Ninuccio Viggiani, cavamonte, una vita a servizio del pci

murale

Martino Viggiani cammina per Apricena ed ogni dieci passi riceve un saluto. “Cià Ninù”. In paese lo conoscono tutti così: Ninuccio. Sin da bambino. Ninuccio Viggiani è stato il figlio di tutti nel paese dell’alto Tavoliere. La sua è una storia che, benché malinconica nella sua straordinarietà, accomuna molte famiglie della provincia di Foggia, in una lunga catena che fonde San Severo e Cerignola. Persone come numeri, sottomesse alla logica del padrone della terra o, come nel caso di Ninuccio, della cava. Logiche, dice, “di sopraffazione dell’uomo sull’uomo”. Il suo sguardo non ha rabbia, né risentimento alcuno. Tradisce appena quel pizzico di commozione prodotto dalle immagini che roteano frenetiche negli occhi. Fotogrammi di battaglie per la dignità, scontri con i missini; soprattutto le lotte per spremere quel pizzico d’oro ad una vita fatta di lavoro saltuario. Nel vocabolario di Ninuccio, che incontriamo nella sede del Pd di Apricena (sede che fu per vent’anni del Partito Comunista e che lui chiama “casa”), ritornano concetti antichi. Alcuni che avocano dolori sociali, altri che ridanno senso ad un’era politica cartabollata troppo frettolosamente in maniera negativa. Ideologica, vero, ma soprattutto ideale.

Ninuccio è il frutto più puro di quell’albero. La sua vita incominciò nel 1947, nel mezzo della provvisorietà. A guerra appena conclusa e con le truppe alleate appena uscite dalla provincia dopo averne succhiato l’anima. A dodici anni, appena bambino, iniziò a lavorare in miniera. Troppi pochi gli introiti del padre. “Il pane era poco”. Così il 13 giugno 1959, Ninuccio varcò la soglia della cava proprietà della “Veneziano Marmi”. Ancora non ne era consapevole, ma quei passi che compiva avvicinandosi al cancello, gli avrebbero cambiato la vita. L’impatto fu traumatico. Torme di gente impoverita dalla guerra alla ricerca dello scatto per ripartire. Cento lavoratori, settanta adulti, trenta ragazzi. “Ed io non ero nemmeno tra i più piccoli”. Con lui bambini di sette, otto, dieci anni. Ma a tanto lavoro, sua fortuna, corrispondeva uno stipendio ben più che dignitoso. “Ogni settimana, dopo appena due mesi, portavo a casa 6.660 lire”. Più del padre, più di molti adulti del paese. Prezzo da pagare per l’agio, però, si chiamava cottimo. Le monete sonanti venivano cedute dal padrone in cambio del frusciare della banconota umana. Dieci, dodici ore di duro lavoro, e poi a piedi sino a casa. Il cottimo lo richiedeva. “Più lavori più guadagni”. Nessuno curava l’altro, ogni operaio era in competizione con l’altro. Non uno sguardo, non una parola. In cava ogni uomo era un fortino a baluardo del proprio stipendio. “Era straziante”, ricorda quel bambino ora sessantaduenne.

A diciott’anni, Ninuccio venne ingaggiato come apprendista. Una piccola soddisfazione, ma il lavoro rimase duro. L’eldorado dell’assunzione alle porte. “Mi promettevano che mi avrebbero messo a posto”. Ed invece il castello che si stava man mano costruendo sulla sua testa era destinato a crollare nella maniera più rovinosa. Dopo 24 anni di lavoro, quando i padroni vendettero la cava, lui, con tutti gli altri “compagni”, scoprirono il gioco sporco del padrone. “Scoprimmo di avere appena quattro anni e otto mesi di contributi versati”. Uno scossone che lo gettò in terra.

Fu il momento in cui si acuì quella fede politica che era maturata in lui sin dai vent’anni. a quell’età, infatti, Ninuccio entrò “nel partito avanguardia dei lavoratori”. Il Partito Comunista era il cuore pulsante dell’attivismo degli sfruttati. Non a caso ad Apricena il Pci raccoglieva consensi, ne era una fortezza delle più forti. Fu da quel presidio che Ninuccio condusse tutte le sue lotte più forti. E al Pci Ninuccio dette tutta la sua vita, la sua gioventù. Al Pci affidò le sue idee, le sue aspirazioni, i suoi sogni.

Ninuccio è canonicamente il militante comunista degli anni Sessanta e Settanta. Era il tempo di Enrico Berlinguer, Di Aldo Moro, di Giulio Andreotti, della lotta di popolo, delle Brigate Rosse. Ma soprattutto, erano gli anni di Giorgio Almirante, del neofascismo sdoganato che rialzava la testa. Ed Almirante era il bersaglio quasi scontato dei comunisti. E non è un caso che Ninuccio, che parlando siede sotto una parete vuota dove una volta campeggiavano le foto di Togliatti e Gramsci, ricordi le scene di guerriglia contro i missini. “I neri”, li chiama. Più spesso “i fascisti”. Riporta alla mente un comizio del ras del Movimento Sociale a Foggia. “Ci organizzammo, salimmo in pullman per protestare”. Comunisti di Apricena, Torremaggiore, San Severo, Poggio Imperiale tutti insieme. “Appena passati sotto la sede della fiamma scoppiarono tafferugli”. La polizia non riuscì ad arrivare in tempo. “Volarono botte e bottiglie”. Da una parte e dall’altra furono feriti.

Per Ninuccio, come per tutti quanti gli altri suoi compagni, lo scontro con i fascisti era un modo per affermare i valori della libertà e della dignità umana. D’altronde, ancora in quegli anni, l’Italia viveva le lacerazioni antiche. Erano alle porte gli anni di piombo, le stragi di stato sarebbero presto diventate quotidianità. Essere, come lui, nel servizio d’ordine nel partito dei lavoratori, era così come assolvere alla missione di salvatore della patria e dei valori della democrazia nata dal sangue dei partigiani. La vita era a servizio della causa. E la causa erano i “compagni” di Roma.

Nel 1974, racconta il cavamonte, gli toccò “l’onore” di scortare l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Dopo un comizio che tenne ad Apricena in Piazza dei Mille, toccò a me riaccompagnarlo a Foggia”. Le consegne furono categoriche. Un solo ordine: “consegnare il compagno Napolitano soltanto nelle mani di Pietro Carmeno, all’epoca segretario federale del Pci”. Partirono da Apricena in quattro, a bordo della Simca 1100 di Viggiani. L’appuntamento venne fissato sulla circonvallazione. Ed andò a buon fine.

Qualche anno più tardi, anche se la memoria di Ninuccio qui lascia il campo all’emozione del ricordo, a Nino toccò sorvegliare Enrico Berlinguer. “Fu l’emozione forse tra le più grandi della mia vita”. Dalle parole che spende per il segretario del Pci,. C’è da giurasi che sia stato così: “il migliore tutti”, “la persona più onesta che abbia conosciuto”, “un vero compagno”. Berlinguer, per quattro notti, dormì nella federazione di Via Lecce. E per quattro notti “stetti dietro la porta del segretario, a vigilare sulla sua sicurezza”. In cambio, ricevette un solo insegnamento, direttamente dalla bocca di Berlinguer: “Non toglierti mai il cappello davanti a nessuno”. E Ninuccio, di questo insegnamento, ne fece una promessa da mantenere ad ogni costo. Era ad ogni manifestazione dove “si lottava per la dignità e per il lavoro”; ad ogni 25 aprile ed ogni primo maggio, quando le strade di Apricena “diventavano un festa di popolo” e i suoi compaesani fornivano ospitalità “ai forestieri, tanti, che venivano da Bari e dalla provincia”. E lui era in prima fila, con i suoi baffi “di trenta centimetri” che ora non ci sono più ed il suo “fazzoletto rosso a coprire la testa”. Ed era in prima fila quando si girava per le campagne, sotto il sole di agosto, per racimolare il grano da vendere per pagare la sede del Partito. La passione politica non è ancora sfumata. Ora milita nel Pd e al congresso voterà per Dario Franceschini. “Non mi piace non avere più le foto dei compagni, ma va affrontato un ultimo sforzo”.

La storia di Ninuccio, però, ha anche un altro epilogo, oltre a quello politico. Infatti, il bambino ed il ragazzo sfruttato, alla fine di una favola poeticamente triste, quella cava l’ha comprata. Ed ora estrae la pietra, a mano, da solo, con un altro ex bambino.

(pubblicato su l’Attacco del 13 ottobre 2009)

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Published in: on 13 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  

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