Che bella la Chiesa dei morti!!!

Ci sono voluti vent’anni di ricerche, forse anche più, perché dall’antro della memoria familiare sbucasse fuori quello che ricercatori ed addetti ai lavori andavano cercando. Già, perché sin dalla chiusura della chiesa dei Morti, del quadro posto al centro dell’altare maggiore non si è saputo più nulla. Le ricerche svolte sul campo risultarono infruttuose. Nessuno, tra gli abitanti del quartiere, ha mai fornito indicazioni utili per risolvere il problema. Un po’ per dimenticanza, un po’ per timore. Un po’, probabilmente, per omertà. Di quella tela, che per dimensioni non doveva passare inosservata, si hanno ricostruzioni frammentate. E teorie abbozzate ma non certe. Sarà difficile entrare nei particolari almeno fino a quando, in mano, non si avrà una ricostruzione efficace e per lo meno verosimile dell’opera. Qualcuno sostiene la possibilità che il quadro sia stato trafugato dalla nicchia in marmo dell’altare della chiesa e venduto come opera di pregio. Sino a qualche anno addietro, in zona, aveva sede anche un rigattiere, chiamato “Gorilla”, i cui locali di deposito erano attigui ai sotterranei dell’edificio sacro. Potrebbe essere una pista interessante da vagliare, meno fantasiosa, esempio, di quella che vorrebbe il quadro come parte di in una collezione privata di New York. Dopo l’appello lanciato su l’Attacco dall’architetto che sta curando i lavori di restauro della chiesa, Michele Stasolla, è stato possibile risalire ad un’immagine. Una traccia, sbiadita e confusa. Si tratta di una foto, confusa ed ingiallita dal tempo, scattata il 3 gennaio del 1950 in occasione del matrimonio fra Teresa e Carlo Forcella (poi divenuto sindaco democristiano di Foggia). Uno scatto amatoriale, come conferma la donna, attribuibile ad un invitato, “un amico”. Sull’altare maggiore c’è il quadro, ancora al suo posto. La figura rappresentata è inintelligibile per l’usura della foto. Appositi strumenti potrebbero aiutare a far luce in proposito. Quello che colpisce di primo acchito, tuttavia, è la ricchezza globale degli interni. Malgrado il bianco e nero, e malgrado la poca professionalità dell’autore dello scatto, viene alla luce tutto lo sfarzo che la distingueva fra le chiese di Foggia. Statue di marmo bianco, marmi policromi, imponenza delle suppellettili interne. È il trionfo del Barocco di Capitanata, regalato alla città dalle maggiori e più influenti famiglie del Seicento e, poi, del Settecento. La signora Teresa, con un pizzico d’emozione nella voce, torna indietro nel tempo a sessant’anni fa. Scava nei meandri della sua memoria per riportare alla luce il periodo in cui, in prima persona, visse in prima persona quegli spazi. Erano gli anni complessi del secondo dopoguerra. La Chiesa dei Morti era, allora, la struttura al cui interno si svolgevano tutte le celebrazioni rituali della Fuci, l’Associazione universitaria cattolica. Vicina alla Democrazia Cristiana. La signora Forcella ne fece parte, come dice lei stessa, “fra il 1943 al 1947”. Quattro stagioni prima della laurea. L’impressione che resta viva è lo stupore del colore. Amalgamato col candore del bianco delle statue. Bastano parole semplici a Teresa per descriverla: “Era una chiesa stupenda, prestigiosa, di lusso”. La ricorda così, come l’epifania costruttiva dell’alta borghesia foggiana. Prima ancora delle mille voci, prima ancora della chiusura forzata ed infinita, prima ancora dei lavori nel pozzo di un paio di settimane fa. “Solo facevano tristezza tutti i teschi. Erano dappertutto”. In quegli anni, ma anche in quelli avvenire, unirsi in matrimonio nella chiesa dei Morti era una pratica per lo meno inconsueta. Probabilmente proprio per l’aria lugubre, forse per le tante storie che già sin da allora si narravano. Una di queste identificava la chiesa e, particolarmente, la cripta come un cimitero della Controriforma. Le diverse decine di salme ossificate rinvenute potrebbero anche suffragare questa ipotesi. Che, tuttavia, i documenti non sono ancora in grado di supportare. Né, va detto, di confutare. Il matrimonio dei coniugi Forcella fu celebrato comunque. In barba alle credenze. E, addirittura, “a furor di popolo”. “Tantissimi giovani, soprattutto fucini, molti parenti non solo di Foggia” elenca Teresa. Le immagini confermano. L’ambiente unico stracolmo di gente. A celebrare don Renato Lusi, a concelebrare don Vincenzo Forcella, fratello di Carlo. “È per questo, per la mia gioventù, per il nostro matrimonio, per tutto quello che ha significato per la mia famiglia, che sento la chiesa dei Morti come fosse ancora mia”. Sebbene sono anni che non ci metta piede, resta l’affetto. Il ricordo mai sbiancato delle celebrazioni “della Foggia bene”. All’una di domenica, subito dopo lo struscio per il corso. Gentiluomini foggiani ben vestiti. L’altra faccia di una città a fortissima vocazione contadina, bracciantile, operaia, impiegatizia. Essenzialmente professionisti, tutti riuniti nello scrigno di Piazza Purgatorio – Via San Domenico faccia all’altare, a recitare preghiere in latino. Ma la chiesa dei Morti fece anche da grimaldello del progresso. In seguito alla decisioni conciliari del Vaticano II, insieme con la parrocchia di San Giovanni Battista e grazie all’azione di don Teodoro Sannella, animatore di un gruppo di ragazzi dell’Azione Cattolica, qui si abbandonò quasi immediatamente la celebrazione in latino ed altrettanto rapidamente i giovani imbracciarono le chitarre per sostituire gli originari canti di lode gregoriani. Fino alle voci, le polemiche, la chiusura.

(pubblicato su l’Attacco del 3 novembre 2009)

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Published in: on 3 novembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  

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