Tutto l’imbarazzo di Pepe…

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Il notaio è imbarazzato. Per Antonio Pepe sono giorni complicati, stracolmi di veloci evoluzioni ed altrettante repentine involuzioni. Sale e scende il suo borsino di Presidente della Provincia a seconda dell’andamento e della quotazione di questo o quell’Assessore nella corsa per le Regionali dell’anno venturo. Perché è proprio a partire da questa base che si apriranno, nell’immediato, gli scenari più importanti per il centrodestra. Panorami che tengono insieme, in un unico sguardo, la casa (il Pdl), la Capitanata (quindi le sorti dell’amministrazione Pepe) e la Puglia (candidatura nelle liste in corsa per le elezioni di marzo). Fatti fissi gli equilibri, che rimangono sempre quelli, con la gara a rincorrersi e superarsi fra il senatore Carmelo Morra, il tandem forzista Lucio Tarquinio – Tonio Leone, il consigliere regionale uscente Roberto Ruocco e l’europarlamentare Salvatore Tatarella, motivo di accigliamento per il Presidente Pepe è il ruolo che, in queste Regionali 2010 avrà Leo Di Gioia. Il giovane Assessore, braccio destro del notaio, è considerato da più parti il vero padrone di casa a Piazza Venti Settembre. Pepe, sempre molto impegnato, gli ha delegato, sin dall’inizio della legislatura, tutti i poteri. Una situazione tutt’altro che comoda per l’ex consigliere comunale aennino. In virtù di questa sua posizione, Di Gioia è costretto a muoversi con un perenne passo felpato. Col rischio, sempre vivo, di pestare i piedi del Presidente. Impossibilitato a candidarsi a giugno nelle elezioni per il Consiglio Comunale, rischia di dover ritrarsi anche in questa nuova tornata pugliese. Pepe, dal canto suo, senza Leo non compirebbe un solo passo e porrebbe in discussione l’impostazione globale di una giunta già di per sé litigiosa da mesi, dove le divisioni sono all’ordine del giorno e dove l’Udc è sempre più incerto sul da farsi (la vittoria della mozione Bersani al congresso del Pd potrebbe anche essere la spallata finale al gigante post democristiano). Come dire, Di Gioia a Bari esautorerebbe il Presidente da ogni vincolo. Il che pone Pepe nel bel mezzo di una crisi personale prima ancora che politica. Il notaio non ha mai gradito l’investitura a Presidente di Palazzo Dogana. Che, sommato con il seggio in Parlamento, gli conferisce autorità, ma sottrae tempo al professionista. Gli accordi, ora più che mai, sono chiari. Ed il Presidente ha già in mano la decisione. Terminate le scadenze, tirerà i remi in barca, consegnando tutto a un sempre più istituzionale Di Gioia. Ciò che lo blocca e che, di fatto, mantiene viva la fiammella della sua amministrazione è, oltre al ruolo del suo delfino, anche il tacito patto di non belligeranza stipulato con Tonio Leone e Carmela Morra. I due, che esprimono un buon numero di propri assessori, non hanno, a differenza degli inquieti Santaniello e Tarquinio, nessuninteresse a mettere a rischio gli equilibri di Palazzo Dogana. Fatto sta che Leo scalpita. Il suo nome venne a galla, e con una certa insistenza, nella corsa alla sindacatura di Foggia (arrestato proprio da Pepe). Il che, probabilmente, avrebbe determinato la vittoria del centrodestra al primo turno. Sebbene in molti alludano al fatto che lui, tra le altre cose al di fuori dalle spartizioni e svincolato quasi del tutto da cordoni ombelicali che obbligano i politici locali ai rispettivi riferimenti nazionali, non abbia abbastanza voti neppure per garantirsi il seggio a Via Capruzzi. Leo incassa e va avanti. Già da tempo è impegnato nella campagna elettorale, forse certo che questa possa essere la volta buona. Per questo starebbe intavolando tutta una serie di incontri con i cittadini, con i settori produttivi, con esponenti del mondo dell’associazionismo. Altra situazione, questa, che tormenta il Presidente. Nella corsa alle Regionali è infatti lanciato anche Pico Pico De Leonardis, imparentato con lui. Un vincolo di sangue che difficilmente potrà essere eluso. E, nello stesso tempo, un motivo in più per tenersi stretto Di Gioia. La cui permanenza, paradossalmente, farebbe comodo anche agli eterni scontenti che si sentono poco rappresentati in giunta. pepe, si diceva, senza il fedele Leo non avrebbe alcuna ragione a tirare avanti. Anche se la sua candidatura sarebbe il segno di un allargamento degli equilibri interni al Pdl e costituirebbe la frattura dei vecchi sistemi di potentato (anche considerando quanto sgomitano altri homines novi del centrodestra di Capitanata, a partire dal gruppo lucerino appoggiato da Carmelo Morra). Il meccanismo, più volte evocato in estemporanee uscite di esponenti più o meno autorevoli del Pdl, potrebbe essere favorito anche dal turn over che il pdl sarebbe in procinto di attuare per puntare al ringiovanimento della rosa dei suoi competitors. In uscita ci sarà di certo Enrico Santaniello, che proprio in un’intervista rilasciata a l’Attacco, ha confermato la decisione di non voler sedere più in via Capruzzi. Rimane l’incognita Tarquinio. Dovesse passare, all’interno della formazione berlusconiana, l’azione di rinnovamento decisa all’interno della stanza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, allora le carte sul tavolo andrebbero a rimescolarsi. Ed il primo a rientrare nel giro dei giocatori potrebbe essere proprio Leo Di Gioia. Con tutti gli inevitabili grattacapi, ancora una volta, per Pepe.

(L’attacco, 18 ottobre 2009)

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Published in: on 28 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  

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