratta al racconto di Pasolini “Ragazzi di vita” incui descriveva con sferzante realismo le condizioni abitative degli abitanti delle baraccopoli di trastevere.
    ferrante è stato davvero in gamba ad accendere i riflettori su questa vergognosa situazione che sembra scontrarsi in maniera fragrorosa con il battage pubblicitario sulla vaccinazione anti-influenzale. mentre qui si rischia la peste bubbonica (trasmissibile attraverso gli escrementi dei topi e dei ratti che sguazzano in quei “cortili” insieme ai bambini) ci si preoccupa di un raffreddore. è ora di dire basta a queste condizioni disumane.


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