In un mondo d’apocalissi ipotetiche

Finisci di leggere l’ultimo rigo di “Non è un cambio di stagione. Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, chiudi la copertina, la guardi un secondo, giusto il tempo di strabuzzare gli occhi, e d’istinto, pensare: “Adesso è chiaro. Ci stanno prendendo tutti per il culo”. Potere di Martin Caparròs. Formalmente, uno studioso, un traduttore di fama mondiale, direttore di svariate riviste culturali. Sostanzialmente, molto più praticamente, uno che parla chiaro, usando le parole senza stringere loro la mano previo accordo riparatore.

“Non è un cambio di stagione”, d’altronde, lo esige quale precondizione. Perché a proposito di mutamento climatico, di apocalissi del tempo atmosferico, di alterazione della temperatura si è scritto tanto e detto altrettanto. Di riffa o di raffa, con cognizione di causa o meno, ne hanno discettato tutti. Figuri e figurine. Tanti colletti bianchi, frotte di politici. Elogisti alla ricerca dell’attenzione mediatica, gruppi virtuali e comitati spontanei. E questo, leggendo Caparròs, è stato un gran problema. Già perché, insinuandosi nel discorso, ciascuno con il proprio interesse tangibile, ciascuno con la propria consunta radicalità, l’hanno posto – il discorso – a servizio di una parte. Per farne soldi, come nel caso degli affaristi verdi, dei Gore e degli Annan, degli speculatori verdi e di quelli verdastri che, prima ancora della temperatura sulla Terra, hanno visto crescere, e notevolmente, il proprio conto in banca. Oppure, come nel caso degli ecololò, per dare un senso al proprio dolore, alla propria solitudine. Per indirizzare il terrore dell’uno sulla strada dei molti.

Ma Caparròs è brutale e insensibile e non cede alle stime. Di volo in volo, percorre quelle che per noi si conformano come 270 pagine. E che per lui sono, appunto, stracci di apocalissi, parentesi di mondo sull’orlo della fine. Dieci tappe, dall’Amazzonia a New Orleans, dalla foresta tropicale fino alla culla dell’uragano Katrina. In mezzo, l’Africa, l’Australia, la Polinesia. Parti di mondo e spesso mondi a parte, ciascuno raccontato attraverso gli occhi di un viaggiatore critico ed inquieto, ironico e spietato, ma anche nelle storie di chi gli antipasti della fine li ha vissuti e li sta vivendo. Ragazzi, per lo più, alle prese con la siccità o con le inondazioni, intimoriti dalla spada di Damocle dell’innalzamento del livello dei mari. Tutti identicamente preoccupati, ma tutti identicamente impegnati a non rassegnarsi. Nessuno spezza il filo con la propria terra. Nessuno la abbandona. Messias è sempre in Brasile, guru della Permacultura; Mariana non è scappata dal Niger; la casa di Youness è sempre Rabat e quella di Kilom è Majuro.

Per loro, Caparròs conia una fine che quasi è martirologica: “Il cambiamento climatico sembra una minaccia democratica. Si ha l’impressione che minacci tutti, allo stesso modo (…)Non è vero: la lista dei paesi più minacciati assomiglia molto alla lista dei paesi più poveri”. Pagheranno per tutti. Pagheranno per uno sviluppo che non hanno mai avuto, perché frenati dalla gola dei grandi paesi industrializzati. Pagheranno anche per colpa di quelli che chiama ecololò, fautori strenui di una causa che snobba l’altrui per rivolgersi al proprio ego. “L’ecologia è come la solidarietà degli individualisti”. Fuggire di fronte al pericolo ignorando che, accanto, ci sono altri uomini ed altre donne. Puro istinto di sopravvivenza. O, se vogliamo, di conservazione. Della specie. Della razza. Eppure, la riflessione di Caparròs, che punta a privilegiare il soddisfacimento dei diritti collettivi elementari alle istanze dei teoreti dell’ecologismo spinto, non è una sobillazione contro l’ambiente. Il suo reportage mira a smontare l’illusione democratica della tragedia. E così giocherella con la morale ballerina di associazioni gruppi fondazioni che, spesso in concorso con grandi multinazionali, si arruolano nell’esercito dell’iniziativa salvifica. L’ecologia, qui, si fa ecololò. Cantilena propagandistica, nenia di paura e remissione dei peccati. I milioni di euro investiti (già, come in una speculazione finanziaria) come le preghiere sonanti del peccatore, l’atto di dolore recitato di fronte a masse credulone e inconsapevoli. L’amen ce lo mette Caparròs: impietoso.

Martin Caparròs, “Non è un cambio di stagione. Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, Verdenero 2011 (traduzione Maddalena Cazzaniga)
Giudizio: 4.5 / 5 – Frecciatata

Il sogno liberista di Monti: consumatori h24

padova24ore.it

FORSE non sarà più di moda, anche se, fino a qualche annetto fa (un paio) lo citava finanche Giulio Tremonti. Tuttavia, Karl Marx, oltre venti decadi orsono, era stato chiaro. Riflettendo sull’espansione del modello capitalista da mondo a mondo, constatava che esso si riproduce, in sostanza, per imitazione. Ovvero, il paese meno avanzato tende a riprodurre l’applicazione di quello ritenuto più avanzato. Capitalisticamente: più ricco. Per lungo tempo, quest’ipotesi è stata peregrina. Abbiamo assistito infatti ad una lunga fase dicotomica del sistema economico capitalista. Caduto (fatto cadere) il Muro di Berlino, ed allargata al pianeta la predicazione liberista, si crearono un blocco ultracapitalista, quello americano e inglese, violento all’interno (privatizzazioni selvagge, poche garanzie sindacali; le precedenti e brutali repressioni degli anni Venti e Trenta avevano, di fatto, già anestetizzato i movimenti) e all’esterno, ed un secondo, addirittura territorialmente più ampio, di stampo europeo, con più solidarietà e venato di socialdemocrazia. Un piccolo corto circuito imprevisto sulla strada del destino universale. Fastidioso. Negli Stati Uniti l’attributo ‘europeo’ e l’attributo ‘socialista’ hanno grosso modo lo stesso significato sprezzante.

Ci sono volute due enormi crisi economiche mondiali, un buon numero di guerre e l’Unione Europea a pieno regime, per sancire la sostanziale fine di questa difformità. Per lo meno nell’Italia di Mario Monti. L’uomo chiamato per riaddrizzare il capitalismo straccione nel Paese di Pulcinella, venerato a (e associato alla) sinistra e salvagente del centrodestra berlusconiano in agonia, colui che ha messo in bocca agli Italiani paroloni da Borsa e finanza, ha stretto il cerchio della politica sottomettendola del tutto all’economia. Non c’è Governo della cosa pubblica senza sanità economica. Non c’è sanità economica senza soldi. Non ci sono soldi senza finanza. Aristotelicamente, non c’è cosa pubblica senza finanza. E capitalismo.

A patire sarà la società, la sua organizzazione antropologica. Di più, le sue conquiste sindacali. Si fa presto a dire ‘liberalizzazioni’. Ma la radice del termine, ‘libertà’, è unidirezionale. Tira acqua al solo mulino di chi ‘imprende’. Di contro, la ricetta (indigesta) del Professore/Premier segna l’apocalisse delle lotte degli anni Sessanta e Settanta. A partire dalla difesa dell’occupazione. Fino, attacco spietato, ad un orario di lavoro ai limiti dello schiavismo. Perché se l’America va (ma siamo proprio certi che l’America vada? E dove?) allora che vada anche l’Italia dove va l’America. Progresso è cambiare, d’altronde. Ed il cambio innestato è a livello umano. Il cittadino diventa consumatore. I suoi diritti sanciti per Costituzione (politica, partecipazione, stampa, pensiero, vita, parola, religione) sono sostituiti dalla morale dell’acquisto. Più compri, più sei responsabile. Come quella pubblicità dei primi anni Duemila, quando a reti unificate si invitavano gli Italiani a spendere e spandere per riappropriarsi dell’economia. In realtà, era un foraggiamento del sistema che provava, artigianalmente, a salvare se stesso con l’unica arma che conosceva: la tv.

I consumatori, nel XXI secolo, sono divenuti una categoria; hanno le loro associazioni, i loro avvocati. Si organizzano, si mobilitano, creano codici di comportamento. E’ la naturale evoluzione (involuzione?) del collettivismo delle cause. Il mondo chiede di spendere e io spendo. Ma mi proteggo. Peccato che sia come entrare in una camera a gas con una molletta da bucato sul naso: inutile. Il mercato rutila e si rovescia addosso ai consumatori. Che si credono invincibili combattenti (la sinistra è fascinata da questi future fighters) ma nel nome e per conto dei quali diritti se ne violano altri, ben più lungimiranti ed importanti. Gli ultras della responsabilità e del sacrificio non lo dicono e non lo scrivono ma negli Usa, per esempio, con la deregulation degli orari, i lavoratori si sono trovati con 50 ore alla settimana sul groppone e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Tutto, per garantire telefonini, cheesburger, termosifoni e fragole in vendita anche di notte.

Monti e Passera vogliono questo. Non solo perché chiamati a farlo, ma perché, nella loro vita, non hanno assolto missioni diverse da quelle che puntavano a far quadrare il cerchio. Non è loro mestiere – né tantomeno gli interessa – quantificare, ad esempio, di quanto aumenteranno gli introiti della Pizzo spa (più negozi più pizzo. Più pizzo più debiti, più debiti più usura). Nè sprecano tempo nel capire cosa ne sarà di quanti, prima di questa riforma, hanno investito cifre consistenti in attività utopiche (paradosso: chiedere sacrifici a chi ha fatto sacrifici) per trovarsi, da un giorno all’altro, affiancato da un ‘vendo tutto’ portato avanti da un paio di precari disposti a lavorare tutta la notte. In fondo, è l’eterno sogno della luce 24 ore al giorno.

Il papa di Foggia, la dignità, le istituzioni in silenzio

La scena del delitto (copyright: Stato)

Foggia – UN CIELO plumbleo che non promette nulla di buono. Per la giornata, nata strana. E, metaforicamente, per l’anno 2012. L’anno dei Maya e del decennale dell’Euro. L’anno che potrebbe, per la prima volta nella storia, sancire il default del Comune di Foggia. Ma queste sono altre storie, tutte importanti ma tutte centrifughe. Presagi.

Un cielo plumbeo e pesante. Il cielo sotto cui si è svegliata Foggia. E una sensazione arresa che è diversa dalle precedenti. “Hanno ucciso Giosué Rizzi“. Lo dice la televisione. Lo ripete la radio. Lo dicono i giornali. Lo vomitano i siti. Prende posizione il mondo di facebook. E allora è vero, hanno ucciso Giosué Rizzi. Non lo scrittore (Rizzi aveva scritto un libro, “Giudizio e Pregiudizio”, a quattro mani con Angelo Cavallo), non il pensatore (quello cui i media continuavano a dar voce e le librerie spazio, nell’ira funesta del presidio foggiano dell’associazione Libera), non il pittore (diploma artistico conseguito in carcere, aveva cercato, “il riscatto nella pittura”) e nemmeno il blogger (www.giosuerizzi.it era il suo mesto sito, per nulla fantasioso, per nulla frequentato, per nulla commentato, per nulla sottoscritto). Hanno ucciso Giosué Rizzi il pregiudicato. L’attentato è stato ordito contro il ‘Papa’ (così lo chiamò Salvatore Annacondia, un pentito di quelli tosti, mica Cappuccetto Rosso).

Foggia si sveglia, il giorno dopo, con tante domande che ballano nelle strade, e con le paure ammucchiate ad ogni svolta. Chi ha ucciso Rizzi? Perché hanno ucciso Rizzi? Una vendetta dritta dritta dal passato, ricordo di quei tempi in cui il pittore-barra-blogger irrompeva nei locali pubblici per uccidere gente? Oppure la realizzazione concreta del fatto che le teorie dei giustificazionisti ad oltranza, dei comprensivisti, dei teoreti del ‘si ma ora è cambiato’ sono delle cantonate? E dunque, Rizzi non è mai uscito dal gruppo, al contrario di Jack Frusciante?

Lavoro per gli inquirenti, per i tribunali, per i pm. Forse, lavoro per la Dda. Le ipotesi non hanno mai fatto bene alla giustizia, concorrendo soltanto a spargere avanzi di pesce su un corpo attorniato da gatti e di per sé già maciullato. Perché Foggia ora è questo: un corpo in dissoluzione, e i sensi in attesa, sospesi a mezz’aria. I più cinici, in attesa di sapere. I più sognanti, in attesa di un cambiamento. I più speranzosi, in attesa di una reazione, foss’anche soltanto una nota scritta, da parte di un’amministrazione che, fino ad oggi, ha sempre rinunciato a prendere posizione sul tema (onde poi dare colpa alle deficienze di comunicazione). I più pessimisti, in attesa del prossimo morto, come nello stile delle guerre di mafia.

In un’intervista rialsciata qualche tempo fa, il ‘biografo’ del Pontefice criminale foggiano, Cavallo (che, vale la pena dirlo a scanso di equivoci, è estraneo a tutte le vicende), disse: “Credo che Giosuè non abbia nulla di cui pentirsi. Ha scontato i reati commessi e dichiarati, ha scontato il reato non commesso, che afferma nel libro [di cui sopra, ndR], cioè la strage del Bacardi che a suo modo di dire gli ha rubato i migliori anni della sua vita. [...] siamo abituati ad una sorta di regola che pretende i pentiti da una parte e gli irriducibili d’altra parte. Forse esiste una terza via di chi non rinnega il suo mondo di riferimento (38 anni di carcere) ma allo stesso tempo trova una passione che fa sognare il futuro. Nel suo caso è l’arte”. Qualcuno, dunque, non deve aver gradito i suoi quadri. Per Foggia, per la gente, speriamo che sia così. Intanto, vorremmo tornare a sognare e vivere senza paura, senza l’angoscia di una nuova scia di sangue. Senza altre mattine plumbee da apocalisse culturale.

Questo, i cittadini lo devono a loro stessi: liberarsi di quel senso di tronfia superiorità reciproca che ingenera violenza. E la politica lo deve ai cittadini, perché non si può soltanto chiedere (soldi, sacrifici, comprensione). A volte giunge il tempo di concedere. E non ci sono giustificazioni, crisi, Corte dei Conti, verifiche o municipalizzate che tengano. E’ tempo di stringersi attorno alla legalità a tutti i costi. Le amministrazioni locali, i loro uomini, devono iniziare il girotondo, condurlo. Devono richiamare alla dignità collettiva. O crearne una, se proprio l’abbiamo dimenticata.

Maurizio Crozza 23 – Ballarò 1 novembre 2011

Pubblicato in: on 2 novembre 2011 at 22.29  Lascia un commento  
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Foggia, ecco come nasce un’emergenza (con Video)

[Stato Quotidiano, 20 ottobre 2011]

Ore 10. Cassonetti in Via De Petra dopo il passaggio di un side loader (St)

Foggia – UN side loader enorme s’avvicina che sono le 9.53 ai quattro cassonetti ubicati alla convergenza tra Via De Petra e Piazza Achille Donato Giannini. Alle loro spalle, uno dei muri di recinzione del campo Coni, una piazzetta in asfalto, un abbozzo di parchetto caduto in digrazia, senz’alberi nè ciuffi verdi. E non è questione di stagione. I quattro contenitori della spazzatura, vecchi, sfasciati e bruciati in più d’una occasione, traboccano. Sono circondati di stracci, valige, borse, scarpe. Tutta roba resa lercia dalla presenza indiscreta di residui di cibo, banchetto buono per cani e ratti.

In città, tutti evitano con discrezione di parlare di nuova emergenza. Dall’amministrazione alla Cgil si fa il giro delle reponsabilità, patata bollente che scoppierà dai troppi colpi subiti. L’ipotesi più accreditata è che la maledizione dipenda dalla saturazione delle discariche e dall’estinguimento dei fondi.

Ed invece, quel che accade a Foggia parla un linguaggio diverso, già ampiamente documentato, ad esempio, dalle inchieste pubblicate dal giornalista de l’Attacco Francesco Bellizzi (poi minacciato proprio per aver addossato buona parte delle responsabilità ai dipendenti della municipalizzata). E che si ripete quotidianamente sotto gli occhi dei cittadini. In Via De Petra succede che, svuotati due cassonetti, il camion vada via, lasciando in terra la maggior parte del lavoro (ma questa è opera che compete alle squadre manuali, invisibili) e altri due recipienti così come sono: pieni. Va via il camion, che sposta anche di qualche metro la collocazione dei cassonetti, onde evitare ulteriori storture della struttura, restano invece due ragazzi, un maschio ed una femmina. Con le mani affondate nella spazzatura hanno fatto compagnia al mezzo dell’Amica per buona parte del tempo. La macchina con le quattro frecce, loro alla ricerca di vestiti. Sono giunti con una macchina bianca, di fabbricazione tedesca e targa bulgara.

C’è da pensare che, più che i mezzi ed il carburante, alla politica servano delle mani che raccolgano quanto resta in giacenza sull’asfalto, a nutrire l’emergenza e a fagocitare gli ultimi scampoli di pulizia di un capoluogo in scacco della sporcizia. Come a conferma, dall’altra parte della strada, circa tre-quattrocento metri più avanti, dove Via De Petra s’interseca con via Luigi Einaudi (è una zona di cui abbiamo parlato spesso e che accoglie lo scheletro di un parco giochi trasformato in ectoplasmatica presenza) in uno spiazzo adibito a parcheggio a pochi passi dalla sede dell’Aci di Foggia, due side loader si incrociano. Gli autisti parcheggiano, scendano dalle rispettive cabine, si parlano in maniera concitata per qualche lunghissimo istante. Sbraitano. Ma è come se nessuno notasse che, a due metri da loro, due cassonetti strabordano di spazzatura. Quando risalgono, uno scappa in un senso ed uno nell’altro, mentre i cassonetti rimangono pieni ed intatti. Neppure dieci secondi dopo, due residenti di Via Luigi Imperati s’accostano, danno una rapida occhiata a quei mezzi i dissolvenza e scagliano con fare nervoso altre buste in terra. Proviamo, occultando la nostra identità, a brontolare, li riprendiamo. Loro rispondono per le rime e lamentano che non ci sono altre soluzioni. E indicano le sagome meccaniche dei mezzi che non ci sono più.

1. I DUE SIDE LOADER DI AMICA SI INCROCIANO IN UNO SPIAZZO DI VIA DE PETRA

CONFESERCENTI:”AUTOGESTIONE DEI RIFIUTI” - La loro è un’accusa silenziosa ma inappellabile, che fa seguito, senza clamore, a quelle lanciate, in questi giorni, da svariate associazioni cittadine. Tutte indignate e tutte identicamente convinte che l’errore sia a monte, nel sistema di gestione, nell’incapacità di chi raccoglie e di chi smaltisce, nella pochezza di un piano incosistente, piuttosto che nella mancanza di disciplina dei singoli. Proprio oggi, Carlo Simone, presidente provinciale di Confesercenti, ha lanciato un nuovo disperato appello a fare presto per scongiurare il deterioramento di una situazione ormai

2. I CASSONETTI DOPO IL PASSAGGIO DEI SIDE LOADER. NON LI HA SVUOTATI NESSUNO

al limite. La proposta dell’associazione dei negozianti è a metà strada tra proposizione e provocazione. Simone lancia infatti l’idea d’una “autogestione dei rifiuti”. Che fa il paio con l’ammissione d’inettitudine della municipalizzata di Corso del Mezzogiorno.

UN UNICO AMMASSO DI MONDEZZA - Dar torto a commercianti e popolazione è praticamente impossibile. Foggia è un unico ammasso di mondezza. E la sassaiola di martedì contro un camion dei pompieri chiamato a domare le fiamme che ardevano uno dei cassonetti della città è la prova provata di come il vandalismo abbia ceduto il passo all’organizzazione di una protesta urlata e scomposta. E mentre la politica si lancia in attestati di stima, è sufficiente un giro per le periferie per capire quanto, invece, il fenomeno sia ampio. Via Trinitapoli è un continuum di rifiuti bruciati ed un odore che colpisce dritto nei sensi. Ci vuole uno stomaco di ferro ed una grande resistenza per avvicinarsi ai cassonetti più distanti dal centro abitato. Una signora sulla sessantina, superata la lingua d’asfalto che divide il cancello del suo locale dal contenitore della spazzatura, lotta con i mucchi di piatti e di scarpe risparmiati dai roghi. In mano, un cassettino di plastica ricolmo di scarti alimentari. Ci guarda intimorita mentre scattiamo un paio di foto. Biascica qualche protesta, poi ritorna dentro.

RIONE MARTUCCI - Il panorama non cambia, anzi finisce col peggiorare, spostandoci in direzione Rione Martucci. Nel quartiere al di qua del passaggio a livello, c’è gente che sostiene di non vedere miglioramenti da almeno una settimana. “Siamo abbandonati a noi stessi”, grida in dialetto un uomo minaccioso solo all’apparenza. “Prima erano tutti qua a fare comizi, ma oggi sono tutti chiusi nelle loro stanze. E chi li ha visti più?” sbotta sua moglie che è un’insegnante in pensione. Abitano nel Rione da una vita, “da quando esiste, da quando era solo una campagna disordinata ma pulita”. La pulizia, ora, manca, ma sul disordine è cambiato poco. A confine con un campo con affaccio Poligrafico, due cassonetti restituiscono alla città mobilia varia ed eventuale, dai comodini ai tavoli. Tutto il resto del quartiere, dalle zone storiche, a quelle di nuova costruzione, è il sunto dell’abbandono. Mucchi di spazzatura giacciono miseramente dietro cancelli in ferro che richiamano alla mente promesse infinite di cantieri mai realizzati.

Villaggio artigiani (con tanto di sigle sui cartoni)

VILLAGGIO ARTIGIANI: “OBBLIGATI ALL’INDISCIPLINA” - A circa un chilometro, Villaggio Artigiani. Per un tratto della cronologia di quest’emergenza rifiuti, la zona produttiva del capoluogo ha rappresentato il punto più basso e pericoloso. Nemmeno un paio di mesi fa fu rinvenuta farina di sangue dell’Asl di Barletta. Da quel momento, sarebbe dovuto scattare il controllo serrato di istituzioni e magistratura. Invece, si è fatto a gara a chi la sparava più grossa, se le minoranze politiche o le maggiornaze governative. Con il risultato che le urla hanno a loro volta seppellito il problema, occultandolo. O, addirittura, retrocedendolo nella scala delle priorità programmatiche. Tutto, mentre Istat, Legambiente, Ispra, Svimez continuano a narrare racconti di sofferenza. Un città senza lavoro, esposta all’infiltrazione della mala, atterrita dai vandalismi che sono pane quotidiano, con un tasso di differenziata ridotto al lumicino e cervelli in fuga come non mai. “Una città dove, da 30 anni, a guadagnare sono i soli costruttori”, sentenzia Mimmo Di Gioia, Libera Foggia. Dall’imbocco della zona artigiana, fino alle casermette, dalle carceri sino alle traverse che sboccano su Via Manfredonia, è un inno alla crisi-spazzatura. Da quasi un anno, le piccole imprese invocano un piano raccolta speciale. D’altra parte, anche se in aumento, gli appartamenti sono minoranza. Ecco perché le buste non sono molte. Quel che abbonda nei cassonetti sono materiali speciali, a volte, specialissimi. Si trova traccia di bidoni in latta con fondi sporchi di oli e solventi, una marea di cartellette contenenti fatturazioni (c’è anche sovrimpresso il nome del destinatario, caso mai si volesse intervenire con certezza sanzionatoria), pezzi in plastica, alluminio ed in metallo, spesso molto ingombranti. “Prima l’Amica, poi il sindaco ci avevano assicurato che avrebbero provveduto – si lamenta un meccanico – E invece, guardati intorno”. Confessa la sua propria indisciplina, ma solo perché “da queste parti non abiamo alternative all’indisciplina”. A detta sua, “non vogliono risolvere il problema”.

CEP E MACCHIA GIALLA – Spostandosi verso la periferia Sud, lo scenario non muta. Cep e Macchia Gialla sono allo stremo, con la peggiorazione dello sverso dei cantieri che, in barba alle leggi, si adeguano a gettare il materiale di risulta all’interno del tratturo Foggia-Incoronata. Diversi cassonetti sono vuoti, ma tutt’intorno è una geremiade di sacchi e scarpe e carte e stendibancheria e vecchi zaini e ante e mobili. I vestiti sono gettati alla rinfusa. “Sono le nuove bancarelle del mercato”, si rattrista Tonino Soldo, Legambiente Foggia. Infatti, tra un bidone e l’altro, vanno aumentando le auto con targhe bulgare e

Benvenuti a Foggia, Viale degli Aviatori (St)

rumene che percorrono a velocità limitata le lingue d’asfalto ed i ragazzi africani che, da primo mattino, spingono, goffi, carrozzine caricate con bustoni gialli pieni di ogni cosa. “Quelle della mia misura le uso. Alcune le regalo ai miei amici. Altre ancora provo a venderle o a scambiarle per fare qualche soldo e poter mangiare”, ci racconta in francese un ragazzo congolese non dopo un piccola resistenza e la garanzia che non l’avremmo fotografato. Frigoriferi a frotte invece, stazionano in tutte le strade d’uscita della città. A poca distanza dall’Ipercoop, ad esempio, ce ne sono ben tre, accantonati nei pressi di un solo cassonetto. Un ragazzo, all’apparenza bulgaro o rumeno, lo sta martellando per staccarne un’anta. Chiediamo a cosa serva, ci guarda strano e fa per alzarsi. Gli s’avvicina un cane, scaccia anche lui e, placido, il quadrupede va a banchettare fra la spazzatura. Per chi arriva, Foggia comincia da qui. Per chi vi esce, vi finisce.

p.ferrante@statoquotidiano.it
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VIDEO, LA CITTA’ RICOPERTA DI RIFIUTI@RR

Un giorno di maggio, a Capaci



recensione di “Giovanni Falcone” (Giacomo Bendotti, Becco Giallo 2011), da Stato Quotidiano – Macondo la città dei libri del 22 ottobre

“Non si può chiedere a un alpinista perché lo fa. Lo fa e basta”. Erano queste le parole usate da Giovanni Falcone per spiegare la sua dedizione alla causa dell’antimafia. Una dedizione dolorosa, quasi una militanza, che gli regalò in cambio anni da protetto, nella bambagia della scorta che si fa controllo, si fa cappa, si fa oppressione. Eppure, il Falcone uomo, cessato d’essere in un giorno di maggio del 1992, amava la vita almeno nella stessa misura in cui il Falcone giudice amava la causa della giustizia. Il mare di Sicilia, il pacchetto dei Toscani, l’amore per i libri e per Francesca (Morvillo, che sposa in seconde nozze del 1986 e che, con il giudice, cadrà per mano di Cosa Nostra) s’intersecavano ineluttabilmente con le inchieste, con le confessioni di Tommaso Buscetta, con le pubbliche aggressioni di Leoluca Orlando e Totò Cuffaro. Oggi, 19 anni dopo, quell’inestricabile combinazione d’eventi esce dalla storia per riassumersi in una graphic novel. Autore, Giacomo Bendotti (27enne sceneggiatore benedetto dal dono del cantastorie). Un lavoro veloce ma per nulla distratto, rigoroso ma non per questo scevro di emotività, intriso della forza propria dei sogni eretti ed infranti. Diretto, come certi pugni. Come quei cazzotti nello stomaco che t’aspetti ma che, ogni volta, mozzano il respiro giusto quell’attimo da annientare la ragione del mondo d’intorno. Essenziale e disadorno. Un lavoro così puro che non abbisogna di fronzoli. E lo capisci subito, da quel titolo che non è un titolo, ma una carta d’identità: “Giovanni Falcone”. Non serve aggiungere altro agli editori della Becco Giallo, sempre in prima linea in fatto di memoria civile. Basta questo per narrare quel che serve narrare. Bastano poche lettere per trasformare un ‘fumetto’ qualsiasi nella storia recente di una Nazione.

Una storia da cui non scampano amici e detrattori. Che furono di Falcone e che saranno di Paolo Borsellino. E, man mano che la si legge, nei tratti sicuri tracciati da Bendotti, si torna indietro, fino a quei giorni vissuti in compagnia di deflagrazioni e di sirene, pezzetti immediatamente percebili di una strategia sotterranea che doveva condurre Stato e mafia a divenire compari, compagni di banco, amici di merenda. Quell’epoca che ha segnato ineluttabilmente il volto di almeno due generazioni di cittadini, seppellito la Prima Repubblica sotto quintali di tritolo e sfregiato definitivamente il volto di un Paese, dal 1992 non sarà più lo stesso. Addirittura, non sarà più se stesso. Intimorito, frastornato, rincintrullito da quei rumori forti, dall’estetica della morte dei morti ammazzati, da immagini che sono immagini di guerra, con tanto di bombe, di stragi, azzeramento dei diritti umani. Una guerra che non è stata dichiarata ma che i suoi morti li ha già lasciati sul campo (1983, Rocco Chinnici; 1985, Nino Cassarà; 1990, Giovanni Bonsignore).

Eppure saranno Capaci e Via D’Amelio i punti di non ritorno. Saranno Capaci e Via D’Amelio, a tramutare lo strazio in indignazione e l’indignazione in sdegno. La scena finale della novel, che è la scena finale di una vita, è anche la scena finale di un’Italia che si credeva al riparo, immmune dai suoi vizi. L’ultimo fotogramma di Bendotti rappresenta la deflorazione subita dall’Italia da parte del male. Più di Portella della Ginestra, più del massacro di Reggio Emilia, più di Ustica e della stazione di Bologna, è a Capaci, in quell’ultimo fotogramma raffigurato dall’alto, che si legge l’intera biografia del nostro popolo, il cui verrà di lì a poco a Palermo.

“La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione, e avrà quindi anche una fine”, disse Falcone mentre conduceva un processo (‘il maxiprocesso’) che portò sul banco degli imputati 475 persone, 207 detenuti, 25 collaboratori di giustizia; che trasse 450 capi d’imputazione (90 omicidi) infliggendo 342 condanne, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e multe per oltre 11 miliardi di lire. La sua morte ha potuto rallentare i lavori, ma non li ha più fermati, come non ha soppresso la Procura Nazionale da lui stesso voluta. Falcone è stato lo scoppio del motore, il suo sangue, l’olio degli ingranaggi. La macchina della Storia cammina grazie a questo.

Giacomo Bendotti, “Giovanni Falcone”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Fratelli d’Italia

Diabolicamente, Twain

Henry Nash Smith, curatore della versione originale di Letters from the Earth, definì questo lavoro di Mark Twain, “doppiamente postumo”. Innanzitutto, perché, la pubblicazione successe di oltre mezzo secolo la morte del suo creatore, visto che Twain scomprave nel 1910 e l’opera venne edita soltanto nel 1962. In secondo luogo, perché dovette vincere le resistenze dell’unica erede del padre nobile della letteratura americana contemporanea, sua figlia Clara Clemens (i suoi quattro fratelli erano tutti deceduti prima della morte dello scrittore), combattuta tra la necessità della conoscenza e l’opportunità di scalfire l’immagine del padre. Dubbio più che comprensibile. In un ipotetica scala valoriale-letteraria, le undici epistole che compongono il libercolo, l’ultimo, di Twain, si trova esattamente agli antipodi in quanto a contenuti, ideali e plot rispetto all’innocuo Le avventure di Tom Sawyer. Quello è divertimento e spensieratezza, questo è filosofia, morale.

Ma Twain, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è Tom Sawyer. La sua narrativa è racchiusa nelle marachelle di quel guappo vagabondo. Biforcare i destini del creatore e della creatura significherebbe mortificare generazioni di rigorosi cristiani che hanno fatto delle adventures del ragazzetto motivo pedagogico, formativo. Addirittura, un modello da seguire, per quello spirito d’indipendenza che, nei suoi estremi di ribellione, riesce sempre a ricondursi a ragione. Che è ordine. La pubblicazione della bozza definitiva delle Lettere, pronta nel 1939, se pubblicata seduta stante, sarebbe rutilata rovinosamente su un intero sistema. Avrebbe posto di fronte agli Stati Uniti un mondo diverso, fatto di dissidenza e poca obbedienza, dove un elemento ribelle, una scheggia impazzita s’arroga il siritto di critica rispetto allo status quo.

E’ il 1939, nel mondo sta per scoppiare la guerra e gli Usa provano a riorganizzarsi dopo la peggior crisi economica nella storia del giovane capitalismo. Perciò, bisogna andare avanti credendo nei giusti idoli. Che sono silenziosi, non alzano troppo il capo, non soffrono d’isteria. Finisce così che le Lettere sono accantonate in un cantuccio. E anche in Italia ci arriveranno solo nel 1962, oggi recuperate grazie al prezioso lavoro di recupero della Casa editrice Piano B, titolare di una collana punzecchiante chiamata ‘la mala parte’. Il carico esplosivo restituito, cent’anni dopo la redazione da parte del narratore di Florida, resta immutato. Twain veste i pannni dell’Arcangelo Satana, cacciato via dal paradiso dalle bizze un Dio altero e presuntoso, per nulla disposto ad ammettere che si critichi il proprio creato. Per punizione, viene esiliato in Terra. Dove osserva, medita, legge. E comunica le sue impressioni agli altri arcangeli. Le sue parole, di Satana e di Twain, sono stracolme di potenziale destabilizzante. In dubbio c’è non solo la Sacra Scrittura, come parrebbe ad un’analisi apparente, ma tutto un universo morale fondato sulla religione cristiana. Satana smonta dalle fondamenta i fondamenti della storia dell’Ebraismo, deride le leggende del Vecchio Testamento, destruttura la narrazione biblica.

Con la stessa rabbia (ma forse con eccessiva ripetitività), le Lettere si fanno beffe del puritanesimo della castità e dell’Arca di Noé. Twain, forse conscio della fine vicina, incattivito dalla solitudine e dalla dimenticanza, rinchiuso nel suo pensare sarcastico e filosofeggiante, riflessivo ma spregiudicato, non usa filtri. Parla dell’Uomo e parla di Dio senza porli su piani diversi, ma come interconnessi da un rapporto di potere, il servo ed il padrone, il dominato ed il dominante, l’esecutore ed il teorizzatore. Descrive con minuzia le contraddizioni di questo rapporto, le studia, le forza. Presta la sua mano, non casualmente prorpio all’Arcangelo del male, l’unico che non abbia soggiaciuto a queste condizioni. Non lo fa per vacua mission demoniaca, né per un’avventata redenzione all’incontrario, ma perché, in Satana, si riassume il simbolo del pensiero ramingo, eremita, emarginato. Con cui condivide quasi tutti, insofferenza compresa.

Mark Twain, “Lettere dalla Terra”, Piano B 2011
Giudizio: 3 / 5 – Indignado

Maurizio Crozza 22 – Ballarò 18 ottobre 2011

Michela, da fotografa a ‘cake painter’. “Una sfida culturale”

Foggia – FINO a pochi mesi fa, prima di chiudere lo storico studio di Corso Roma, leggere alla voce ‘Michela Di Bari‘ significava rinvenirvi, di fianco, la mansione di fotografa. Una vita trascorsa dietro l’obiettivo, quella di Michela, a tirare avanti la ‘baracca’ raffinata a conduzione familiare di “Studio America”. Un mestiere che, con l’incedere degli anni e della tecnologia, va mano mano scivolando vero la denominazione non proprio protetta dell’ “altri tempi”. Con le digitali tendenti alla perfezione e l’approssimazione artistica tra professionista e dilettante (colmata dalla diffuzione di software gratuiti), meglio pensare ad altro. Specie se quell’altro è la passione di una vita, neppure troppo segreta. Anzi, per nulla tenuta nascosta.

UNA PASSIONE PRECOCE - Michela ha incominciato a lavorare sulle torte dall’età di 15 anni. Inizialmente in maniera del tutto disinteressata. Ad attrarre l’adolescente è il rito antico e sempre identico dell’impasto. Mani che si muovono, rumori di fruste e calore del forno nelle uggiose giornate di pioggia. Soprattuttto, l’attesa di ammirare il prodotto finito e di testarne la riuscita guardando l’immagine del suo lavoro attraverso lo specchio dei visi dei parenti. Sono stati loro i suoi primi avventori. Critici e promotori, ispiratori e delatori.

L’INGEGNERA DELLA DOLCERIA - Con il tempo e la maturazione di una propria consapevolezza, la culinaria s’incontra con la passione per l’arte figurativa. Michela pensa che sia giunto il momento di far ballare i sensi. L’olfatto ed il gusto, sfacciatamente corteggiati dalla vista. L’aiuta, in questo sogno ribelle, la propensione alla figurazione. Michela frequenta prima il ‘Perugini’, poi l’Accademia. A vent’anni capisce che può e deve dare un tocco in più a quelle torte già speciali. Renderle uniche. Regala l’armonia al ballo di cui sopra e partorisce le prime torte decorate. Cambia pelle Michela e la studentessa creativa e cuoca occasionale si trasforma in cake designer. “Ma – aggiunge a Stato – mi piace definirmi ed essere definita una cake painter“. Per dirla in breve, una pittrice delle torte, un’Ingegnera della cucina, chiamata ad abbinare costrutti, disegni, colori, forme, occasioni e sapori.

Torte e cup cake (composizione foto: Michela Di Bari, Foto America Foggia)

LA TORTA, QUESTA VOCAZIONE - Come ogni ‘artista’ alle prime armi, Michela non può che alimentare il suo talento nell’unico modo che il talento conosce per soddisfare la propria bramosia di crescere: coltivandolo. Studia, s’informa, supera la linea sottile che passa tra una normale cake maker ed un’innovatrice. “In questo momento capii che la mia ispirazione era tendente verso la tradizione dolciaria anglo-americana più che verso quella italiana”. Adotta come suo canone estetico la grandezza, mettendo al bando l’essenzialità. “La tradizione americana – spiega – prevede torte alte anche 12-15 centimetri, decorate e per nulla banali, con pan di spagna che non necessita di essere bagnato e che, dunque, lascia molto margine alla fantasia”. Da quel frangente, è un climax ascentente. Torte d’ogni foggia, dimensione, colore. Torte decorate a mano per intero, disegnate a pennello, torte dalla forma a scelta. Soprattutto, cosa fondamentale per lei, “mai la stessa torta”. Non soltanto perché, essendo artigianali, “non verranno mai identiche”. Ma anche perché “non eseguo mai due torte simili per forma e colore, neppure su richiesta pressante”. Le crazioni sono, insomma, uniche. Nascono dal talento e dall’inclinazione del momento.

TORTERIA - Michela ha deciso, adesso di farne un lavoro. Di farne il suo lavoro. Per carità, la fotografia resta, pur senza locazione fisica. Però, dando fondo ai rispermi, ha deciso di aprire una torteria che sarà inaugurata a breve in Via Guido D’Orso (Foggia, zona stadio Pino Zaccheria, nei pressi dell’ingresso curva Sud), verosimilmente fra il 22 ed il 29 di questo mese. Su chiamerà “Dolci, amore e fantasia”. Una decisione tosta, quella di Michela. Lei ha scelto di sfidare le convenzioni culinarie ed abitudinarie di una comunità intera mettendo in campo l’arte, ramazzando le abitudini e portando in auge ciò che, in altre parti d’Italia, già in auge è. Il suo locale, nelle intenzioni del momento, sarà una continua sorpresa, un fiume che scorrerà lento, regalando novità di tanto in tanto. Un pò museo, un pò ristorante. Qualcosa di non troppo diverso da una sala da tè artistica, dove, invece dei quadri, ci saranno montagne di foto.

CAKE POPS E CUP CAKE - “Si – confessa candida e motivata – è una sfida per me stessa e per la città, quella che lancio”. Un cambio di mentalità. Per dimostrare che, se si vuole, a Foggia si può vivere di fantasia al potere. E la fantasia della sua attività si chiamerè tisane, tè e cioccolata calda. Ma, sopratutto, di volta in volta, biscotti decorati, confetti decorati, cake pops, cup cakes. Nomi ‘forestieri’ con cui la tortaia-fotografa conta di far familiarizzare, quanto prima, l’intera cittadinanza. E, intanto, Michele già annuncia che, “ogni tanto”, regalerà “un tocco d’Oriente, con dolci di tradizione araba”. O, ancora, un tocco d’Occidente, “con dolci ereditati da altre esperienza dolciarie europee”.

CAKE SHOW, BOLOGNA - E che Michela sia brava sul serio lo dimostrano i riconoscimenti che le stanno giungendo da ogni parte d’Italia. Non soltanto i molti abbracci virtuali regalatele dal sempre più essenziale facebook, (il social network l’ha messa in contatto con una miriade di persone interessate alle sue creazioni, immortalandola nello starlet del dolce), ma anche gli inviti a manifestazioni di primissimo rilievo. La Di Bari, infatti, domani e dopodomani (15 e 16 ottobre) sarà protagonista a Bologna al “The Cake Show”, la prima fiera mercato italiana dedicata al mondo della Sugar Art e del Cake Design, evento che andrà in onda su Alice Tv, canale 416 di Sky. Michele è nel cast dello show, inserita fra i ranghi di una squadra che realizzerà, dal vivo, di fronte alle camere satellitari, la grande torta del logo dell’evento, in una piazza a pochi passi dai portici di Bologna. Un privilegio per pochissimi (tre).

p.ferrante@statoquotidiano.it
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Arresti Fenice. Comunicato Comitatocontro inceneritori Foggia et al

E va bene, li hanno arrestati. Sigillito e Bove sono a casa, in custodia cautelare, arrestati come gli unici colpevoli di questo disastro ambientale chiamato Fenice. Non si può essere contenti. Non si gioisce mai di fronte ad un provvedimento d’arresto. Specie poi, se, ad esserne colpiti, sono coloro i quali, per anni, hanno avuto il compito di vigilare sulla nostra sicurezza, sulla salute.

Insomma, siamo stati traditi, noi cittadini, non già da chi avvelena, ma da chi avrebbe dovuto, con noi e per noi, evitare che questo accadesse. E tutto questo lo sapevamo già. Lo sapevamo prima che lo dicessero i giornali nazionali, lo sapevamo già prima che uscissero le carte e che uno strano incendio desse fuoco ad una parte dell’impianto melfitano. Anzi, non soltanto lo sapevamo. Ma lo dicevamo, accodandoci alle voci fortissime del Comitato Diritto alla salute di Lavello e all’associazione Ola che, insieme a quella di Maurizio Bolognetti, hanno urlato per fermare uno scandalo immane, grande così. Lo dicevamo partecipando alle manifestazioni organizzate a Lavello e a Cerignola, dove il gruppo Marcegaglia sta mettendo in atto una follia non dissimile da quella Edf. Lo dicevamo con il nostro impegno concreto, nel quotidiano, nelle mille domande rivolte a chi di dovere, nelle continue prese di posizione che ci hanno resi invisi anche a quelli che, un tempo, si proclamavano amici.

Ma c’è una cosa di cui diffidiamo: dei facili entusiasmi. Non è la prima volta che una Procura focalizza l’attenzione sull’inceneritore di Melfi. E, se già una volta (grazie anche a procuratori dai comportamenti strani), è stato silenziato tutto, il pericolo più grande è di trovarsi di fronte ad un nuovo caso di insabbiamento. I due arresti dei due dirigenti Arpa ci sembrano un contentino, un dare alla folla ciò che la folla vuole, per non andare più a fondo. Significa togliere il grasso dalla superficie mentre, all’interno, i batteri continuano ad operare, sgretolando la società civile con i denti di morte. Un dente si chiama arsenico, uno nichel, uno manganese, uno ferro, uno benzene. E se Bove e Sigillito hanno la grandissima responsabilità di aver appoggiato questo stato di cose, non possiamo fare a meno di chiederci chi, invece, queste cose le muove. E perché non cali su di loro la mannaia della giustizia con la stessa, durissima, mano con cui è caduta sui due Dirigenti regionali. Che, detto fino in fondo, sono semplicemente i capretti sacrificali dei bagordi pasquali dei mammasantissima della multinazionale francese”. “Perché, ricordiamo a chi fa festa prematuramente, di fronte agli incendi, alle carte, alle rivelazioni, persino agli arresti, l’impianto mortifero continua ad operare, imperterrito, come niente fosse. Vanificando l’idea stessa di giustizia e sacrificandola, per l’ennesima volta all’altare dell’interesse.

(Firmato: Comitato contro gli inceneritori Foggia – Acli ambiente – Anni Verdi – Verdi Ambiente Società –VAS – Legambiente, Rifondazione Comunista)

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